Mario Draghi Europa
Mario Draghi

 

di Mattia Spanò

 

Quando Mario Draghi apre bocca, non si può fare a meno di pendere dalle sue labbra. Anche volendo evitarne le sentenze illuminanti, esse vengono riprese ossessivamente sia dai suoi adepti quanto dai suoi avversari.

Prima i fatti. L’ex ambasciatore americano in Italia Volker – per i gourmand di fumetti, omonimo del cattivo di Ratman – ha ventilato che la Russia finanzi partiti politici italiani. Per quattro giorni ci si è stracciati le vesti perché Salvini e Meloni avrebbero preso soldi dalla Russia.

Il Segretario di Stato Anthony Blinken ha confermato a Mario Draghi che di questi fondi destinati all’Italia non c’è traccia. Pertanto, quando Draghi definisce “pupazzi prezzolati” i suoi oppositori, sul sostantivo potrei anche convenire. L’aggettivo invece lascia una questione fondamentale in sospeso: prezzolati da chi, e a quale scopo? L’homo sapiens maximus draconum non chiarisce.

Altro fatto. Il parlamento europeo ha votato una risoluzione che dichiara che l’Ungheria non è uno stato pienamente democratico, definendola “autocrazia elettorale”. Su questo Draghi afferma che i nostri alleati sono Francia e Germania, ad altri di stabilire quelli che non lo sono. Ad esempio l’Ungheria. Strano modo di concepire “l’Europa”.

Terzo fatto. Draghi non è disponibile a succedere a se stesso. Questo complica non poco la vita al Terzo Polo di Renzi e Calenda, che sulla credibilità di Draghi avevano puntato le uniche fiches. Secondo la narrazione corrente, ha ragione: perché tornare a lavorare da quelli che l’hanno mandato a casa?

In realtà, è lui che ha alzato i tacchi. Dalle urne potrebbe uscire un dragamento bis (il parlamento non usa più) con una spolverata di meloni a guarnire, al culmine di un teatrino messo in piedi per far contenti sia gli ufficiali che la ciurma.

Provo a dare un’interpretazione trasversale a queste tre dichiarazioni di principio, e sui relativi pronunciamenti nel merito del premier dimissionario.

Il Migliore afferma che in Italia ci sono pesanti ingerenze finanziarie sgradite – sia chiaro: ce ne sono anche di gradite –, che a lui ripugnano alleanze con paesi autoritari nonostante siano membri dell’Unione Europea con pari diritti, e che la politica italiana e soprattutto il governo non lo meritano.

C’è una parola per definire tutto questo: disprezzo. Un disprezzo tracimante, invincibile per le regole, per i popoli, per le persone, per la politica. E una conclusione inevitabile: chiunque sia capace di tanto disprezzo non è degno, e non lo è mai stato, di guidare un paese.

Lo può fare, lo ha fatto e non si può ragionevolmente escludere che lo rifarà, soltanto perché gli italiani sono un popolo molto scrupoloso con l’aria fritta – la sua leggendaria reputazione, ad esempio – e molto più lasco con le questioni di sostanza.

L’altra faccia della medaglia è che quando uno come Draghi spara simili loffe incendiarie (le ultime di una lunga serie, da ‘Erdogan dittatore al ‘volete la pace o il condizionatore, inaccettabili in un uomo di mediocre intelletto e ancor più mediocre cultura, figuriamoci in lui), o si deve postulare che Draghi per primo sia un campione di trista mediocrità, o che gas letali stiano invadendo la miniera e convenga volar via dalla gabbietta, o un mix omogeneo delle due cose.

Draghi smentisce che partiti italiani siano interessati da fondi russi, e contemporaneamente apostrofa non meglio precisati leader di essere dei “pupazzi prezzolati”. E così liquida la questione interna senza, beninteso, assumersi obbligazione alcuna facendo i nomi: getta il sasso, e nasconde la mano.

Sul piano delle relazioni estere, in pratica Draghi sostiene che nonostante ci siano cataste di trattati e accordi, possiamo permetterci di scegliere certi partner e ricusarne altri. Con tanti saluti alla reputazione, alla fiducia e all’affidabilità internazionali: sembra la Casa delle Libertà di Corrado Guzzanti, dove tutti fanno un po’ come gli pare, ma soprattutto lui.

Il corollario è che, in barba a statuti, accordi ed equilibri (che non contano nulla, a meno che non siano favorevoli all’interesse del momento), il paese è preda di un atteggiamento schizoide: non esiste nei fatti alcun progetto, alcuna agenda, alcun metodo Draghi, ma solo un menare fendenti al buio confidando nell’assenza di memoria – per godere della quale, del resto, servirebbe maneggiare fatti da ricordare – dei ‘cari inferiori‘.

