Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Sua Eminenza il Cardinale Raymond Leo Burke e pubblicato su What we need now. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione di Occhi Aperti ! (pseudonimo). 

 

Card. Raymond Leo Burke
Card. Raymond Leo Burke – Photo: Goat_Girl (Flickr)

 

di Sua Eminenza il Cardinale Raymond Leo Burke

 

Il ruolo del diritto canonico

Nel periodo immediatamente precedente il Concilio Ecumenico Vaticano II e, ancor più, nel periodo post-conciliare, la disciplina canonica della Chiesa è stata messa in discussione fin dalle sue fondamenta. La crisi del diritto canonico ebbe origine negli stessi presupposti filosofici che ispiravano una rivoluzione morale e culturale in cui la legge naturale, l’ethos morale della vita di ogni individuo e della vita nella società, era messa in discussione a favore di un approccio storico in cui la natura dell’uomo e della natura stessa non godevano più di un’identità sostanziale ma, ingenuamente, solo di un’identità progressiva mutevole.

All’interno della Chiesa, la riforma del Codice di Diritto Canonico del 1917 – annunciata da Papa San Giovanni XXIII ma iniziata sul serio solo una decina di anni dopo e poi lentamente sviluppatasi negli ultimi anni del pontificato di Papa San Paolo VI e nei primi anni del pontificato di Papa San Giovanni Paolo II -, sembrava mettere in discussione la necessità della disciplina canonica e fornire uno spiraglio ad alcuni teologi e canonisti per mettere in discussione le basi stesse della Chiesa. Il cosiddetto “Spirito del Vaticano II”, che era un movimento politico separato dall’insegnamento e dalla disciplina perenne della Chiesa, esacerbò notevolmente la situazione. Dopo un periodo di intensi lavori e accese discussioni, Papa San Giovanni Paolo II promulgò il Codice di Diritto Canonico rivisto il 25 gennaio 1983, circa ventiquattro anni dopo l’annuncio.

Durante il lungo pontificato di Papa San Giovanni Paolo II, sono stati compiuti grandi progressi nel promuovere il rispetto della disciplina canonica che, come ha spiegato promulgando il Codice del 1983, ha le sue prime radici nell’effusione dello Spirito Santo nei cuori degli uomini dal glorioso Cuore trafitto di Gesù.[1]

Nel promulgare il Codice di Diritto Canonico, Papa Giovanni Paolo II ha ricordato il servizio essenziale della disciplina canonica alla santità della vita, vita rinnovata in Cristo, che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha voluto promuovere. Ha scritto:

Devo riconoscere che questo Codice deriva da una sola e medesima intenzione, il rinnovamento della vita cristiana. Da tale intenzione, infatti, l’intera opera del Concilio trasse le sue norme e la sua direzione.[2]

Queste parole sottolineano il servizio essenziale del Diritto Canonico nel quadro di una nuova evangelizzazione, cioè il vivere la nostra vita in Cristo con lo stesso impegno e la stessa energia dei primi discepoli. La disciplina canonica è rivolta alla ricerca, in ogni tempo, della santità della vita.

Il santo Pontefice descrisse poi la natura del Diritto Canonico, indicando il suo sviluppo organico sin dalla prima alleanza di Dio con il Suo popolo santo. E richiamò alla memoria “il lontano patrimonio del Diritto contenuto nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento da cui deriva tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa, come dalla sua fonte originaria”.[3] In particolare, ha ricordato alla Chiesa come Cristo stesso, nel Discorso della Montagna, ha dichiarato di non essere venuto ad abolire la Legge ma a portarla a compimento, insegnandoci che è, di fatto, la disciplina della legge ad aprire la strada della libertà nell’amare Dio e il prossimo.[4] Egli così osservò: “Pertanto, gli scritti del Nuovo Testamento ci permettono di comprendere ancora meglio l’importanza della disciplina e di mostrarci come, in realtà, essa sia assai strettamente connessa al carattere salvifico del messaggio evangelico stesso”.[5]

Gli sforzi operati da Papa San Giovanni Paolo II hanno dato notevoli frutti per il ripristino del buon ordine della vita ecclesiale, che è la condizione insostituibile per la crescita nella santità della vita. Come canonista, noto, in varie parti del mondo ecclesiale, sempre più iniziative, forse piccole ma comunque forti, per favorire la conoscenza e la pratica della disciplina della Chiesa, secondo la vera riforma post-conciliare, cioè in continuità con la perenne disciplina della Chiesa.

