Matthew J. Franck, Contributing Editor di Public Discourse e direttore associato del James Madison Program e docente di politica alla Princeton University, Senior Fellow al Witherspoon Institute e professore emerito di scienze politiche alla Radford University, dove ha presieduto il dipartimento e insegnato corsi di filosofia politica, diritto costituzionale e politica americana, intervista il prof. Paul R. McHugh, uno dei più illustri psichiatri americani sulla questione transgender. Rilancio l’intervista, pubblicata su Public Discourse, nella mia traduzione. 

 

 

Il Dr. Paul R. McHugh è University Distinguished Service Professor presso la Johns Hopkins University School of Medicine, dove ha servito come direttore del Dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali e Psychiatrist-in-Chief al Johns Hopkins Hospital dal 1975 al 2001.

In una carriera illustre iniziata con la sua formazione alla Harvard Medical School, al Brigham and Women’s Hospital e al Massachusetts General Hospital di Boston, il dottor McHugh ha insegnato alla Cornell, all’Università dell’Oregon e dal 1975 al Johns Hopkins. È stato il co-creatore del Mini Mental States Examination, uno dei test più usati della funzione cognitiva, e ha sponsorizzato il lavoro che ha portato a The 36-Hour Day, una guida bestseller per le famiglie e i badanti dei pazienti con Alzheimer e altre condizioni di demenza. Negli anni ’80 e ’90, il dottor McHugh e il dottor Phillip R. Slavney hanno pubblicato The Perspectives of Psychiatry and Psychiatric Polarities, che si può dire abbia incarnato i principi dell’influente “Hopkins School” della disciplina. Per il grande pubblico, il dottor McHugh ha pubblicato sulla psichiatria – sia le sue scoperte che i suoi fallimenti [della psichiatria] – su The American Scholar, First Things, Commentary, Public Discourse, il Weekly Standard e The New Atlantis. I suoi libri per lettori comuni sono The Mind Has Mountains (2006), una raccolta dei suoi saggi, e Try to Remember (2008), che riguarda il suo ruolo nello sfatare la moda della “memoria recuperata” in psicoterapia. Nel 2015, il Paul McHugh Program for Human Flourishing è stato istituito presso il Johns Hopkins Department of Psychiatry and Behavioral Sciences.

Faccio notare che il Dr. McHugh non è professore emerito alla Johns Hopkins, cosa che vale la pena sottolineare perché questa settimana compie novant’anni. È ancora un membro di facoltà a tempo pieno nella scuola di medicina dell’università, insegnando, facendo da mentore agli studenti di psichiatria e curando i pazienti. Abbiamo parlato lunedì, dopo che aveva trascorso la mattinata al Grand Rounds settimanale del dipartimento di psichiatria.

 

Matthew Franck: In Psychiatric Polarities, lei e Phillip Slavney avete scritto che “la vita mentale dipende dal cervello. . . Eppure mente e cervello non sono identici. Infatti, sono così diversi che la natura della loro relazione è il mistero fondamentale della psichiatria e la fonte di molti dei suoi conflitti”. Sarebbe giusto dire che i successi della psichiatria moderna derivano da un lavoro che riconosce questa misteriosa relazione tra mente e cervello, mentre i suoi fallimenti derivano in gran parte da interventi terapeutici che ignorano questo mistero o cercano di spiegarlo?

Paul McHugh: Penso che questo mistero rimanga un grande mistero, ma è forse meglio risolto al momento vedendo la vita mentale come una proprietà emergente del cervello. Emerge da esso, ma non emerge come fumo; rimane un processo interattivo. Ci sono alcuni aspetti dei disturbi umani e della vita mentale umana che dipendono dal cervello per il loro sostegno, ma non dipendono dal cervello per la loro generazione – cose come il dolore, e forse il disturbo post-traumatico da stress, e cose del genere. Dipendono da un apprezzamento della persona, di ciò che era lì ed è andato perso (per il dolore), o di ciò che era lì ed era spaventoso (per il PTSD). Il cervello segue la mente in questo modo. Quindi il fatto è che la capacità narrativa dell’esperienza mentale umana può essere la fonte di varie forme di disagio psichiatrico che gli psichiatri cercano di aiutare il paziente a capire e forse a riscrivere in modo da rendere più facile la convivenza. E niente di tutto ciò dipende in realtà dal fatto che lo psichiatra armeggi direttamente con la sostanza del cervello o con il materiale stesso.

