Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena
Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena

 

 

Domenica di Pentecoste

(Anno B)

(At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15)

 

di Alberto Strumia

 

Ai nostri giorni la “comunicazione” e l’“informazione” sono potenziate all’estremo, grazie agli strumenti elettronici e informatici dei quali disponiamo. In un istante possiamo avere sul nostro computer articoli e libri di ogni editore del mondo, notizie di ciò che sta accadendo in ogni area del pianeta. E perfino al di fuori del pianeta, dalla stazione spaziale, o dalla Luna e da Marte e fin dove arrivano i nostri satelliti e le nostre sonde spaziali. Riusciamo addirittura ad avere informazioni dagli estremi confini dello spazio e del tempo, fino dai primi istanti di esistenza del cosmo nel quale siamo collocati. L’unica limitazione è imposta dalla velocità della luce che impone il tempo di ritardo necessario a raggiungerci. Le diverse lingue parlate nelle diverse nazioni incominciano a non essere più un grosso limite, dal momento che ci sono i “traduttori automatici” in Internet che, pur funzionando ancora grossolanamente, ci permettono di arrivare a comprendere il senso delle frasi. Di certo con il tempo potranno essere migliorati. La cosiddetta “intelligenza artificiale” ci previene, anche se ancora un po’ stupidamente, facendoci arrivare indicazioni sui prodotti da comprare, in base alle nostre scelte di acquisto precedenti.

Eppure nel nostro mondo della “comunicazione” e dell’“informazione” siamo spaventosamente confusi da troppe notizie che si contraddicono continuamente e da una pressoché totale solitudine nei rapporti interpersonali. Lo abbiamo visto soprattutto in questi ultimi due anni, in condizioni di isolamento forzato da pandemia. L’eccesso di comunicazione e di informazione finisce per annullare il “contenuto di verità” del linguaggio, vanificando le notizie. La delega dell’anima dell’uomo alle strutture a lui esterne (istituzioni, leggi, macchine, ecc.) finisce per lasciarlo solo con se stesso, così che non si sente capito da nessuno; al limite, neppure da quelli che vivono in casa con noi.

– La scena che viene descritta nella prima lettura di oggi, solennità della Pentecoste, è esattamente l’opposto! Lo Spirito Santo, che è Dio, terza Persona della Santissima Trinità, ottiene proprio quell’effetto che tutti desiderano e che nessun essere umano, senza di Lui, è in grado di produrre. Anzi ottenendo il contrario di quello che vorrebbe: la solitudine, l’incomunicabilità, l’isolamento fisico in una prigione antropologica. Leggiamo infatti, nel brano degli Atti degli Apostoli che «ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua». Espressione che vuol dire, nel suo significato profondo e vero, che ognuno si percepisce compreso intimamente nella sua umanità, nel suo desiderio di “verità della vita”. Solo lo Spirito di Cristo, che come Dio-Uomo, dell’uomo è “esemplare” è in grado di descriverci e comprenderci così intimamente.

Oggi abbiamo urgente necessità di riscoprire questa profonda e indispensabile dimensione del cristianesimo, che ci permette di dire, di fronte a Cristo e a chi Egli ha scelto per renderlo presente nella storia dell’umanità, come la Samaritana: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto»; come per dire: mi ha letto dentro e mi ha compreso per quello che sono e valgo per Lui. Questo è ciò che manca agli uomini di oggi: è il “cuore esistenziale” del cristianesimo! Capire questo, è una grazia dello Spirito Santo, è «la Verità tutta intera» sulla vita e sull’uomo.

Lo solennità di oggi ce lo ripete come ogni anno attraverso la liturgia. La Chiesa deve ritornare a spiegarlo agli uomini e a farlo toccare loro con mano, come all’Apostolo Tommaso nel Cenacolo, perché gli uomini possano tornare a dire con lui, dinanzi a Cristo: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Oggi, noi che abbiamo ancora la fede in Lui, lo invochiamo di agire e di agire presto! Con le parole della Sequenza glielo abbiamo chiesto: «Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce». Perché non si può andare avanti ancora presumendo di fare da soli: la realtà dei fatti lo dimostra ogni giorno in modo sempre più schiacciante. «Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa» e prima o poi tutto si blocca, fuori e dentro l’uomo.