Oggi, stiamo purtroppo assistendo a un ritorno alle turbolenze del periodo post-conciliare. Negli ultimi anni, la stessa dottrina è stata ripetutamente messa in discussione come deterrente per l’effettiva cura pastorale dei fedeli. Gran parte della crisi in atto è da attribuirsi a certa retorica populista sulla Chiesa, disciplina inclusa.

È stata promulgata anche una nuova legislazione canonica che è chiaramente al di fuori della tradizione canonica e, in modo confuso, mette in discussione se questa (tradizione canonica) abbia davvero servito fedelmente la verità della fede con l’amore. Mi riferisco, per esempio, agli atti legislativi che toccano il delicato processo della dichiarazione di nullità del matrimonio che, a sua volta, tocca il fondamento stesso della nostra vita nella Chiesa e nella società: il matrimonio e la famiglia.

Data la situazione in cui si trova oggi la Chiesa, sembra particolarmente importante evidenziare il servizio insostituibile della Legge nella Chiesa, come anche nella società. È particolarmente rilevante essere in grado di riconoscere e correggere la retorica, che non solo è confondente ma riesce persino a condurre nell’errore un buon numero di fedeli.

A tal fine, intendo sottolineare l’essenziale e insostituibile rapporto di dottrina e diritto con la vita pastorale della Chiesa, cioè con la realtà quotidiana della vita cristiana. In primo luogo, allora, affronto la pervasiva retorica populista sulla Chiesa e le sue istituzioni. Poi presenterò un insegnamento chiave in materia, vale a dire il discorso al Tribunale della Rota Romana di Papa San Giovanni Paolo II del 18 gennaio 1990.

Retorica populista sulla Chiesa

Negli ultimi anni, alcune parole, per esempio, “pastorale”, “misericordia”, “ascolto”, “discernimento”, “accompagnamento” e “integrazione” sono state applicate alla Chiesa alla stregua di qualcosa di magico, cioè senza una chiara definizione ma come slogan di un’ideologia che sostituisce ciò che è insostituibile per noi: la dottrina e la disciplina costanti della Chiesa.

Alcune parole, come “pastorale”, “misericordia”, “ascolto” e “discernimento” hanno un posto nella tradizione dottrinale e disciplinare della Chiesa, ma ora vengono utilizzate con un nuovo significato e senza riferimento alla Tradizione. Ad esempio, la cura pastorale è ora regolarmente in contrasto con tutto ciò che concerne la dottrina, che deve essere il suo fondamento. La preoccupazione per la dottrina e la disciplina è bollata come farisaica, come se vi fosse il desiderio di rispondere freddamente o anche bruscamente a quei fedeli che si trovano in una situazione irregolare, moralmente e canonicamente. In questa visione errata, la misericordia si oppone alla giustizia, l’ascolto si oppone all’insegnamento, e il discernimento si oppone al giudizio.

Altre parole sono di origine laica, per esempio, “accompagnamento” e “integrazione”, e sono usate senza fondarle nella verità della fede o nella realtà oggettiva della nostra vita nella Chiesa. Per esempio, l’integrazione non ha più nulla a che vedere con la comunione, che è l’unico fondamento della partecipazione alla vita di Cristo nella Chiesa.