Quindi quando stavamo, nelle Polarità, dicendo che questo è il problema, queste due cose, non volevamo dire che tutto ciò che lo psichiatra poteva fare con successo sarebbe dipeso dal suo lavoro con il cervello. Lì potrebbe fare molti errori, come l’esperienza della lobotomia frontale ha dimostrato meglio di qualsiasi altra, e poi alcuni abusi di farmaci oggi lo dimostrano. Ma potrebbe anche commettere errori nella narrazione, presumendo cose che non c’erano nella realtà ma che erano state messe da lui, o da lei, lo psichiatra, perché rendevano una storia migliore. Non credo che tutti gli errori che fanno gli psichiatri siano legati all’area del cervello in cui lavorano o all’area della vita mentale e alla sua traiettoria. Possono commettere errori in entrambi i luoghi.

 

MF: So che lei e i suoi colleghi della Hopkins avete davvero fuso queste questioni in neuropsichiatria, in modo da occuparvi sia del cervello che della mente. Ma ci sono state scuole di pensiero in psichiatria che enfatizzano uno in modo schiacciante a spese dell’altro.

PM: Sì, infatti, e questa è la cosa che stiamo cercando di evitare mettendo in chiaro che ci sono diversi metodi che impiegano l’uno o l’altro, o a volte entrambi insieme in modo coerente. Ma sai, mi sono formato in neurologia e in psichiatria. I miei insegnanti si sono assicurati che almeno fossi esposto alle idee su entrambi i lati di questa proprietà emergente molto interessante.

 

MF: In uno dei suoi saggi in The Mind Has Mountains, lei osserva “il potere delle mode culturali di condurre il pensiero e la pratica psichiatrica in direzioni false, persino disastrose”. Due di queste mode che hanno affascinato la psicologia e la psichiatria negli ultimi decenni sono state il “disturbo di personalità multipla”, noto anche come “disturbo dissociativo dell’identità”, e l’idea dei “ricordi sessuali repressi” dell’infanzia che gli adulti possono “recuperare” sotto terapia. Cosa spiega queste febbri terapeutiche che attanagliano le professioni della salute mentale?

PM: Questa è un’ottima domanda. Non sono sicuro di capire perché siamo così vulnerabili a questo. Potrebbe anche essere in parte che siamo una disciplina che spesso non può usare materiale corporeo, come un’autopsia o qualcosa del genere, per dimostrare che abbiamo ragione o torto. Dobbiamo usare il potere della persuasione per convincere i pazienti e gli altri a pensare nel modo in cui vogliamo che pensino. E sebbene questo sia il principio fondamentale della psicoterapia – la psicoterapia è un’attività persuasiva, dopo tutto, è quello che è, non è altro che persuasione – la persuasione, non solo in psichiatria ma forse anche in una democrazia, la sua grande vulnerabilità, come diceva Tocqueville, è la tirannia dei sentimenti popolari. La tirannia dell’opinione popolare può tenere in pugno un’intera popolazione, dopo tutto, per un po’. Penso che la psichiatria sia vulnerabile a questo perché lavora con fenomeni di vita mentale e problemi di comportamento mentale, e quindi è suscettibile, senza un altro tipo di tradizione o un’altra fonte di conoscenza, di essere portata via. Succede circa ogni dieci o quindici anni.

 

MF: Ricordo che in quel libro lei diceva anche che gli psichiatri non hanno il tipo di realtà fondata sulla specializzazione nella pelle o nell’occhio o in qualcosa su cui non ci possono essere discussioni infinite una volta che arrivano le prove.

