Mario Draghi
Mario Draghi in Senato nel giorno della fiducia del suo Gove

 

 

di Mattia Spanò

 

E così il non governo è scivolato sulla non crisi permettendo al non premier di sloggiare prima che arrivi il momento di pagare il conto. Come osserva icastico il professor Alberto Contri: “Ad oggi Draghi lascia un’Italia che in 17 mesi si trova: con 200 miliardi di debito in più. Lo spread a 230 circa, più del doppio di quanto lo aveva Conte. Una crisi energetica ormai conclamata. Un’inflazione all’8,6%. Un saldo delle partite correnti sprofondato a – 8,6 miliardi”.

Proviamo di seguito a tracciare un ritratto meno agiografico e lacrimoso del “Migliore”, trapassato a miglior vita – segretario Nato? Presidente della Banca Mondiale? – fra gli alti lai degli intellettuali organici compostabili ‘o Draghi, o morte’.

Draghi non è un tecnico ma un boiardo di Stato. La sua carriera, dalla direzione generale del Tesoro alla Banca d’Italia, alla BCE e infine al premierato, passando per quella banca sistemica che è Goldman Sachs (che diede incarichi anche a Monti, Prodi, Letta e un certo numero di leader europei come Barroso), è stata al contrario un manifesto di servizio alla politica. 

Non è alternativo alla politica. È qualcuno che si chiama di quando in quando per fare il lavoro. Sporco o pulito, lui esegue il compito alla lettera: è un filologo del potere. Non teme di perdere consenso perché non ne ha e non ne cerca. È apatico e apartitico nel senso pieno del temine. Rossi o neri non gli interessa: lui è sempre a disposizione.

Uomini del genere possiedono la tecnica, anzi ne sono posseduti, in senso esoterico: Eichmann sapeva come fare e ha fatto perché gliel’hanno ordinato. Sono morti in milioni. L’unica grande frustrazione che uomini simili vivono è quella di non poter esercitare la tecnica. Se ne fanno scudo e riparo perché la tecnica non è né buona né cattiva: è amorale, li dispensa dalla scelta.

Draghi non è un economista, è un tecnico bancario. La differenza è abissale. Che sia stato allievo di Federico Caffè significa poco, anche nulla. Non più di quanto io mi possa definire un nume keynesiano avendo avuto come professore Luigi Pasinetti.

Qualcuno dovrebbe documentare, e farlo molto accuratamente, in cosa Draghi abbia applicato la lezione del suo maestro, ad esempio seguendolo nella sua avversione al mercato-centrismo e nell’individuare le ricadute sociali e politiche dell’economia degli Stati sui popoli, secondo la lezione di John Maynard Keynes.

Si può al contrario dire che Draghi abbia ferocemente combattuto le teorie di Caffè, e in questo scampolo di legislatura ha lasciato un paese socialmente in frantumi, economicamente sull’orlo del baratro e spossato da una propaganda falsa come poche altre nella storia italiana.

Altro mito: la sua reputazione. È indubbio che sia sostenuto da ambienti molto connotati ideologicamente e altolocati ma questi ambienti, comunque la si pensi, sono una lobby molto ristretta di individui. La stima di cui gode è laconica, epiteliale, autopoietica, pubblicitaria. La gente sente dire in tv che Draghi è l’italiano più stimato al mondo come sente che i sofficini sono buoni, e se ne convince.

Le anime in lutto per la sua dipartita sono affidabili come quelli che lasciano orsacchiotti nel punto dove sono accaduti incidenti tragici o liberano palloncini ai funerali di perfetti sconosciuti o vip.

Della stima estera di cui godrebbe Draghi, a parte affermazioni apodittiche indimostrate ripetute come verità di fede, non c’è traccia. Ci si guarda bene dal fare i nomi di chi lo stima tanto, in base a quali conseguimenti e risultati, e a vantaggio di chi.

Quando Draghi, come presidente del Comitato Tecnico-Scientifico che curava la dismissione dell’industria italiana, firmò i memoranda finali, la Corte dei Conti rilevò che egli avesse sottoscritto sic et simpliciter quelli che erano i desiderata degli acquirenti stranieri. In modo “acritico”. Come Pino la Lavatrice: tu mi dici quello che devo fare, e io lo faccio.

Più recentemente, l’assoluzione di Mussari e Vigni nel processo MPS-Antonveneta e Nomura-Alexandria, le due operazioni che hanno azzerato la banca italiana più liquida (il Monte dei Paschi doveva la sua enorme ricchezza ai prestiti fatti a contadini e allevatori) ha spostato l’attenzione sul firmatario di quelle operazioni sciagurate: Mario Draghi.