Da ultimo, nonostante Draghi petisse la più alta carica dello Stato, l’indisponibilità a continuare l’opera di distruzione creativa, come lui stesso l’ha definita, in ruoli mediani politicamente esposti, può indicare la volontà di smarcarsi dalle responsabilità dell’esito di questa augusta visione: le macerie, il loro sgombero, la caccia ai demolitori.

Sembrano molto lontani i tempi del dossier Mitrokhin, dove oltre ai finanziamenti ai partiti comunisti italiani si parlava di depositi di armi e basi logistiche clandestine – dettaglio colpevolmente messo in second’ordine dai cronisti dell’epoca: e dire che l’eco di terrorismo e stragismo era ancora percepibile.

All’epoca non esisteva la formula fake news, non c’erano i fact-checkers, non si ponevano aut-aut: si discuteva, si polemizzava. Male, in modo ideologico su entrambi i fronti, ma si faceva.

Del resto, anche le ingerenze americane nella politica di altri paesi, insieme all’ammissione di John Bolton di aver causato un certo numero di colpi di stato, dovrebbero indurre tutti a miti consigli, elaborando un giudizio storico meno stilizzato e caricaturale.

Se le ingerenze e le quinte colonne sono un problema, lo sono sempre. Ignorare quelle autentiche e scagliarsi contro quelle presunte, o addirittura false, è una pessima opzione che svela però, a mio giudizio, una situazione di estrema difficoltà dell’uomo e dei suoi adepti.

Draghi dovrebbe sapere, e tenerne graziosamente conto, che come denunciato da Europol le armi da guerra donate agli ucraini tornano alle organizzazioni criminali europee, delle quali abbiamo in Italia vivaci rappresentanze.

Questo, a proposito di basi russe clandestine sparse sul territorio all’epoca della Guerra Fredda: fossero della n’drangheta, salafite o addirittura della mafia ucraina, da sempre legata a doppio filo a quella russa, cambierebbe?

Fuori dai denti, come scrive Analisi Difesa, le armi spedite stanno tornando indietro. Secondo uno dei principi cardine del teatro enunciati dal drammaturgo Anton Čhekhov, “se quando si alza il sipario si vede un fucile appeso alla parete, prima della fine dello spettacolo quel fucile deve sparare”.

Si tratta di capire contro chi. Nessuno finora ha notato che se regalo un fucile al vicino di casa, lui potrebbe anche usarlo contro di me.

Cestinata ogni cautela, il Migliore procede per sparate propagandistiche, sulle conseguenze delle quali saranno altri a dover mettere una toppa.

A questo punto, unendo i puntini del quadro complessivo, non mi resta che una boutade complottista (mi vergogno a chiamarla teoria, non sono degno): non sarà che questo terrificante prosciugamento di risorse pubbliche con la scusa di appagare pantagruelici appetiti dell’industria finanziaria (denaro digitale), sanitaria (vaccini ormai anche contro il malumore) e militare (armi come arachidi ad un aperitivo di laurea), intrecciato a scelte sconsiderate non serva a creare le condizioni per una destabilizzazione caotica?

Si tratta, in fondo, di concentrare risorse in un manipolo molto ristretto di centrali probabilmente in difficoltà sul piano finanziario e soprattutto geopolitico, le quali non hanno bisogno di ancora più denaro (diamine, lo stampano e se lo distribuiscono fra di loro), quanto di sottrarlo ai loro competitor, prosciugando il sistema.

Conoscenze tecniche e tecnologiche sono allegramente migrate ad est. Come suggerisce il vertice di Samarcanda (e i Brics in fase di allargamento) si profila un abbandono massivo di logiche e strumenti occidentali, fra i quali spicca il denaro.

Il tuonare psichiatrico contro le ingerenze straniere, fatto che ormai accomuna Vecchio e Nuovo Mondo (come ci piace chiamarli da quei mitomani che siamo), più che una guerra al mondo multipolare, sembra un rozzo tentativo di risolvere beghe interne.

Il sistematico capovolgimento di notizie riguardo la guerra e le analisi rabberciate che tengono dietro, la recessione mite che ci attende, un sistema sanitario disastrato ridotto a plotoni di pungitori che operano sulla pubblica via, l’incessante, molesto e aggressivo rigirare la frittata dei media potrebbero indicare che il cul de sac in cui il sistema si è infilato sia molto più profondo, stretto e cupo di quanto si pensi.

La brusca accelerazione impressa alla macchina, invece di perfezionare il piano – transizione ecologica e digitale, identità digitale, controllo ferreo del contante (non più proprietà ma comodato d’uso oneroso) – l’ha fatta sbandare schiantandola contro un muro.

La vita dell’Occidente ci scorre davanti agli occhi prima del botto, mentre discutiamo del profumo dell’Arbre Magique.

 


 

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