Un lettore mi scrive.

 

John Waine
John Waine, nei panni dell’attore

 

Cantava il Barbiere di Siviglia:

“La calunnia è un venticello, / un’auretta assai gentile / che insensibile, sottile, / leggermente, dolcemente / incomincia a sussurrar.

Piano piano, terra terra, / sottovoce, sibilando, / va scorrendo, va ronzando; / nelle orecchie della gente / s’introduce destramente / e le teste ed i cervelli / fa stordire e fa gonfiar….”

Quante volte, non facendoci caso, lasciamo correre, un po’ storditi dalle tante voci che si accavallano, si moltiplicano, s’intrecciano, diffamano, mortificano, uccidono. Quanto male può fare una lingua! Può rubare una reputazione, tanto da essere ascritto, sin dalle origini della nostra civiltà tra i comportamenti etici sanzionati subito dopo il furto, imponendo di non asserire cose false di vicini, parenti, estranei conosciuti o meno. Sul rispetto di regole scritte e non scritte si fonda una civiltà! 

Un amico di gioventù, quel John Wayne dei film western che tanti della mia età apprezzavano (uomini tutti d’un pezzo, belli…) ricordava che dove arriva l’uomo prima o poi arriva la legge e, prima o poi, l’uomo scopre che Dio è arrivato prima. Se ha memoria, se ha amore a sé; altrimenti sarà vittima dell’oblio, di quell’ottundimento che ha colpito tanti, in questi anni. Soprattutto negli ultimi. 

Un altro vecchio amico parlava di trascuratezza dell’io: se qualcuno ci schiaccia distrattamente un alluce ne abbiamo subito un risentimento, e ci ergiamo in uno sguardo minaccioso, se invece ci schiacciano la personalità, in modo tale che essa ne risulta letteralmente soppressa o inebetita, questo lo subiamo «tranquillamente» tutti i giorni (Luigi Giussani, In cammino). 

Lo abbiamo visto per diversi anni accadere, tanto da non farci più caso, da renderci abituati all’insulto, alla denigrazione pubblica di chi è diverso – oh, non per quello che riguarda scelte intime e di vissuta affettività che, anzi, tale diversità è gradita e fomentata dal potere. Chi non la pensa esattamente come me, o come te, su determinate questioni non è più un avversario – uno che guarda le cose da un altro verso, da una diversa prospettiva – né un antagonista –  anche qui, da un angolo, da un’angolatura differente – non è un rivale ma un nemico (uno indegno di rispetto, di dibattere alla pari, titolare di una sua propria dignità che non dipende dall’interlocutore di turno o da altri influencer) ma si uccide – se non fisicamente, moralmente. È accaduto nella vicenda Covid ed in quella Ucraina: portare ragioni, interpretazioni, elementi di giudizio (storico, scientifico, filosofico, morale, politico, … vedete un po’ voi quante angolature può prendere una certa prospettiva). 

Continuava Don Giussani: È per la consapevolezza di questo che, ogni qual volta ci mettiamo a ragionare su qualcosa, vogliamo scoprire in che modo siamo influenzati e ingombrati da un a priori o da un preconcetto derivati dalla pressione che «il mondo» – ciò che ci circonda – attraverso i mass media e altri strumenti (come la scuola, la politica, eccetera) esercita su di noi.

Accade così che per anni epiteti insignificanti assurgono al ruolo di insulti gravosi, che portano all’esclusione sociale, all’ostracismo. Ricordiamo tutti l’accostamento tra “no-vax” (che poi era rivolto a persone che, in massima parte, mai avevano obiettato alle vaccinazioni previste e tutte le avevano fatte salvo particolari problemi di salute) e “negazionisti”, con chiaro riferimento al revisionismo storico sul tremendo evento della shoah, quella “tempesta devastante” che ha cancellato milioni di vite, riducendole al fumo che saliva lento dai camini dell’universo concentrazionario nazista (non che quello contemporaneo e successivo di matrice marxista fosse più “umano”). 

La società è stata portata, da questi adepti dell’infamazione, fino all’orlo di un baratro: quello della lotta di tutti contro tutti. Ricordiamo quel piccolo ministro della Repubblica che godeva nel descrivere la tortura fisica e psicologica del “tampone” naso-faringeo trisettimanale (per tacere d’altro) quale alternativa ad un’iniezione od alla morte per denutrizione (non ti fai iniettare, non lavori, non mangi, muori… e fai morire chi hai messo al mondo!!). 

In questa perversa spirale di malevolenza è rimasta quella legge, ancorché non di rango costituzionale, che per preservare la convivenza civile, vieta la diffamazione, l’ingiuria, la calunnia.

Un piccolo articolo del codice penale, il 595, interviene con il suo carico di deterrenza (qualora non fosse stato sufficiente il predente articolo 594). Purtroppo, né l’uno né l’altro sono sempre sufficienti.

Ed è sicuramente notevole che di un tal fatto se ne occupi la magistratura nei confronti di una pubblicistica nata quale moralizzatrice dei costumi nazionali: l’uomo (in questo caso il fondatore: Eugenio Scalfari, riposi in pace) è arrivato, è arrivata la legge (in verità ‘c’era anche prima e sembrava valesse solo per alcuni e non per altri, secondo quel risorgimentale ed indimenticato insegnamento che “la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta”), quindi si è affermata un’etica, una morale conseguente… ma non è stato sufficiente. Ed è dovuto intervenire il magistrato, nel duplice e distinto ruolo inquirente e giudicante. E Repubblica, o meglio una sua giornalista, è stata colta in fallo. Sicuramente non è definitiva la sentenza, potrà essere impugnata, modificata, forse ribaltata, ma le “parole sono pietre”, come disse il poeta. A volte miliari. E la sentenza vi invito a leggerla qui o qui; potete trovare commenti più o meno tecnici, ad esempio qui e qui e qui e qui ma la fonte diretta è sicuramente la migliore. Speriamo, infine che la giornalista ed il suo editore riscoprano quella legge che per prima fondò la società, riconoscendo agli uomini quegli stessi diritti da Dio posti nella Sua prima legge.

 

Attide

ovvero

araldista inetto 

 

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