PM: Esatto. L’evidenza materiale del corpo fisico ha un grande effetto salutare sulle persone che hanno forti opinioni sulle cose, come disse William Osler molto tempo fa. Disse: sapete, la cosa bella del consulente è che arriva e fa il rettale che voi avete dimenticato di fare. Il bello di fare il medico è che è un’attività fondamentale; voi state sul fondo della vita, ed è una delle sue gioie. Perché, però, la psichiatria venga travolta da queste fantasie è ancora un’altra domanda. In parte, pensavo solo che fosse l’impegno freudiano nel sospetto delle altre persone e della società e di tutto – era una delle scuole del sospetto -.

 

MF: Certo, che c’è un id oscuro ovunque si guardi.

PM: Esatto, che in un modo o nell’altro siamo sempre sotto il controllo di qualcun altro. Nietzsche, Marx e Freud erano tutti dello stesso tipo. Lo pensavo anch’io. Penso anche che ci sia un amore da parte degli psichiatri per essere uomini del segreto e avere il loro magico segreto. Se qualcuno arriva e ti dice: “Ecco un meraviglioso segreto magico che ti aprirà la natura del mondo e la natura del genere umano”, di solito è stupido alla lunga. Di solito è fatto proprio da persone che non hanno un proprio background tradizionale. Dopo tutto, è una specie di vitello d’oro; tu scendi dalla montagna e cerchi davvero di portare loro qualcosa, e cosa li trovi a fare? Ballare intorno al vitello d’oro.

 

MF: L’appello è quello di fare un qualche idolo di una soluzione a qualche grande problema.

PM: Esatto. E anche se Mosè pensava che fosse solo il suo popolo, il suo popolo era – è, naturalmente – tutti noi.

 

MF: Nel 2016, lei e il dottor Lawrence Mayer avete pubblicato una monografia di 143 pagine sulle pagine di The New Atlantis intitolata “Sexuality and Gender: Findings from the Biological, Psychological, and Social Sciences”. Questa pubblicazione ha generato una buona quantità di controversie, arrivando non molto tempo dopo la creazione da parte della Corte Suprema di un diritto costituzionale per le coppie dello stesso sesso di sposarsi, e proprio quando la questione del “transgenderismo” stava iniziando a scaldarsi. Cosa ha spinto lei e il Dr. Mayer a intraprendere questo progetto, e cosa dovremmo trarne?

PM: Sono stato spinto dall’idea che dovevo almeno dire qualcosa su questo argomento, perché c’erano così tante idee in giro, e se non potevo parlare io, chi poteva farlo? E quando ho guardato l’evidenza scientifica di queste cose, l’idea stessa che queste cose fossero immutabili, e discrete, e che le persone fossero “nate così”, non funzionava dal punto di vista scientifico, e potevano, nella nostra società, non essere buone idee, non buone cose a cui credere. Così ho pensato: “Beh, se io non posso parlare al mio livello e al mio sviluppo, nessuno può parlare, e vedrò cosa succede”. Così, è stato molto interessante. L’ho trovato estremamente interessante.

Ha causato un putiferio, e questo non mi ha sorpreso. Ma quello che mi ha sorpreso è stata la quantità di persone che dicevano, beh, sapete, “Questo è semplicemente sbagliato”, ma non mi avrebbero mai mostrato alcuna prova. Dean Hamer, che ho ammirato e considerato come un genetista molto coerente e studioso dell’omosessualità al NIH, ha detto “Tutto questo è stato semplicemente smentito, è cattiva scienza”, ma non ha mai indicato nulla o detto, “Ecco l’articolo che lo dimostra”. Stava dicendo: “Guarda, questo è il modo in cui leggiamo la scienza oggi”, e ha passato molto tempo a parlare di come questo non fosse un articolo peer-reviewed. Certo che non era un articolo peer-reviewed. Non era destinato ad essere inserito nella letteratura scientifica. Era per cercare di valutare ciò che pensavamo che la letteratura scientifica insegnasse al pubblico comune, come qualcuno scriverebbe nel New Yorker. E il modo utile per confutare una cosa del genere non è dire “Quei ragazzi sono dei fetenti!” o qualcosa del genere. Dovrebbero dire: “Ha trascurato qualcosa, ed ecco la cosa che ha trascurato”.

