di Rachele Sagramoso

 

Fu profeta San Giovanni Paolo II°, quando scrisse “Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita all’interno delle stesse comunità cristiane. Troppo spesso i credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni comportamenti inaccettabili” (Evangelium Vitæ 95).

Attualmente una donna che si prende la responsabilità di diventare madre, sperando di condividere tale scelta con un uomo che sente in sé medesima obbligazione morale, si trova di fronte a una cultura adultocentrica e ben lungi dal volersi commisurare con l’infanzia. A partire da una medicalizzazione terribile [di cui lo scientismo è la matrice genetica e della quale già scriveva il Santo Padre polacco: “La scienza si prepara a dominare tutti gli aspetti dell’esistenza umana attraverso il progresso tecnologico. Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere confini, visto come penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato si deve constatare, purtroppo, che quanto attiene alla domanda circa il senso della vita viene dallo scientismo considerato come appartenente al dominio dell’irrazionale o dell’immaginario. (…) Accantonata la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è riuscita a far accettare da molti l’idea secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa perciò stesso anche moralmente ammissibile” GPII (Fides et Ratio 88)] che giunge solerte come un treno svizzero ai primi segni di maturazione puberale modificando il ciclo ovarico (con la somministrazione di pillole anticoncezionali) sino a che la donna, non più tanto giovane, si concede il piacere del concepimento di un figlio, la medicalizzazione esercita sulle donne un fascino mostruoso, coinvolgendo l’intero nucleo familiare (marito, genitori, parenti) tanto che poi la donna si sente costretta a dimostrare di saper mettere al mondo una creatura sana, bella e, soprattutto, “brava”. La nascita è oramai un terno al lotto: se va bene la madre riesce a dare alla luce un figlio senza troppi esiti dolorosi, se va male le viene “proposto” il taglio cesareo che sicuramente fa stare tranquillo il medico, il marito e il parentame. Non mi addentro nella delicata fase dell’accudimento dove la madre è al centro di dispute generazionali che si mettono a tacere solo se giunge, dall’alto, il provvidenziale biberon di formula lattea. Dopo aver rovinato nove mesi di gravidanza, ore ed ore di parto, giorni interi di puerperio… la madre viene lasciata sola.

Non è un segreto di Stato affermare il fatto che l’ideologia emancipatoria ha portato la donna a credere nel fatto che sia un suo diritto quello di guadagnarsi la pagnotta in completa autonomia, facendosi corrispondere uno stipendio non solo per mantenersi, ma anche per constatare il proprio valore. Va da sé ch’ella, nutrita da una “cultura del distacco”, si trovi sola come un cane ad affrontare la crescita di un figlio piccolo, dribblando tra la necessità di tornare a lavorare immediatamente, e tutta una serie di idee politiche che mirano a trasformare tutte le madri in fattrici per la Patria. Sì, perché con la scusa di affermare che la donna deve avere la propria libertà, interi plotoni di madri sono costrette a scendere a patti con il proprio istinto materno, convogliando le proprie energie nel tentare di trovare una scusa decente per adattarsi al fatto che il proprio bambino verrà allevato da altri.

Socializzazione, buone performance scolastiche (lo dicono i pediatri, avranno ragione…), maturazione cognitiva eccellente… basta questo per convincere le madri che tutto quello di cui i loro bambini hanno bisogno è di adulti professionalmente formati che facciano dei loro piccini futuri lavoratori. Una gioia infinita, mi pare, condita da aberrazioni scolastiche imposte da agenzie sovranazionali, che obbligano i bambini a sentir parlare di masturbazione e tutela ambientalista sin dai primi anni di Scuola dell’Infanzia ed Elementare (Dio benedica le maestre con spirito critico che, a botte di Maalox, parlano ancora di fiori e fiabe o anche solo di Visigoti e fotosintesi clorofilliana).

Nel contempo la madre è sola: se va male è tornata al tran-tran pregravidico fatto di riunioni con i colleghi e cene di lavoro, se va meglio (alla faccia del meglio) è sola e teoricamente abbandonata da tutti, ad affrontare la prima infanzia di un bambino (e forse di altri piccoli). Teoricamente perché lo sguardo di tutti è puntato sulla madre, da sempre. Se il bambino piange nella culla, è perché ella è un’incapace. Se il bambino non apprezza l’omogenizzato di rape, è perché ella è inabile al suo ruolo. Se il bambino non accetta facilmente i vari step scolastici, è perché ella è un’inetta. Sì perché se il bambino corrisponde all’idea culturale che lo definisce “bravo”, allora la mamma è brava, se il bambino dà dei problemi ecco il ditino alzato (pediatri, educatrici di scuola, insegnanti… assistenti sociali eccetera) che la giudica un’emerita idiota incapace. Allora lì non è più sola, ma nell’occhio del ciclone di suocere e vicine di casa, che invece che schiodare le terga dalla poltrona e darsi da fare per aiutare la mamma, se ne stanno lì a sentire mamma che urla, giudicando lei come una pazza e i suoi figli come piccoli despoti viziati.

Chiaro il quadro?

Allora di cosa c’è bisogno? Quello che abbiamo ideato è un percorso formativo non semplice, non automatico, che prende le mosse anche dal seguente monito: “Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un «nuovo femminismo» che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli «maschilisti», sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento. Riprendendo le parole del messaggio conclusivo del Concilio Vaticano II, rivolgo anch’io alle donne il pressante invito: «Riconciliate gli uomini con la vita». Voi siete chiamate a testimoniare il senso dell’amore autentico, di quel dono di sé e di quella accoglienza dell’altro che si realizzano in modo specifico nella relazione coniugale, ma che devono essere l’anima di ogni altra relazione interpersonale. L’esperienza della maternità favorisce in voi una sensibilità acuta per l’altra persona e, nel contempo, vi conferisce un compito particolare: «La maternità contiene in sé una speciale comunione col mistero della vita, che matura nel seno della donna… Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea a sua volta un atteggiamento verso l’uomo — non solo verso il proprio figlio, ma verso l’uomo in genere — tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna». La madre, infatti, accoglie e porta in sé un altro, gli dà modo di crescere dentro di sé, gli fa spazio, rispettandolo nella sua alterità. Così, la donna percepisce e insegna che le relazioni umane sono autentiche se si aprono all’accoglienza dell’altra persona, riconosciuta e amata per la dignità che le deriva dal fatto di essere persona e non da altri fattori, quali l’utilità, la forza, l’intelligenza, la bellezza, la salute. Questo è il contributo fondamentale che la Chiesa e l’umanità si attendono dalle donne. Ed è la premessa insostituibile per un’autentica svolta culturale” (GPII Evangelium Vitæ 99).

A partire da un’infarinatura di fisiologia femminile per sganciare fisicamente la donna dalla medicalizzazione, affronteremo non la cultura sull’infanzia, bensì la verità biologica sulla relazione madre-bambino, catapultandoci sul nostro essere donne che accolgono il progetto di Dio su di noi stesse. La vocazione materna (biologica, spirituale, affidataria e adottiva) non può farcela da sola, in uno stato di abbandono politico e sociale. Primo passo da fare è capire come si sta tra donne, come si affronta la femminilità scevra da femminismi vecchi e ammuffiti. Il gruppo si formerà in presenza, dove lavorerà con delle impostazioni teoriche e pratiche, in seguito sarà tutto online: parleremo di economia, storia, sessualità… Insomma: un vero viaggio verso le donne e con le donne, per la costruzione del “nuovo femminismo”.

Le donne interessate possono informarsi cliccando su:

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