Fedor Dostoevskij, scrittore russo

Fedor Dostoevskij, scrittore russo

 

 

di Elisa Brighenti

 

Del grande scrittore russo, si dovrebbe parlare in poesia, evitando le dissertazioni. Perché i suoi scritti creano nel lettore il timore della soggezione, una soggezione profonda che è madre di un silenzio mistico, il silenzio protetto, reso in omaggio a quei protagonisti, tutti figli della malattia, tutti genialmente maledetti e visitati dalla sventura. Si entra nel terreno dell’osservazione religiosa. Dissertare vorrebbe dire giudicare, ma il giudizio in circostanze che appartengono alla visione dello spirito, porterebbe ad una deturpazione e ad uno stravolgimento dei contenuti. I personaggi non devono essere appresi in un contesto narrativo, Dostoevskji non mette a disposizione canoni specifici per la comprensione dei protagonisti, perché il tessuto del racconto è la storia della coscienza, che è più forte dell’esercizio della conoscenza di coglierne i significati. Leggendo, ci vengono incontro pensieri reconditi, quelli che non confesseremmo a nessun amico. I pensieri della coscienza criminale, quelli cioè della coscienza della colpa. Basti pensare per contrasto alla prosa virtuosa di Proust nella Recherche o alla lirica aristocratica di Goethe, dal Werther alle Affinità elettive. Gli accenti e le intonazioni di questi accompagnano una produzione lineare e confortevole, in cui le audacie psicologiche dei personaggi non sono che squisitezze che incantano il lettore e che, se lo trafiggono, non arriveranno mai ad ucciderlo. Le confessioni dei protagonisti arricchiscono una trama borghese, fredda e superba. La mortificazione cristiana invece, propria del romanziere russo, è più di un’indagine, più della spiegazione del vissuto dei personaggi. E’ una terribile ammissione di colpevolezza, è lo svelamento tremendo dei possibili abissi in cui può scendere la coscienza dell’uomo. E qui l’intersezione con il ruolo fondamentale della malattia è immediata. La malattia sovrana, l’epilessia, che conobbe un aggravarsi in seguito alla condanna a 4 anni di lavori forzato in Siberia. Egli ne scrisse direttamente, o la traspose nei personaggi di Smerdjakov, del principe Myskin nell’Idiota, o il nichilista Kirillov nei Demoni. E sempre appare come suggerimento esterno, principio propulsore di una evoluzione personale diretta verso la disinibizione dalla paralisi. I momenti che precedono lo scatenarsi dell’impulso malato sono gli stessi in cui il genio creativo di Dostoevskij raggiunge la massima espressione. L’epilessia assume la nota distintiva della malattia sacra, inevitabile nella tragedia e guida per il suo superamento , allo stesso tempo. In altre parole, segna la storia di un uomo proiettato in alto, che ci vuole dire che certe conquiste spirituali non sono prescindibili dalla malattia, dalla follia e dal crimine spirituale. I grandi malati sono dei nuovi crocifissi, sono le vittime offerte all’umanità per la sua stessa elevazione, perché amplifichi la capacità di sentire e conoscere, perché giunga alla più alta salute.

 

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