Ritorniamo sull’omicidio di don Roberto Malgesini con un articolo di Jules Gomes, pubblicato su Church Militant, che fa il punto della situazione a partire da alcuni particolari della morte del sacerdote. L’articolo è tradotto da Elisabetta Sala.

 

Don Roberto Malgesini
Don Roberto Malgesini

 

Fonti affidabili hanno rivelato a Church Militant che il clandestino che ha ucciso il sacerdote “vicino agli ultimi” potrebbe essere legato a una moschea o a gruppi radicalizzati.

Venerdì scorso, per don Roberto Malgesini è stato celebrato un funerale da eroe, dopo che, come è emerso dall’autopsia, il cinquantatreenne musulmano tunisino Mahmoudi Ridha aveva tentato di decapitare il sacerdote.

“Mahmoudi Ridha voleva tagliargli la testa. L’ampia ferita al collo in particolare farebbe pensare a un tentativo di decapitarlo”, scrive un giornale locale.

Secondo l’anatomopatologo Giovanni Scola, incaricato dalla procura di eseguire l’autopsia, la ferita “appare suggerire un tentativo di decapitazione non portato a termine per la volontà di resecare il piano osseo della colonna vertebrale” (leggi qui).

 

Il tipo di morte ricorda il Jihad

Un noto studioso di legge coranica ha dichiarato a Church Militant che il tentativo deliberato di decapitare gli infedeli era tipico delle esecuzioni islamiche, le quali applicavano la prescrizione coranica: “Così, quando incontrerete coloro che non credono [nella battaglia], colpiteli al collo fino a che non avrete loro inflitto la morte” (47.4).

“Il prete è morto come un cane, era giusto così”, Ridha ha detto martedì mattina dopo aver ripetutamente pugnalato il cinquantunenne don Roberto Malgesini in piazza San Rocco, nel centro di Como.

Lo studioso ha sottolineato come il termine derogatorio utilizzato dall’assassino sia di una certa importanza, giacché gli infedeli sono notoriamente chiamati “cani”. Riguardo a loro, il versetto 7.176 del Corano recita: “Così il suo esempio è come quello del cane: se lo insegui egli ansima, e se lo lasci stare ansime [ugualmente]. Questo è un esempio di coloro che hanno negato i nostri segni”.  “Nel gergo islamico, la parola “cane” è usata come il peggiore degli insulti”, ha aggiunto.

 

Ignoranza deliberata

Papa Francesco, però, insiste sul fatto che l’assassino fosse un “bisognoso”, una persona “malata di testa”, utilizzando questa formula insolita per riferirsi alla possibile malattia mentale di Ridha.

Come spiega a Church Militant una linguista italiana, però, si tratta di un epiteto inappropriato, non riscontrabile in italiano corretto (l’espressione da usare sarebbe infatti “malato di mente”, non “di testa”, che nulla ha a che vedere col mal di testa). “Non so se il Papa voglia deliberatamente essere ambiguo o se il suo italiano sia ancora imperfetto”, la linguista ha dichiarato. “Certo non gli piacerebbe che la sua versione pro-migranti e pro-musulmana si dimostrasse errata, se davvero si riscontrasse che l’assassino era spinto da motivazioni legate al Jihad”.

Nonostante diversi rapporti di polizia affermino al di là di ogni dubbio che l’assassino non abbia mai sofferto di “problemi psicologici certificati” e non abbia una storia pregressa di malattia mentale, i vescovi italiani, la Caritas e i media del mainstream hanno frettolosamente dichiarato, e all’unanimità, che si tratti di psicopatia, come Church Militant ha già scritto (leggi qui).

Robert Spencer, storico, esperto di Islam e autore del libro The History of Jihad: From Muhammad to ISIS, dichiara quanto segue:

“Nessuno, tra i media, la Chiesa o la polizia ha cercato di scoprire se la dottrina islamica che esige violenza contro gli infedeli potesse essere un movente per l’omicidio di don Malgesini, perché tutti e tre sono profondamente convinti che una simile dottrina non esista e che l’Islam sia una religione di pace che non ha nulla a che vedere con il terrorismo.

