Riprendiamo alcuni stralci di un’intervista che don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione diede il 29.09.1984 a Luigi Accattoli del Corriere della Sera. Le sue parole sono profetiche.

 

Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani
Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani

 

Non è un montarsi la testa quel dare sempre un giudizio negativo della Chiesa italiana?

«Non direi che io abbia un giudizio negativo sulla Chiesa italiana. Anzi ha una grandissima tradizione. Dico che bisogna lottare per la verità di questa tradizione e perché questa tradizione sappia comunicarsi e sappia ispirare atteggiamenti e opere utili al bene comune. Al bene comune degli uomini. Mi pare che la Chiesa italiana dovrebbe assumersi in modo più adeguato il compito di valorizzare la profondità e la sicurezza tradizionale della fede popolare. L’aspetto che può generare più disagio nell’assetto della Chiesa italiana si può riassumere nella preoccupazione, espressa dal Papa a quasi tutte le Conferenze episcopali regionali, sul pericolo del divorzio tra fede e cultura».

Don Giussani, questa frase la deve spiegare.

«Per abolire il divorzio tra fede e cultura è necessario che la realtà del popolo cristiano, e quindi la Chiesa, sia energicamente presente nella problematica e nel dibattito che angustia la vita del mondo di oggi. Sulla difesa della vita, per esempio, o della libertà. Il Papa [Giovanni Paolo II] in Canada ha detto ai vescovi di aiutarlo a superare la “cospirazione del silenzio” nei confronti delle Chiese dell’Est. Vale anche per i nostri vescovi. Non sarebbe una fede vissuta quella che non dicesse qualcosa su tutta la vita dell’uomo. Sarebbe una grave iattura favorire una riduzione della vita della Chiesa a culto e rito, con qualche spinta a interessarsi degli emarginati».

Vede questa tendenza nella Chiesa italiana?

«Sì, nel tipo di educazione che ora si dà. Non frequento i centri studi, non pratico le statistiche, perciò non vorrei essere ingiusto nel dare un valore assoluto a osservazioni che comunque potrebbero valere in molti casi. Se abbiamo un difetto è l’entusiasmo per un’esperienza che ci fa vivere».

Forse è un entusiasmo eccessivo, che vi fa litigare con tutti: con i Gesuiti, con l’Azione cattolica, con gli Scouts, con l’arcivescovo di Milano. E siete nati ieri. Questa è gente tanto più antica.

«Il problema non è essere antichi, ma essere fedeli alla tradizione e alla verità dell’esperienza cristiana. Con moltissimi padri gesuiti abbiamo un rapporto di discepolanza. Con l’Azione cattolica e con gli Scouts, come con altri movimenti ecclesiali, abbiamo avuto un ottimo rapporto di collaborazione l’anno scorso, nella preparazione del Giubileo dei giovani. Spero che quella esperienza possa avere un esito permanentemente utile per la vita della Chiesa italiana. Per quanto riguarda il cardinale di Milano, essendo il nostro movimento nato da un certo insegnamento e da una certa tradizione, quella ambrosiana, come accenti e come modalità operative si può trovare di fronte al nuovo arcivescovo, che porta una sua storia, come di fronte a una novità di proposta. Mi pare che il lavoro per un adeguamento non può certo essere chiamato litigio. E come speriamo di essere valorizzati nel nostro carisma dalla larghezza del suo cuore, così vogliamo valorizzare la sua direttiva secondo le nostre capacità, secondo le capacità della nostra esperienza».

Non sempre parlate questo linguaggio. Il vostro atteggiamento polemico non me lo sono certo sognato io.

«Io personalmente non credo di pormi mai litigando con altri, eccetto che si sia così fragili e suscettibili, da confondere come polemica la vivacità di un modo di esprimersi. Inoltre è mia ferma convinzione che valorizzare il bene che esiste negli altri è un modo fondamentale per maturare la stessa propria esperienza. E questo, al di là di intemperanze di carattere, o di esuberanze giovanilistiche, credo identifichi l’atteggiamento dei miei amici e mio. Non credo sia polemica l’energia e la continuità con cui si dicono le ragioni che ci muovono. Anche se questo naturalmente non può non implicare una dialettica di opposizione. Certo che là dove subiamo o subissimo la mortificazione o l’umiliazione di essere emarginati dal dialogo comune, o da una comune iniziativa ecclesiale, allora non potremo certo adattarci, o tacere soltanto».

Ciò che vi crea dei nemici è la vostra «politica». Io stesso credo di apprezzare la vostra religiosità, ma non la vostra politica.

«Forse un approfondimento del nostro concetto di religiosità favorirebbe la comprensione della nostra posizione. La religiosità è l’affermazione di un senso ultimo che ogni coscienza implica, lo sappia o non lo sappia, criticamente o acriticamente. Tutto quello che la persona compie, criticamente o no, è illuminato da quel senso ultimo. Perciò esso funziona come un orizzonte totale, che tende a qualificare e a determinare tutto quello che l’uomo fa. Se questo vale per i rapporti tra genitori e figli, tra uomo e donna, tra uomo e uomo; se questo vale per il lavoro personale e per l’espressione personale, come potrebbe non valere per l’impegno dato alla sfera della politica, intesa come la realtà totale dei rapporti sociali? Dio ha forse detto che la fede deve fermarsi ai rapporti primari e familiari e non cercare di investire il mondo?».

Se dovesse formulare una preghiera in dieci parole, le ultime prima che la nave affondi, quali sceglierebbe?

«Che si manifesti Cristo, il più possibile, nella vita del mondo».

L’intervista è finita. La conversazione continua. Don Giussani vuole spiegarmi la sua preghiera in dieci parole. Ci tiene a precisare ancora un concetto:

«Ciò che definisce ultimamente la nostra posizione è una passione per l’uomo. Per l’uomo di questa terra. Che stia meglio come uomo. E dall’altra parte una passione per Cristo, incontrato come fattore ideale di questo umanesimo migliore».

 

 

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