– Nella seconda lettura l’Apostolo Paolo descriveva lo sfacelo nella vita personale e sociale di un essere umano e di un mondo che vive senza regole, come si fa anche oggi da parte di molti: «fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» rendono ingestibile la società e odiosa l’esistenza («chi le compie non erediterà il Regno di Dio», ovvero non riuscirà a vivere amando la propria vita).

Mentre «il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé»; e questo è il vero benessere sulla terra, in vista di quello eterno.

Questa visione cristiana dell’esistenza va detta continuamente agli uomini, soprattutto in un tempo nel quale tutto il resto è venuto meno, insegnando loro a comprendere come stanno veramente le cose e qual è la via della Salvezza dal disastro totale. Lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto con i Sacramenti cristiani e in particolare nella Confermazione, ci rende capaci di farlo («anche voi date testimonianza»). Oggi è il momento di farlo e chi ha compreso queste cose lo deve fare, su piccola e su grande scala, secondo le sue concrete possibilità.

La madre di Dio che ci previene e ci anticipa in ogni passo della vita, come madre nostra e della Chiesa, ci accompagni come accompagnò gli Apostoli che la tennero con sé come un prezioso anello di congiunzione e di proseguimento della presenza del Signore con loro, come nell’Eucaristia, che essi celebravano come Lui aveva loro insegnato.

Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam!

 

Bologna, 23 maggio 2021

 

Appendice – I doni dello Spirito Santo

Dall’udienza generale di san Giovanni Paolo II (3 aprile 1991)

«San Tommaso (Summa theologiae, I-II, q. 68, aa. 4 e 7) e gli altri teologi e catechisti hanno tratto dal testo stesso di Isaia [Is 11,2-3] l’indicazione per una distribuzione dei Doni in ordine alla vita spirituale, proponendone un’illustrazione che qui è solo possibile sintetizzare:

1) C’è innanzitutto il Dono di Sapienza, mediante il quale lo Spirito Santo illumina l’intelligenza, facendole conoscere le “ragioni supreme” della Rivelazione e della vita spirituale e formando in lei un giudizio sano e retto circa la fede e la condotta cristiana: da uomo “spirituale” (pneumaticòs), direbbe San Paolo, e non solo “naturale” (psychicòs) o addirittura “carnale” (cf. 1Cor 2,14-15; Rm 7,14).

2) C’è poi il Dono di Intelligenza [Intelletto], come particolare acume, dato dallo Spirito, per intuire la Parola di Dio nella sua profondità e altezza.

3) Il Dono di Scienza è la capacità soprannaturale di vedere e di determinare con esattezza il contenuto della Rivelazione e della distinzione tra le cose e Dio nella conoscenza dell’universo.

4) Col Dono del Consiglio lo Spirito Santo dà una soprannaturale abilità di regolarsi nella vita personale quanto alle azioni ardue da compiere e nelle scelte difficili da fare, come anche nel governo e nella guida degli altri.

5) Col Dono di Fortezza lo Spirito Santo sostiene la volontà e la rende pronta, operosa e perseverante nell’affrontare le difficoltà e le sofferenze anche estreme, come avviene soprattutto nel martirio: in quello del sangue, ma anche in quello del cuore e in quello della malattia o della debolezza e infermità.

6) Mediante il Dono di Pietà lo Spirito Santo orienta il cuore dell’uomo verso Dio con sentimenti, affetti, pensieri, preghiere, che esprimono la figliolanza verso il Padre rivelato da Cristo. Fa penetrare ed assimilare il mistero del “Dio con noi”, specialmente nell’unione con Cristo, Verbo incarnato, nelle relazioni filiali con la Beata Vergine Maria, nella compagnia degli angeli e santi in Cielo, nella comunione con la Chiesa.

7) Col Dono del Timore di Dio lo Spirito Santo infonde nell’anima cristiana un senso di profondo rispetto per la Legge di Dio e gli imperativi che ne derivano per la condotta cristiana, liberandola dalle tentazioni del “timore servile” e arricchendola invece di “timore filiale”, intriso di amore».

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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