È dunque inconcepibile per loro riconoscere che Mahmoudi Ridha possa essere stato portato ad uccidere da versetti coranici come “uccideteli ovunque li troviate” (2:191, 4:89, cf. 9:5) e “quando incontrerete gli infedeli, colpiteli al collo” (47:4). Due sono le possibilità: o non sanno dell’esistenza di tali versetti, oppure sono certi che nessuno musulmano dei giorni nostri li possa prendere seriamente e decida di metterli in pratica. L’unico atteggiamento che rimane a chi è affetto da tale ostinazione nell’ignoranza volontaria è quello di insistere sul fatto che Ridha sia “malato di mente””

La regione in cui si è verificato l’omicidio, però, ha legami profondi con il terrorismo.

 

Legami regionali con il terrorismo

Francesco Maggio, esperto di rapporti interreligiosi con l’Islam per l’Italia, ha confermato a Church Militant che esiste la possibilità che Ridha si sia radicalizzato in una delle moschee di Como o di Milano:

“Quando era ministro degli interni, Salvini aveva specificamente incaricato la polizia di indagare sulle moschee di Como: le indagini svolte da diversi investigatori in momenti diversi appurarono il fatto che Como fosse un centro di proselitismo islamico.

Gli integralisti danno l’impressione di essere musulmani moderati, sorridendo e cercando di ingraziarsi gli abitanti locali; ma la Lombardia è un nido di vespe, piena di islamici militanti. Lo stesso vale per Emilia-Romagna, Campania, Piemonte, Veneto e Toscana.

Ci sono tre moschee e tre centri culturali islamici a Como, uno dei quali predica l’Islam salafita. Molti musulmani residenti nella regione reclamano da anni perchè il governo non li accontenta”.

Sono circa un migliaio le moschee e i “centri di preghiera” illegali in Italia, settantacinque dei quali si trovano in Lombardia.

Nel 2005, il tunisino Litayem Amor Ben Chedli fu espulso da Como per attività legate al Jihad. Chedli era il vicepresidente dell’associazione di Cultura Islamica di Como. Negli ultimi dieci anni sono stati diversi i tunisini deportati per legami con il terrorismo.

Secondo il professor Lorenzo Vidino, Milanese, direttore del Program on Extremism presso la George Washington University, diversi affiliati a istituti culturali islamici “hanno fondato o rilevato moschee in altre città lombarde come Como, Gallarate e Varese”. “Le autorità italiane sono oggi particolarmente preoccupate della componente tunisina” delle reti jihadiste, il professor Vidino aggiunge, poiché “diversi dei capi di Ansar al-Sharia Tunisia (un gruppo salafita con forti spinte jihadiste) hanno forti legami con l’Italia”. Vidino suggerisce comunque che non ci debba necessariamente essere un legame tra un musulmano radicalizzato e una moschea radicale locale, data l’alta frequenza della radicalizzazione via internet.

 

L’omicida prepara la difesa

Le forze dell’ordine hanno trasferito Ridha dal carcere di Como in un’altra sede, per paura di reazioni scomposte da parte dei carcerati, molti dei quali erano molto affezionati a don Malgesini.

Dopo aver confessato l’omicidio, subito dopo averlo compiuto, davanti al giudice Mahmoudi ha invece cambiato versione e ritrattato, dichiarando: “Non sono stato io. Mi sono ferito alla mano da solo” (leggi qui).

I media del mainstream, sostengono alcuni, potrebbero servirsi di questa nuova versione per tornare all’ipotesi iniziale, quella della malattia mentale. 

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, Mahmoudi ha preparato una trappola per il sacerdote dicendo di avere mal di denti; all’arrivo di don Malgesini, alle sette, in piazza San Rocco, l’assassino lo ha pugnalato alle spalle.

Sabato scorso, celebrando la Messa in sua memoria, l’elemosiniere papale Card. Konrad Krajewski, ha rappresentato il Papa e ha lodato il prete massacrato: un martire che, nelle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni, “ha dato la vita per i propri amici”.

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1