Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani

Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani

 

di Brunella Rosano

 

Alcuni giorni orsono mi è capitata tra le mani l’intervista che don Angelo Scola, ora Cardinale, fece a don Giussani nell’ottobre del 1987 per la rivista “30 giorni”.

Si tratta di una lunga intervista che tocca parecchi argomenti, e l’occasione è data dal sinodo dei vescovi che si tenne a Roma dall’1 al 30 ottobre 1987 e che ebbe a tema “La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo”.

Curiosa la coincidenza temporale con l’attuale sinodo sull’Amazzonia che, nelle intenzioni, auspicava una “clericalizzazione” dei laici con l’istituzione dei “viri-probati” e delle “diaconesse”.

La prima domanda che don Scola rivolse a don Giussani riguardò proprio “l’indifferenza” dimostrata da Comunione e Liberazione nei confronti del “ruolo dei laici”. Don Giussani rispose:

«E’ vero, non abbiamo mai sentito il bisogno di tematizzare oltre un certo limite il concetto di “laico” perché tutta la nostra attenzione è concentrata sull’idea di “fedele”, di “battezzato”……….Che cosa è infatti il Cristianesimo se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo?…….. La questione eminente nella realtà cristiana non è dunque “laico o non laico”, ma l’accadere della “creatura nuova” di cui parla San Paolo, o “l’inizio di una creazione nuova”, come la chiama San Giacomo, o “nascita nuova” per usare le parole di San Giovanni. A tale uomo nuovo possono essere affidati compiti e funzioni diverse, ma questo, in fondo, è un problema secondario».

Don Scola prosegue chiarendo il mutato contesto in cui si trova a vivere oggi la Chiesa: “in una società fortemente secolarizzata, come la nostra, dove il cristiano è chiamato anzitutto a vivere la propria identità e a comunicarla agli altri”… Risposta di don Giussani:

«……tanto è vero che anche la presenza del sacerdote, del religioso, se non si ricompongono in una figura ed in un orizzonte missionario diventano, al massimo, oggetto di curiosità e, normalmente, di autoemarginazione. Questa realtà mi sembra ricondurre il Fatto cristiano non solo al temperamento, ma anche alla situazione stessa delle sue origini perché il Cristianesimo è testimonianza a Cristo. E basta».

Don Scola: “Negli ultimi anni lei ha riflettuto molto alla sfida che la modernità rappresenta per il cristiano”.

Don Giussan risponde:

«Perché è una sfida radicale – senza precedenti – in quanto viene portata alla concepibilità stessa dell’esistenza cristiana. Nell’epoca moderna, infatti, l’uomo considerandosi misura di tutte le cose, ci appare condannato a dibattersi tra una duplice alternativa: la presunzione o il cinismo…………. Il Papa (Giovanni Paolo II, n.d.r.) ha parlato dell’uomo contemporaneo come dell’uomo ridotto a “pezzo di materia o cittadino anonimo della città terrena”. Di fronte a tale situazione culturale il cristiano si trova a dover combattere innanzitutto per rivendicare il suo diritto all’esistenza ed affermare l’utilità storica della sua presenza in una realtà che considera la sua pretesa assolutamente irrilevante, insignificante.” …….”Così il cristiano si trova ad affermare il suo diritto all’esistenza – sia come mera possibilità sia come significanza – di fronte ad uno Stato che non gli è assolutamente meno nemico di quanto non lo fosse l’impero romano dei primi secoli. Che anzi, da un certo punto di vista, gli è oggi più radicalmente ostile».

Don Scola chiede poi a don Giussani cosa intendesse con l’espressione “crisi della coscienza religiosa dell’uomo contemporaneo” di cui aveva parlato in numerose sedi universitarie italiane. Don Giussani rispose che

« intendeva provocare una presa di coscienza che ha due poli: il primo è il pessimismo originario dell’antropologia cristiana, vale a dire la consapevolezza del peccato originale……. L’altro polo è invece l’ottimismo profondo di fronte all’esistenza e alla storia al quale il cristiano perviene in forza della coscienza della Resurrezione di Cristo. Invitavo quindi i cristiani a ridimensionare la loro speranza nel Progresso, nell’Evoluzione, nei Valori Comuni, e a fondarla invece in quel ‘pegno’ della Resurrezione finale che può rendere la loro azione umana capace del ‘centuplo quaggiù’ di cui parla il santo Vangelo. Il che significa un gusto ed un amore nell’impegno col tempo e con lo spazio che pur nella brevità e povertà dell’istante, sarebbero irreperibili in qualsiasi altra posizione umana. Se il primo polo realisticamente è causa di dolore, il secondo polo produce una letizia  invincibile dalle circostanze, sconosciuta al mondo. Ed anche una pace profonda perché, diceva Claudel,  “la pace in parti uguali di dolore e gioia è fatta”».

Ritornando al concetto di “laico” da cui ero partita, la casualità, o per meglio dire la Provvidenza, mi ha fatto ritrovare un vecchio volantino di CL del dicembre 2011 che riportava il discorso che Papa Benedetto XVI aveva rivolto alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i laici il 25 novembre 2011 sul tema “La questione di Dio oggi”.

Diceva Papa Benedetto:

«Non dovremmo mai stancarci di riproporre tale domanda, di ‘ricominciare da Dio’, per ridare all’uomo la totalità delle sue dimensioni, la sua piena dignità. ……Ma come risvegliare la domanda di Dio perché sia la questione fondamentale? Cari amici se è vero che ‘all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona ’ (Deus caritas est), la domanda su Dio è risvegliata dall’incontro con chi ha il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore. Dio viene conosciuto attraverso uomini e donne che lo conoscono: la strada verso di Lui passa, in modo concreto, attraverso chi l’ha incontrato. Qui il vostro ruolo di fedeli laici è particolarmente importante. …… Siete chiamati ad offrire una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell’agire. Nella famiglia, nel lavoro e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia».

(n.1 – continua)

 

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