«Non siamo polemici, abbiamo più vivacità degli altri» – «Io sono il presidente “a vita” della Fraternità, ma i miei successori saranno eletti a tempo» – Il significato dell’esperienza cristiana
Da una intervista del 29 settembre 1984 concessa da don Giussani a Luigi Accattoli del Corriere della sera.

 

Luigi Giussani
Luigi Giussani

 

Don Giussani è un prete che ha portato frutto. Il frutto della sua predicazione si chiama Comunione e Liberazione, un movimento che ora ha trent’anni. Per questa circostanza oggi lo intervisto. Lo incontro a Roma, alle Cappellette, un pensionato del movimento che si trova nelle vicinanze di Santa Maria Maggiore. Ma abitualmente don Luigi Giussani, prete milanese di 62 anni, vive e lavora a Milano. Fu a Milano, al liceo Berchet, che nel 1954, quando aveva 32 anni, iniziò a organizzare il suo movimento, che allora si chiamava Gioventù studentesca. Il nome Comunione e Liberazione risale al 1969. Nel febbraio del 1982 ha ottenuto il riconoscimento pontificio la «Fraternità di Comunione e Liberazione», che raccoglie il nucleo forte del movimento.

Don Giussani, tutti sanno cos’è il movimento di CL, quello che si mostra nei raduni e sulle riviste. Poco invece si sa della Fraternità di CL. Cos’è la Fraternità?
«Nella esperienza di Comunione e Liberazione ognuno di noi cerca una cosa sola: vivere la vita come rapporto con Cristo, fonte di intelligenza e di amore, nel modo meno indegno possibile. La Fraternità rappresenta l’aspetto più maturo dell’esperienza di CL, per il quale si è chiesto alla Chiesa un giudizio sulla sicurezza e sull’utilità ecclesiale dell’esperienza stessa. Non esige, per parteciparvi, che una coscienza adulta delle esigenze che la vita cristiana richiede, secondo il punto di vista della nostra esperienza. Esigenze da vivere nella libertà più responsabile, nel legame con amici che hanno lo stesso scopo e con la volontà di aderire alle direttive che discretamente danno coloro che sono i responsabili della Fraternità di fronte alla Chiesa».

Per essere concreti: che differenza c’è tra un membro di CL che ha – come lei dice – una «coscienza adulta» e un membro della Fraternità di CL?
«Non c’è differenza. L’adesione alla Fraternità è un atto formale, per cui uno e più sostenuto e aiutato».

Per tutta CL si fanno cifre – voi non date statistiche – che vanno da cinquantamila a centomila membri. I membri della Fraternità invece quanti sono?
«Sono circa settemila. Non ho il dato preciso, ma l’anno scorso erano più di seimila e sono stati sempre in crescita».

C’è una tessera?
«No. C’è una domanda da presentare e un’accettazione da parte della Diaconia della Fraternità».

Che fa la Fraternità? Ci sono riunioni?
«I membri si riuniscono per gruppi liberamente creati e autonomi. Lo scopo della Fraternità è di rispondere alla necessità, riconosciuta da chiunque vi partecipi, di avere un aiuto continuo per il proprio impegno cristiano».

La partecipazione a un gruppo è obbligatoria?
«No, ma è considerata ottimale. Chi non partecipa a un gruppo partecipa comunque a ritiri spirituali mensili, o ad altri incontri che avvengono zona per zona. Insomma: c’è un minimo di aiuto per tutti, e in più ognuno si può formare un gruppo».

Lei, don Giussani, fa parte di un gruppo?
«Faccio parte della Fraternità, ma non di un gruppo».

Non mi ha detto nulla sulle attività dei gruppi.
«Il gruppo è un’amicizia creativa. Quando è costituito, i membri possono tradurre il loro rapporto come credono. Da una condivisione della vita quotidiana alla fondazione di un’opera. Ve n’è che fanno scuole, cooperative di abitazione, centri culturali; altri più semplicemente si impegnano con la loro famiglia e professione. L’unica opera che tutti si impegnano a sostenere è la vita del movimento».

C’è una forma di autotassazione?
«Una corrispondenza mensile al fondo comune».

Con quale criterio? Ho sentito dire che è severo, che c’è chi versa un decimo dello stipendio.
«Il criterio è assolutamente libero. Vuole essere un richiamo al valore del disinteresse e della povertà. Si vorrebbe far rivivere il criterio antico della decima. Il fondo comune viene speso interamente ogni anno, a fini caritativi, culturali e soprattutto missionari».

Non può darmi un’idea delle attività normali di un membro della Fraternità?
«C’è una regola generale della Fraternità. I suoi punti fondamentali sono: la preghiera periodica, il sacrificio economico per il fondo comune, la riunione periodica in cui si approfondisce la catechesi e un’ultima disponibilità alle esigenze fatte presenti dalla Diaconia centrale, che è la responsabile della Fraternità».