Il Quantitative Easing, e l’ormai celeberrimo slogan “whatever it takes”, ha mascherato la più gigantesca operazione di stampa di denaro mai attuata in Europa.

A vantaggio essenzialmente della Germania, che oltre a pagare interessi negativi sui Bund (il che equivale ad una stampa surrettizia di moneta), possiede la più grande rete europea di casse di risparmio rurali fuori dal controllo della BCE, il che ha generato un surplus della bilancia commerciale capace di turbare il sonno persino degli americani, che di rally monetari sono i massimi esperti al mondo.

Non solo: il QE consente una manipolazione pressoché illimitata degli attori politici locali. Un piccolo amuse-bouche l’ebbe Silvio Berlusconi, il destinatario della lettera riservata a firma Trichet e Draghi da parte della BCE su quello che doveva fare, lettera finita chissà come sulle prime pagine di tutto il mondo.

Secondo Timothy Geithner, Segretario del Tesoro americano durante la presidenza Obama, quello fu un vero e proprio colpo di Stato manu bancaria, orchestrato tra Bruxelles e Francoforte. Con quella lettera, Draghi saldò il debito di riconoscenza con Silvio Berlusconi, che l’aveva voluto alla guida della Banca d’Italia. A modo suo.

Prima di entrare in carica, il solitamente riservato e sobrio ex presidente BCE fece tre uscite pubbliche. La prima, un’intervista al Financial Times in cui recitò il De Profundis dell’austerità, invocando il ritorno alla spesa pubblica per uscire dalla crisi pandemica.

Recitò, perché sapeva perfettamente che il vincolo esterno monetario e di bilancio non consente alcuna decisione statale che non sia a debito, non a carico dello Stato ma sotto forma di credito privato: in ultima istanza viene contratto a vantaggio di soggetti privati. Il che già basterebbe ad abbandonare la locuzione vetusta di debito pubblico sostituendola con quella più attinente di credito privato.

In secondo luogo, fu ricevuto e onorato da papa Francesco, che lo nominò  membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali (colui che avrebbe espulso i reprobi no-vax dalla società se non si convertivano, nientemeno). Passaggio obbligato in un paese che racchiude lo Stato Vaticano, e per cultura – sempre più tenue – si dichiara cattolico.

Il terzo passaggio fu l’intervento al Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione, luogo equivalente di un’agorà moderna o un foro romano: un momento significativo d’incontro delle forze economiche, culturali, sociali e politiche di questo paese, magari talvolta in modo un po’ pasticciato, ma con un’eco ben diversa dal forum Ambrosetti. Una delle poche volte in vita sua in cui Draghi ha incontrato qualcosa che somigliasse vagamente ad un popolo.

Draghi è quello che parlò della “distruzione creativa delle imprese”, riferendosi a quelle vecchie decotte (secondo lui) e insostenibili (secondo lui). Una sconfessione plateale dell’ideologia liberal-mercantilista, una manipolazione selvaggiamente centralista dei mercati.

Dietro queste formule cotonate e soffici, che la gente che lo stima non coglie appieno e i colletti bianchi apprezzano (l’industria inquina, i meccanici hanno le mani nere di sugna) si nasconde il metaverso economico e sociale: chi è dentro prospera, chi è fuori crepa. La società e il mondo non esistono: si producono, si gestiscono.

Tutta la sua perizia, il suo senso di appartenenza ad una comunità che è naturalmente politica, Draghi lo ha sintetizzato in alcune frasi ormai passate, quelle sì, alla storia: “Erdogan dittatore” tuonò come un Di Maio qualsiasi che dà dell’animale a Putin, la fanfaluca “chi non si vaccina si ammala e muore”, e quella specie di congettura di Poincaré applicata alla filosofia morale che impone la scelta fra la pace e il condizionatore acceso.

Non si tratta di semplici attacchi di balbuzie. L’altro non è qualcuno da informare o col quale dialogare, figuriamoci rispettare, piuttosto qualcuno da liquidare con indolenza infastidita perché il poveretto non può capire un pensiero tanto vasto.

Un solo piccolo problema potrebbe turbare i sonni del Migliore. I poteri cui Draghi deve obbedienza e che ha così egregiamente servito non sono soliti mostrare gratitudine nei confronti dei subalterni. In genere se ne liberano, anche in malo modo. Ho inteso qui dare qualche pennellata per completare il ritratto di Dorian Draghi, a beneficio dei posteri.

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