Questi termini sono spesso usati in senso mondano o politico, guidati da una visione della natura e della realtà che è in continua evoluzione. La prospettiva della vita eterna è eclissata a favore di una sorta di opinione popolare della Chiesa in cui tutti dovrebbero sentirsi “a casa”, anche se la loro vita quotidiana è apertamente in contrasto con la verità e con l’amore di Cristo. In ogni caso, l’uso di uno qualsiasi di questi termini deve essere saldamente radicato nella verità, verità che esprime nella continuità della tradizione la nostra incorporazione al Corpo Mistico di Cristo per mezzo di una unica fede, di una unica vita sacramentale e di una unica disciplina o governo.

La questione è complicata perché la retorica è spesso legata al linguaggio usato da Papa Francesco in modo colloquiale, sia durante le interviste rilasciate sugli aerei o ai telegiornali, sia durante interventi a braccio con vari gruppi. In questo modo, quando qualcuno fa chiarezza ricollocando i termini in questione nel contesto appropriato dell’insegnamento e della pratica della Chiesa, egli può essere accusato di parlare contro il Santo Padre. Di conseguenza, si è tentati di rimanere in silenzio oppure si cerca di spiegare in modo dottrinale un linguaggio che confonde o addirittura contraddice la dottrina.

Il modo in cui sono arrivato a comprendere il dovere di correggere una retorica populista sulla Chiesa è quello di distinguere, come ha sempre fatto la Chiesa, le parole dell’uomo che è Papa dalle parole del Papa come Vicario di Cristo. Nel Medioevo la Chiesa parlò dei due corpi del Papa: il corpo dell’uomo e il corpo del Vicario di Cristo. Infatti, la tradizionale veste papale, in particolare la mozzetta rossa con la stola raffigurante i Santi Apostoli Pietro e Paolo, rappresenta visibilmente il vero corpo del Vicario di Cristo quando espone l’insegnamento della Chiesa.

Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, il corpo dell’uomo che è Papa. Infatti, anche attraverso documenti che in passato indicavano un insegnamento più solenne, egli afferma chiaramente che non intende offrire un insegnamento magisteriale ma il proprio pensiero. Eppure, coloro che sono abituati a una diversa modalità del Papa nell’esprimersi, in qualche modo vogliono fare di ogni sua affermazione parte del Magistero. Farlo è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre inteso.

Fare distinzione tra i due tipi di discorso del Romano Pontefice è, in alcun caso, irrispettoso dell’ufficio petrino. Ancor meno, può essere inimicizia verso Papa Francesco. Infatti, al contrario, tutto ciò mostra il massimo rispetto per l’ufficio petrino e per l’uomo al quale Nostro Signore l’ha affidato. Senza le opportune distinzioni, si perderebbe facilmente il rispetto per il Papato o si sarebbe indotti a pensare che, se non si è d’accordo con le opinioni personali dell’uomo che è il Romano Pontefice, allora si deve anche rompere la comunione con la Chiesa.

Ad ogni modo, tanto più tale retorica viene usata senza un correttivo, cioè senza mettere in relazione il linguaggio con l’insegnamento e la pratica costanti della Chiesa, tanta più confusione entra nella vita della Chiesa. I canonisti hanno la particolare responsabilità di chiarire quale sia la dottrina e la corrispondente disciplina della Chiesa. Per questo motivo, in particolare, ho giudicato importante chiarire lo scopo del Diritto Canonico.

La connessione intrinseca tra disciplina canonica e pratica pastorale

Nel suo discorso alla Rota Romana del 1990 (la corte ordinaria d’appello del Papa), Papa San Giovanni Paolo II descrive l’inseparabilità della sana pratica pastorale dalla disciplina canonica:

La dimensione giuridica e quella pastorale sono inseparabilmente unite nella Chiesa pellegrina su questa terra. Anzitutto, vi è una loro armonia derivante dalla comune finalità: la salvezza delle anime. Ma vi è di più. In effetti, l’attività giuridico-canonica è per sua natura pastorale. Essa costituisce una peculiare partecipazione alla missione di Cristo Pastore, e consiste nell’attualizzare l’ordine di giustizia intraecclesiale voluto dallo stesso Cristo. A sua volta, l’attività pastorale, pur superando di gran lunga i soli aspetti giuridici, comporta sempre una dimensione di giustizia. Non sarebbe, infatti, possibile condurre le anime verso il Regno dei Cieli, se si prescindesse dal quel minimo di carità e di prudenza che consiste nell’impegno di far osservare fedelmente la legge e i diritti di tutti nella Chiesa.[6]