Un gruppo, di norma, ogni quanto si riunisce?
«Settimanalmente».

Lei, don Giussani, è il «presidente a vita» della Fraternità…
«Purtroppo».

Saranno a vita anche i suoi successori?
«No. È già previsto che siano eletti a tempo».

Perché per lei si è scelta questa formula così impegnativa, che ricorda i Gesuiti, o l’Opus Dei?
«Credo che in genere chi dà origine a un movimento ecclesiale ufficialmente riconosciuto sia considerato dalla Chiesa come una garanzia per la direzione di marcia, o il legame con l’ispirazione originaria».

Nove anni fa ha accennato pubblicamente al desiderio di lasciare ad altri la responsabilità del movimento. Più recentemente ha detto che «continuare questa fatica è un modo anch’esso per prepararsi a morire».
«Continuamente insisto sull’opportunità di un cambiamento nel responsabile ultimo della Fraternità. Del resto siamo molto uniti e collegiali. Personalmente sono pronto. Quando si vuol bene a un’unica cosa è così brutto doversi occupare di tante altre. L’unica cosa è l’esperienza cristiana così come mi è stata fatta conoscere. Tutto il resto è l’ingranaggio organizzativo in cui necessariamente si traduce il tentativo di rendere organica la comunicazione ad altri di quello che si ama. Mi creda, è una cosa difficile e pesante».

Don Giussani, tutto quello che mi ha detto della Fraternità si ritrova in tanti altri movimenti ecclesiali e in tanti ambienti di Azione Cattolica. Preghiera e riunione periodica, autotassazione ecc. Dov’è la vostra originalità?
«Non è da cercare nelle forme espressive. L’originalità sta nel contenuto profondo di CL, espresso proprio dal suo titolo. Il riverbero più immediato di questa originalità di contenuto sulla regola della Fraternità è duplice: il valore che viene dato alla sequela dell’autorità, delle indicazioni che vengono dalle funzioni autorevoli; e la necessità di una comunionalità di vita tra gli aderenti. Come i primi cristiani, abbiamo la consapevolezza della presenza del mistero di Cristo tra noi. Da qui nasce il riconoscimento della unità tra noi, e quindi l’aspirazione a ‘portare l’uno i pesi degli altri’ e ad aiutare insieme gli altri uomini. La nostra vorrebbe essere un’amicizia determinata dalla coscienza della partecipazione alla pienezza di Cristo e quindi dall’attenzione all’attività comune, alla condivisione dei passi della vita».

Don Giussani, non vi sarete montati la testa? Certo la sua formula ha avuto successo. Ma qualche volta date l’impressione di voler rifondare il mondo. E in fondo siete qualche migliaio di militanti con cinquantamila uditori. L’Azione cattolica è dieci volte più grande.
«Riteniamo che abbia una grande importanza per la vita di oggi l’esperienza cristiana che facciamo, non il nostro movimento come tale. Riteniamo per esempio che abbia una grande importanza il messaggio del Papa, cui noi cerchiamo di adeguarci, da cui cerchiamo di trarre l’alimento per la nostra vita personale e collettiva. Siamo ancora del parere di Dante Alighieri: ‘Avete il pastor della Chiesa che vi guida / questo vi basti al vostro salvamento’. Siamo anche persuasi che ciò che cambia il mondo non è ciò che statisticamente sembra prevalere. L’importante è che siamo purificati nella verità, perché è la verità che vince nel tempo, o che vince il tempo, anche se non toccasse a noi di vivere la gioia di vedere un suo trionfo terreno».

Non è un montarsi la testa quel dare sempre un giudizio negativo della Chiesa italiana?
«Non direi che io abbia un giudizio negativo sulla Chiesa italiana. Anzi ha una grandissima tradizione. Dico che bisogna lottare per la verità di questa tradizione e perché questa tradizione sappia comunicarsi e sappia ispirare atteggiamenti e opere utili al bene comune. Al bene comune degli uomini. Mi pare che la Chiesa italiana dovrebbe assumersi in modo più adeguato il compito di valorizzare la profondità e la sicurezza tradizionale della fede popolare. L’aspetto che può generare più disagio nell’assetto della Chiesa italiana si può riassumere nella preoccupazione, espressa dal Papa a quasi tutte le Conferenze episcopali regionali, sul pericolo del divorzio tra fede e cultura».

Don Giussani, questa frase la deve spiegare.
«Per abolire il divorzio tra fede e cultura è necessario che la realtà del popolo cristiano, e quindi la Chiesa, sia energicamente presente nella problematica e nel dibattito che angustia la vita del mondo di oggi. Sulla difesa della vita, per esempio, o della libertà. Il Papa in Canada ha detto ai vescovi di aiutarlo a superare la “cospirazione del silenzio” nei confronti delle Chiese dell’Est. Vale anche per i nostri vescovi. Non sarebbe una fede vissuta quella che non dicesse qualcosa su tutta la vita dell’uomo. Sarebbe una grave iattura favorire una riduzione della vita della Chiesa a culto e rito, con qualche spinta a interessarsi degli emarginati».

