di Mattia Spanò

 

In questi giorni spopola sui social una domanda bambinesca rivolta alle donne: preferiresti trovarti nel bosco con un orso o con un uomo? Si tratta di una palese idiozia: a domanda idiota, è lecito attendersi risposta più idiota. Difatti pare che la maggior parte delle ragazze intervistate abbia risposto che preferirebbe l’orso, argomentando spesso e volentieri in modo esilarante.

Naturalmente si sono scomodati fior di commentatori e sedicenti intellettuali a spiegare il fenomeno, un po’ come accadde con il “parlare in corsivo” e il mitologico “petaloso”, ormai consultabile sulla Treccani. Come ho detto, il più delle volte si tratta di dare una risposta cretinamente provocatoria ad una domanda altrettanto cretina. Ma in questa fiera dell’idiozia ci sono aspetti più profondi e meno banali da esaminare.

Il primo è l’esigenza delle persone di essere riconosciute, accettate e soprattutto apprezzate integralmente, senza se e senza ma. Questa stima integrale è conseguita manu militari tramite la denigrazione e l’asservimento dell’altro, che sotto minaccia di sanzioni sociali, civili e penali viene privato della facoltà di giudicarci mentre invece è vincolato a subire qualsiasi giudizio da parte nostra, senza poter ribattere. Pretendiamo di non essere giudicati mentre possiamo – in un certo senso: dobbiamo – giudicare tutto e tutti.

Il secondo aspetto è il rifiuto del pensiero razionale e della verità sedimentata. Qualsiasi forma di pensiero è ormai ridotta alla decostruzione della razionalità e della verità. Tutto ciò che è stato vero per secoli o addirittura millenni è sbrigativamente derubricato alla voce “pregiudizio” o “stereotipo”. Il problema è che dietro questi “stereotipi” si picconano zelantemente le categorie aristoteliche dell’intelletto: se resistono da 2.500 anni, un qualche fondamento veritativo devono pur possederlo.

Il terzo aspetto è l’affermazione, per certi versi paradossalmente logica, di un contropensiero (o depensiero) totalmente irrazionale opposto a quello razionale. Si ritiene che questa forma di rifiuto e negazione di ogni ordine estraneo ad una categoria – ad esempio donna, oppure omosessuale, transessuale, nero, obeso e via dicendo – costituisca di per sé il fondamento di un pensiero identitario esclusivo e legittimo. In parole povere: l’unica verità solida risiede nel fatto di negare la verità da una parte, e dall’altra rescindere i legami dal resto dell’esistente, ricavando di una nicchia culturale che sopravvive in condizioni fortemente avverse, come un relitto in mezzo al mare.

Non sfugga che questo modo di approcciare e rinnegare il pensiero è oggi predominante nella stessa Chiesa Cattolica grazie ad un pontefice che a suon di sogni, emozioni e altre sgangheratezze non perde occasione di minacciare, disprezzare e umiliare non soltanto le verità di sempre, ma anche lo stesso ordine razionale ad esse sottostante.

La pia illusione sottostante queste forme disarticolate e laide di contropensiero è che esso sia altrettanto solido, durevole e cogente della razionalità che nega ferocemente. Si basa sulla convinzione scapestrata che il sovvertimento e la manipolazione di un ordine siano un contrordine uguale e contrario, ma tutto sommato perfettamente accettabile.

Ciò in virtù di due moloch intellettuali. Il primo è che la parola e la sua strutturazione in un discorso sui massimi sistemi siano pura convenzione. Se chiamo Gesù Cristo Orsotto Potto è esattamente la stessa cosa: non cambia nulla. Allo stesso modo, se dichiaro che l’aborto è un diritto universale e non una brutta e dolorosa possibilità accordata da una tragica deviazione morale, esso diventerà qualcosa di umanamente desiderabile.

Il secondo è che la coscienza umana è un oggetto straordinariamente malleabile. Qualche sera fa, scorrendo il libro di letture di prima elementare di mio figlio, mi si è gelato il sangue leggendo il titolo di una di queste: “Paurissima!”. Ripeto: libro di letture d’italiano.

Assodato che comparativi e superlativi non si applicano ai sostantivi come “paura” ma soltanto agli aggettivi, in nome del fatto che siano sopraggiunte nell’uso comune espressioni da paracappati come “fa riderissimo”, “buongiornissimo” e a quanto pare “paurissima”, ecco che si distrugge una regola in nome di un uso scomposto del linguaggio.

Su una scala più rozza e pericolosa, si è affermato che ci siano “armi per la pace”, che vaccinarsi sia “un atto d’amore” verso il prossimo, e che qualsiasi meteorismo mentale di una minoranza afflitta debba essere incluso fra “i nostri valori democratici”, fra i quali svetta la censura come forma suprema di tutela della “libertà di parola”.

Prima o poi queste violenze distruttive esercitate contro la ragione e la struttura razionale portante del pensiero si affermeranno come “nuovo ordine mentale”, e già forse lo sono. Ma a differenza di ciò che hanno vittoriosamente scardinato, nel vincere la battaglia contro la realtà e la verità hanno eliminato le stesse idee di realtà e verità, cioè il presupposto che le validerebbe.

Questa è l’insanabile, insostenibile contraddizione che le consegnerà al ridicolo della storia. Questo significa che sia possibile e doveroso recuperare l’ordine precedente? Purtroppo, non è affatto detto e non può essere dato per scontato. Di sicuro però, dovremo riabituarci a cercare compromessi fra asserzioni violentemente apodittiche che cozzano le une con le altre, e a volte nei loro stessi presupposti interni. Dovremo far scoppiare la bolla di “paurissime” che ci impedisce di osservare e giudicare le cose per ciò che sono.

La prima domanda da farsi allora è: preferite trovarvi da soli nella selva oscura che la diritta via era smarrita insieme ad uno “stereotipo” o ad una “scemenza”? Personalmente, mi tengo stretto lo “stereotipo”.

 


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