Si è scoperto che dopo – molto dopo – la gente avrebbe detto: “Beh, sai, ha ragione, ma non avrebbe dovuto dirlo”. Il risultato era: “Avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa”. La ragione per cui continuano a dirlo è la solita spiegazione per non voler far uscire tutta la verità – che in qualche modo incoraggerà la gente ad abusare di altre persone. Naturalmente, noi non volevamo questo, e non pensiamo che la verità porti a nient’altro che ad altra verità, man mano che le cose vanno avanti.

 

MF: E un migliore trattamento delle persone. È interessante per me che lei abbia tirato fuori questa critica alla peer review (revisione alla pari,ndr), perché ho avuto un seguito su quel fronte. L’ho sentito dire spesso quando è uscito quel lungo pezzo, che The New Atlantis non è una rivista peer-reviewed, o che il lavoro suo e del Dr. Mayer non era peer-reviewed. E il mio primo pensiero nel sentirlo è stato: beh, certo che no, quello che avete fatto lei e lui era la revisione paritaria. Cioè, voi due, molto competenti nel vostro campo, avete fatto un’indagine completa degli studi nel campo che erano stati sottoposti a revisione paritaria al fine di trarre conclusioni per un pubblico più ampio su ciò che sappiamo e non sappiamo sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

PM: Mi sembrava che non volessero che la conversazione andasse avanti. Questo modo di chiamarlo non peer-reviewed era per dire che stavo dicendo qualcosa che doveva essere una nuova scoperta. Non stavo dicendo niente di nuovo, stavo dicendo “Questo è il modo in cui ho letto la letteratura”.

 

MF: Le persone che contestano il modo in cui lei e il Dr. Mayer avete letto la letteratura non dovrebbero semplicemente dire: “Beh, è una sciocchezza”. Dopo tutto, non stavate riportando la vostra ricerca, ma quella di molti, molti altri. Dovrebbero indicare questi e quegli studi da cui lei trae delle conclusioni e mostrare perché sono sbagliati o perché lei ne sta traendo le conclusioni sbagliate.

PM: Esatto, ed è quello che abbiamo detto alla fine del nostro articolo. Sapevamo che avrebbe causato un polverone. Ok, andate avanti e diteci cosa c’è di sbagliato.

 

MF: Il succo della monografia, mi sembrava, era che non sappiamo ancora molto sulla provenienza dell’omosessualità e del transgender o della disforia di genere. Non abbiamo nessuna ragione particolare per credere che entrambi i fenomeni siano innati o biologicamente basati o immutabili.

PM: Esatto. Soprattutto non immutabile. Questa è la cosa più importante.

 

MF: In un pezzo successivo su The New Atlantis, nel 2017, a lei e al Dr. Mayer si è aggiunto il Dr. Paul Hruz, un endocrinologo pediatrico, nel mettere in guardia i professionisti medici contro l’uso di farmaci che sopprimono la pubertà con i bambini che presentano disforia di genere. Data la crescente incidenza di pazienti che presentano tali sintomi psicologici da quel momento, in particolare le ragazze adolescenti che desiderano passare ad “essere” ragazzi, come ha scritto Abigail Shrier, questo sembra essere stato un intervento molto tempestivo da parte vostra. Qual è la preoccupazione, esattamente, con questi farmaci che sopprimono la pubertà?

PM: Arrivano in un momento in cui la persona, il bambino, non è preparato a pensare a come sarebbe la sua vita. Ricorda, la pubertà si verifica tra i nove e i quattordici anni se sei una ragazza, e tra gli undici e i quattordici anni se sei un ragazzo. Questi sono bambini.

Chiunque abbia avuto intorno una ragazza o un ragazzo di dieci anni sa che lui o lei è sotto la vostra ala protettiva, nel senso non solo di assicurarsi che mangi e non sia maltrattato oggi, ma che non faccia un errore nelle proprie decisioni che si riverbererà per sempre per loro. Non permettiamo loro di tatuarsi, non permettiamo a mia figlia di farsi il piercing alle orecchie fino ai sedici anni. Quindi si tratta di bambini molto giovani.