Come chiarisce Papa Giovanni Paolo II, è impossibile anche solo parlare di esercitare la virtù dell’amore all’interno della Chiesa se non pratichiamo la virtù della giustizia, che è il minimo richiesto per una relazione di amore.

Il santo Pontefice affronta poi direttamente la forte tendenza di quel tempo, tornata tenacemente in auge, a porre in opposizione le preoccupazioni pastorali con le esigenze giuridiche o disciplinari. Egli sottolinea la natura insidiosa di tale opposizione per la vita della Chiesa:

“Ne consegue che ogni contrapposizione tra pastoralità e giuridicità è fuorviante. Non è vero che per essere più pastorale il diritto debba rendersi meno giuridico. Vanno, sì, tenute presenti ed applicate le tante manifestazioni di quella flessibilità che, proprio per ragioni pastorali, ha sempre contraddistinto il diritto canonico. Ma vanno altresì rispettate le esigenze della giustizia, che da quella flessibilità possono venir superate, ma mai negate. La vera giustizia nella Chiesa, animata dalla carità e temperata dall’equità, merita sempre l’attributo qualificativo di pastorale. Non può esserci un esercizio di autentica carità pastorale che non tenga conto anzitutto della giustizia pastorale”.[7]

La chiara istruzione di Papa San Giovanni Paolo II è più attuale che mai nell’odierna, crescente crisi della disciplina della Chiesa. Esprime ciò che è stato il costante insegnamento e la pratica della Chiesa in materia di misericordia e giustizia, cura pastorale e integrità disciplinare.

Al servizio della giustizia nell’amore

Auspico che questa piccola riflessione vi aiuti a comprendere lo stato attuale del Diritto Canonico nella Chiesa. In un tempo di crisi come questo, sia all’interno della Chiesa che nella società civile, è essenziale che il nostro servizio alla giustizia sia saldamente radicato nella verità della nostra vita in Cristo nella Chiesa, in cui Egli è il Buon Pastore che insegna, santifica e ci disciplina. Non c’è, dunque, aspetto della perenne disciplina della Chiesa che possa essere trascurato o addirittura contraddetto senza compromettere l’integrità della pastorale esercitata nella persona di Cristo, Capo e Pastore del gregge in ogni tempo e luogo.

Per i meriti di Cristo, Giudice dei Vivi e dei Morti e per intercessione della Beata Vergine Maria, Sua Madre e Specchio della Sua Giustizia, ciascuno di noi rimanga fedele e fermo nel servire la giustizia che è la condizione minima ma insostituibile dell’amore di Dio e del prossimo.

 

Sua Eminenza Raymond Leo Cardinal Burke è stato Prefetto della Segnatura Apostolica, la più alta corte della Chiesa, per sei anni. Egli ha scritto molto sul Diritto Canonico, sulla Famiglia e sull’Eucaristia.

 

Note:

1 Vedi Canon Law Society of America, Codice di Diritto Canonico: Latin-English Edition, Nuova traduzione in inglese, Washington, DC: Canon Law Society of America, 1998, p. xxvii. [Qui dopo, CDC-1983].

2 CDC-1983, p. xxviii.

3 CDC-1983, p. xxix.

4 Cf. Mt 5,17-20.

5 CDC-1983, p. xxix.

6 Allocuzioni papali alla Rota Romana 1939-2011, ed. – William H. Woestman (Ottawa: Facoltà di Diritto Canonico, Università di Saint Paul, 2011), pp. 210–211, n. – 4. [di seguito, Allocuzioni].

7 Allocuzioni, p. 211, n. – 4.

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