Vede questa tendenza nella Chiesa italiana?
«Sì, nel tipo di educazione che ora si dà. Non frequento i centri studi, non pratico le statistiche, perciò non vorrei essere ingiusto nel dare un valore assoluto a osservazioni che comunque potrebbero valere in molti casi. Se abbiamo un difetto è l’entusiasmo per un’esperienza che ci fa vivere».

Forse è un entusiasmo eccessivo, che vi fa litigare con tutti: con i Gesuiti, con l’Azione cattolica, con gli Scouts, con l’arcivescovo di Milano. E siete nati ieri. Questa è gente tanto più antica.
«Il problema non è essere antichi, ma essere fedeli alla tradizione e alla verità dell’esperienza cristiana. Con moltissimi padri gesuiti abbiamo un rapporto di discepolanza. Con l’Azione cattolica e con gli Scouts, come con altri movimenti ecclesiali, abbiamo avuto un ottimo rapporto di collaborazione l’anno scorso, nella preparazione del Giubileo dei giovani. Spero che quella esperienza possa avere un esito permanentemente utile per la vita della Chiesa italiana. Per quanto riguarda il cardinale di Milano, essendo il nostro movimento nato da un certo insegnamento e da una certa tradizione, quella ambrosiana, come accenti e come modalità operative si può trovare di fronte al nuovo arcivescovo, che porta una sua storia, come di fronte a una novità di proposta. Mi pare che il lavoro per un adeguamento non può certo essere chiamato litigio. E come speriamo di essere valorizzati nel nostro carisma dalla larghezza del suo cuore, così vogliamo valorizzare la sua direttiva secondo le nostre capacità, secondo le capacità della nostra esperienza».

Non sempre parlate questo linguaggio. Il vostro atteggiamento polemico non me lo sono certo sognato io.
«Io personalmente non credo di pormi mai litigando con altri, eccetto che si sia così fragili e suscettibili, da confondere come polemica la vivacità di un modo di esprimersi. Inoltre è mia ferma convinzione che valorizzare il bene che esiste negli altri è un modo fondamentale per maturare la stessa propria esperienza. E questo, al di là di intemperanze di carattere, o di esuberanze giovanilistiche, credo identifichi l’atteggiamento dei miei amici e mio. Non credo sia polemica l’energia e la continuità con cui si dicono le ragioni che ci muovono. Anche se questo naturalmente non può non implicare una dialettica di opposizione. Certo che là dove subiamo o subissimo la mortificazione o l’umiliazione di essere emarginati dal dialogo comune, o da una comune iniziativa ecclesiale, allora non potremo certo adattarci, o tacere soltanto».

Ciò che vi crea dei nemici è la vostra «politica». Io stesso credo di apprezzare la vostra religiosità, ma non la vostra politica.
«Forse un approfondimento del nostro concetto di religiosità favorirebbe la comprensione della nostra posizione. La religiosità è l’affermazione di un senso ultimo che ogni coscienza implica, lo sappia o non lo sappia, criticamente o acriticamente. Tutto quello che la persona compie, criticamente o no, è illuminato da quel senso ultimo. Perciò esso funziona come un orizzonte totale, che tende a qualificare e a determinare tutto quello che l’uomo fa. Se questo vale per i rapporti tra genitori e figli, tra uomo e donna, tra uomo e uomo; se questo vale per il lavoro personale e per l’espressione personale, come potrebbe non valere per l’impegno dato alla sfera della politica, intesa come la realtà totale dei rapporti sociali? Dio ha forse detto che la fede deve fermarsi ai rapporti primari e familiari e non cercare di investire il mondo?».

Se dovesse formulare una preghiera in dieci parole, le ultime prima che la nave affondi, quali sceglierebbe?
«Che si manifesti Cristo, il più possibile, nella vita del mondo».

L’intervista è finita. La conversazione continua. Don Giussani vuole spiegarmi la sua preghiera in dieci parole. Ci tiene a precisare ancora un concetto:
«Ciò che definisce ultimamente la nostra posizione è una passione per l’uomo. Per l’uomo di questa terra. Che stia meglio come uomo. E dall’altra parte una passione per Cristo, incontrato come fattore ideale di questo umanesimo migliore».
Un’intervista a don Giussani è una gran fatica. L’uomo è esigente. Cerca le parole come una scavatrice le pietre sepolte. Ha un faccione simpatico, umorale, da prevosto ambrosiano. Ma dietro si avverte una durezza, o una forza che possono pure far paura. Come dalle tendine a fiori di certe canoniche si intravede il muro di una chiesa romanica.

 

 

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