In secondo luogo, la pubertà è un processo molto complesso. La pubertà è uno dei grandi eventi neuro-endocrini di trasformazione nella vita di chiunque. E ne conosciamo solo alcune parti; non sappiamo, per esempio, cosa scatena la pubertà. Nel 2005, la rivista Science ha pubblicato il suo numero, credo, del 125° anniversario, e ha detto che ci sono 125 grandi problemi che rimangono per la scienza. Uno di questi era “Cosa scatena la pubertà?” È un grande mistero. Ma una delle cose che sappiamo è che l’essere umano è molto diverso dall’animale comune. Con l’animale, se passa con successo attraverso la pubertà – e la attraversa piuttosto giovane – alla fine, fondamentalmente, è l’essere completo che sarà. Con gli esseri umani, alcune delle caratteristiche più interessanti di individuazione di se stessi si verificano solo dopo la pubertà, probabilmente con una combinazione di poteri intellettuali e l’energia che lo sviluppo sessuale porta.

Quindi non credo che nessun bambino – e nessun genitore, se è per questo – possa dare un consenso informato per permettere il blocco della pubertà e la trasmissione di un altro sesso. Questa è la prima cosa: non hai idea di quello che stai facendo. Quindi come si può avere un consenso informato su questo? Perché nessuno lo sa.

Altrettanto importante, e una ragione per pensare che il giudizio sia influenzato, è che i bambini, i giovani, che credono di appartenere al sesso opposto, se si permette loro di attraversare la pubertà normalmente, l’85-95 per cento di loro alla fine di quel periodo dirà “No, io sono quello che sono”. Ma se si danno loro i bloccanti della pubertà all’età di nove o dieci anni, solo il 5 o 10 per cento alla fine di quel periodo dirà “Non voglio andare avanti”. Vogliono sempre andare avanti. Qualcosa è cambiato in loro. Una delle cose che cambiano deve essere il modo in cui il loro cervello si forma quando arriva questo innesco della pubertà. Viene ostacolato. E l’idea che sia tutto reversibile è ancora molto discutibile.

Infine, il punto più importante è che gli scienziati hanno una grande vulnerabilità. Possono avere a che fare con la questione più complessa e cercare di semplificarla troppo e farla sembrare una questione semplice. In questo caso, vogliamo far assomigliare un ragazzo a una ragazza – ok, quindi lo faremo con questi ormoni. Aspetta un attimo: tu non sai che questo è un problema complesso di cervello, relazioni neuro-endocrine, ormoni e… cose che Paul Hruz conosce anche meglio di me. Questa cosa molto, molto complessa viene semplificata troppo.

 

MF: E ci sono danni fisici reali che possono verificarsi in termini di massa ossea, fertilità, crescita fino all’altezza matura, ogni sorta di cose.

PM: E chi, a undici anni, lo sa? Potresti perdere la tua fertilità a undici anni; beh, ok, non sai bene cosa sia. Potresti non saperlo, visti gli altri tipi di pressioni che entrano in gioco. Non conosciamo tutte le pressioni che ci sono dietro questa epidemia di disforia di genere che stiamo avendo, ma abbiamo molte ragioni per credere che pressioni sociali su giovani vulnerabili e suggestionabili siano in gioco.

 

MF: Nella sua carriera, lei si opposto a tutto questo per molto tempo. Nel 1979, pochi anni dopo il suo arrivo al Johns Hopkins, lei ha diretto la chiusura dell’unità di identità di genere dell’ospedale universitario, responsabile a quel tempo di quelle che allora chiamavamo “operazioni di cambio di sesso” e che ora è di moda chiamare “operazioni di affermazione del genere”, dopo aver scoperto che tali transizioni chirurgiche non miglioravano la salute mentale generale dei pazienti. Solo per questo, lei è stato sulla “lista dei nemici” dei sostenitori dei transgender per molto tempo. (Tali interventi sono stati ripresi alla Hopkins nel 2017).

Lei ha paragonato il nostro “momento transgender”, come lo chiama Ryan Anderson (leggi anche qui), ad altre mode psichiatriche che alla fine sono crollate sotto il peso delle prove contro di loro – o a causa della scarsità di prove per loro. Il transgenderismo sembra essere all’apice oggi, nella medicina, nella legge e nelle politiche pubbliche. Lei è ancora ottimista sul suo crollo finale, come quello di altri fenomeni basati sulla cultura nelle scienze della salute mentale?

