Don Camillo e Peppone

Don Camillo e Peppone



Don Chichì guardò don Camillo con aria di sincero compatimento. «Don Camillo, la Chiesa è una grande nave che, da secoli, è alla fonda.
Ora bisogna salpare le ancore e riprendere il mare!
E bisogna rinnovare l’equipaggio: liberarsi senza pietà dei cattivi marinai e puntare la prua verso l’altra sponda.
È là che la nave troverà le nuove forze per ringiovanire l’equipaggio.
Questa è l’ora del dialogo, reverendo!».

 

Don Camillo si strinse nelle spalle. «Vent’anni fa, quando lei balbettava le prime parole, io scazzottavo già con i comunisti».

 

Io non parlo di faziosità, di intransigenza, di violenza!», urlò don Chichì. «Io parlo di dialogo, di coesistenza».

 

«Litigare è l’unico dialogo possibile coi comunisti», rispose don Camillo.
«Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi: non vedo migliore coesistenza di questa.
I comunisti mi portano i loro figli da battezzare e si sposano davanti all’altare mentre io concedo ad essi, come a tutti gli altri, il solo diritto di obbedire alle leggi di Dio.
La mia chiesa non è la grande nave che dice lei, ma una povera piccola barca: però ha sempre navigato dall’una all’altra sponda. (…) Lei allontana molti uomini del vecchio equipaggio per imbarcarne di nuovi sull’altra sponda: badi che non le succeda di perdere i vecchi senza trovare i nuovi.
Ricorda la storia di quei fraticelli che fecero pipì sulle mele piccole e brutte perché erano sicuri che ne sarebbero arrivate di grosse e bellissime, poi queste non arrivarono e i poveretti dovettero mangiare le piccole e brutte?».

(da Giovannino Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi, Rizzoli, 1969)

 

Giovannino Guareschi, Fontanelle di Roccabianca, 1º maggio 1908 – Cervia, 22 luglio 1968)

 

 

Fonte: Il giudizio cattolico

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