 

PM: Sono stupito dalla quantità di potere e di armi che ha dietro di sé ora, con il governo e la legge e persino le organizzazioni mediche che lo sostengono, ma sono assolutamente convinto che questa è una follia e che crollerà, proprio come è crollata la follia eugenetica. L’eugenetica era altrettanto potente, dopo tutto. Mi rassicura il fatto che noi psichiatri siamo già stati ovunque. Fortunatamente, Adolf Meyer, il mio predecessore alla Johns Hopkins, è stato uno dei pochi psichiatri al mondo, davvero, che ha detto “Non credo che possiamo andare in questa direzione con il movimento eugenetico”. E così sento di essere in buona compagnia nel dire che questo crollerà.

Crollerà, in particolare, in relazione al danno ai bambini, perché queste persone stanno già iniziando a costruire prove per il depistaggio su cui sono state mandate. In Gran Bretagna, il caso Keira Bell che è stato appena consegnato dalla loro Alta Corte sta riconoscendo l’approccio psichiatrico molto inadeguato che è stato preso per portare questa ragazza ad essere ora una persona molto danneggiata. Quindi sta arrivando. E quello che succederà secondo me, almeno con i giovani, le persone sotto i ventuno anni, sarà che ci saranno enormi cause legali.

Posso dirvi esattamente come si svolgeranno le cause. Sapete che quella persona si sveglierà all’età di venticinque anni e si renderà conto che ha un’ombra a ore cinque, ha avuto varie mutilazioni nel corpo, è sterile, e dirà: “Come avete permesso che accadesse?” E i genitori diranno: “Beh, il dottore ha detto…”. Quindi diranno: “Facciamo causa ai medici”. Andranno dai medici e diranno: “Perché l’avete fatto?”. Loro diranno: “Era un trattamento standard per i transgender”, e la persona dirà: “Ma vede, io non ero transgender, ero un bambino!” E loro diranno: “Santo cielo, hai ragione, non possiamo dire chi è transgender, in verità”. E poi le compagnie di assicurazione si tireranno indietro, e un sacco di gente sarà ferita nella reputazione. Ma rimarremo con un numero di pazienti molto più feriti. Sono molto sicuro che questo accadrà.

 

MF: Da un certo punto di vista, sembra quasi che la psichiatria abbia confessato la sua mancanza di risposte al problema della disforia di genere e abbia dato la soluzione agli endocrinologi e ai chirurghi estetici. Stanno invitando questi specialisti di altri campi ad armeggiare con il corpo per conformarsi ad una disforia nella mente, piuttosto che trattare la disforia nella mente, che è la provincia della psichiatria.

PM: Esattamente. E a proposito, quando ho chiuso con decisione il ruolo psichiatrico nel permettere la chirurgia di genere – dopo tutto, non potevo impedire ai chirurghi plastici di farlo se volevano – stavo solo dicendo che noi del dipartimento di psichiatria non avevamo più intenzione di dare il nostro permesso. Uno dei chirurghi plastici è venuto da me e ha detto: “Oh, grazie al cielo. Come potrebbe piacerti alzarti la mattina, Paul, e affrontare la giornata tagliando via organi perfettamente normali, perché voi ragazzi non sapete quale è il problema”.

 

MF: Questo è interessante! Quindi quello che avevi il potere di fermare era il rinvio ai chirurghi.

PM: Esatto.

 

MF: E i chirurghi non avrebbero proceduto senza di esso.

PM: Esatto. E l’inversione [nel 2017] è stata che i chirurghi plastici sono venuti e hanno detto che riprenderemo la cosa. Non hanno aspettato il nostro permesso per aprire una clinica alla Johns Hopkins. In psichiatria, non ero più il direttore e il nostro dipartimento non ha fatto storie.

 

MF: Quindi la ripresa nel 2017 non è stata dovuta ad una decisione in psichiatria ma ad una decisione in chirurgia.

PM: Proprio così, una decisione della chirurgia plastica. La cosa bella è che il direttore della chirurgia plastica è venuto e mi ha detto che l’avrebbe fatto. Ma è stata una loro decisione, non nostra.

 

MF: Un leggero cambiamento di argomento qui. Come qualcuno che è stato un fedele cattolico per tutta la sua vita, lei è stato a volte definito – direi poco caritatevolmente – come un uomo le cui prospettive professionali sono indebitamente influenzate dalla sua religione. Ma la Chiesa cattolica insegna, come lei ed io sappiamo, che non c’è nulla che la scienza scopra che contraddica la fede. Quindi cosa sta realmente accadendo quando questa accusa è rivolta a lei?

PM: Questo mi sorprende sempre. Mi è stato detto che le mie opinioni sulla memoria repressa, che avrebbe protetto i preti cattolici dall’essere puniti per aver abusato delle persone. Non ho mai detto che la verità non era la verità con quegli uomini. Sono sempre molto sorpreso da questa accusa.

Dico che sono un cattolico ortodosso. Grazie al cielo sono stato cresciuto con esso, per il meraviglioso realismo cattolico che ti mette solidamente a terra in relazione alla natura umana e alla condizione umana. Ma non ho mai pensato che in questo campo fosse la mia religione a determinare il mio modo di pensare.

Suppongo di dover dire che quando fui affascinato per la prima volta dalla psichiatria, quando ero alla Scuola di Medicina di Harvard, forse potrebbe essere stati gli implacabili attacchi dei freudiani alla famiglia nucleare a scioccarmi, perché sentivo che la famiglia nucleare era la fonte di tutti i tipi di meravigliose riflessioni reciproche che permettevano ad una persona di andare nel mondo. Invece, i freudiani sospettosi la vedevano come un luogo di dominio e cose simili. Questo potrebbe aver avuto a che fare con la mia devozione sia alla mia famiglia che alla Sacra Famiglia, che crescendo avevo pensato ad esse come modelli. Avrei pensato che se qualcuno avesse voluto dire: “Guarda, la sua religione lo ha protetto o protetto in questo modo, o lo ha accecato in questo modo”, sarebbe stata una conversazione interessante da fare. Ma cosa fa una tradizione, una tradizione giudeo-cristiana, in particolare, che onora il padre e la madre – come si arriva a una disciplina medica che comincia a dire che quella è la fonte di tutti i tuoi problemi mentali?

Ma in queste altre questioni, nessuno può dire quali aspetti di se stessi influenzano il modo in cui si pensa a un problema. Ovviamente, noi stessi siamo creature, e molto viene fuori da dove siamo e chi siamo, e non sempre lo sappiamo completamente. Ma credo che le mie posizioni su questi argomenti, su questi argomenti in particolare, si riferiscano alla scienza e alla psichiatria che conta. E che chiunque, di qualsiasi persuasione o di nessuna persuasione, alla fine sarà d’accordo con me.

 

MF: Sì, “È uno psichiatra cattolico, quindi . . .” mi sembra una deviazione dalle questioni discrete che dovrebbero essere affrontate direttamente sulle prove e sugli argomenti. Naturalmente, ci sono molte persone nella sua professione, che sono ebree o protestanti o non hanno una fede particolare, che sono d’accordo con lei sulle questioni fondamentali su cui ha lavorato nella sua carriera. Ma quello che lei sta dicendo è che il suo cattolicesimo l’ha resa, per certi aspetti, uno scienziato più forte e migliore.

 

PM: L’ho sempre pensato. Penso che il cristianesimo sia stato il fondamento della scienza. Dopo tutto, “In principio era il Verbo” – il Logos. Beh, questo significa qualcosa, per rendere la scienza ragionevole. Questo è quello che ho sempre pensato. Ma sapete, sono rimasto stupito, perché ora sono stato attaccato in questo modo, anche alla Hopkins – che è un’istituzione meravigliosa, tra l’altro, e mi ha per lo più protetto. E non mi sono state dette questo tipo di cose su di me, almeno da subito, da quando ero al liceo. Quindi è stata una grande sorpresa. Anche se sono sicuro che chiunque direbbe che, mentre attraversi la vita, non sai cosa pensano gli altri di te.

Ne ho avuta una molto divertente: quando sono stato ammesso alla Harvard Medical School, ho dovuto fare un esame da uno dei medici lì, un esame fisico per assicurarsi che stessi bene e tutto il resto. Lo facevano per ogni studente di medicina. E circa dieci anni dopo mi è capitato di imbattermi nella mia scheda che era stata scritta da questo tizio, uno dei medici di Boston, che disse: “ragazzo irlandese dalle guance rosee che ha fatto bene ad arrivare fin dove è arrivato”.

 

MF: Credo che abbiamo trovato il titolo per la nostra intervista: “Ragazzo irlandese dalle guance rosee che ha fatto molta strada”.

PM: È stato piuttosto divertente. Cioè, ti fa capire il clima in cui ti trovi e di cui non ti sei reso conto. Non avevo idea che questo gli passasse per la testa.

 

MF: Un’ultima domanda. Ci parli, per favore, del lavoro che è iniziato ormai sessanta anni fa McHugh Program for Human Flourishing (Programma McHugh per la fioritura umana, ndr). Cosa spera che possa contribuire al futuro della psichiatria e alla comprensione del pubblico?

PM: Spero che sia un ricco contributo alla fine della mia carriera alla Hopkins. Il mio scopo è quello di sottolineare, e di aiutare i giovani psichiatri, e tutti i medici per quella materia, a capire che dopo aver fatto superare a qualcuno una condizione, spesso hanno ancora molta strada da fare per essere il tipo di persone che erano destinate ad essere quando sono stati avviati.

Ciò che è iniziato, per me, come una sorta di igiene della salute pubblica, igiene mentale per il paziente – dicendo “Guarda, questo è il tipo di cose che devi fare, devi pensare in termini di vita familiare, vita lavorativa, vita educativa, e comunità, e particolarmente spesso vita religiosa, per essere ciò che vuoi essere” – si è ora trasformato in una comprensione di dove l’educazione dei medici tende a cadere. Tende a cadere proprio nelle aree delle scienze umane e della comprensione delle capacità umane su cui si fondava la professione medica, prima che le scienze potessero davvero prenderla e farla funzionare. Quindi spero che le persone vedano che la comprensione di ciò che gli esseri umani possono davvero essere emerge dall’aiutare gli esseri umani attraverso le loro malattie fisiche e mentali, ma poi richiede una prescrizione continua per come possono continuare in quel modo. E in questo modo, penso, arricchirà la formazione dei medici in generale, proprio come penso che le nostre Prospettive in Psichiatria abbiano contribuito ad arricchire la comprensione della medicina in relazione alle condizioni che affliggono le persone mentalmente. Quindi abbiamo avuto un’esperienza meravigliosa con ciò.

 

MF: La fioritura umana non è una frase tipica nel vocabolario dei professionisti della medicina.

PM: Era un termine che mi sembrava appropriato. Tra l’altro, diverse persone nel mio dipartimento pensavano che fosse un termine molto cattolico, mi ha sorpreso.

 

MF: Se pensano che Aristotele appartenga ai cattolici, credo che lo prenderemo.

PM: Giusto, è quello che ho detto loro, pensavo che risalisse ad Aristotele.

 

MF: È un’impresa umanistica.

PM: È un’impresa fondamentalmente umanistica. La medicina è una disciplina umanistica che usa la scienza per realizzare ciò che tutti gli esseri umani vorrebbero vedere per se stessi, nella loro capacità di sostenersi. Ma in definitiva si tratta di mirare a una persona che possa essere ciò che Dio ha voluto che fosse. E, naturalmente, è illuminante per me, come qualsiasi altra cosa nell’insegnamento. Una volta che cominci con questo, poi scopri tutte le cose che diventano importanti da imparare per te stesso.

 

MF: Un’ultima domanda, per la cronaca: Il Dr. Paul McHugh non ha in programma di andare in pensione, giusto?

PM: Nessun piano per andare in pensione, no! Io no. Sto andando avanti. Non sto andando in pensione. Non posso continuare come prima, ma per i compiti che svolgo nel dipartimento, che sono a tempo pieno per me, continuerò finché posso.

 

 

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