di Roberto Allieri
Il tracollo azzurro nel mondo calcistico, culminato nell’eliminazione della nazionale dalla partecipazione ai prossimi mondiali è l’ultima espressione di una crisi di risultati ormai strutturale. Anzi, dopo tre esclusioni di fila, appare chiaro che abbiamo perso sul campo dopo aver perso qualcosa fuori dal campo: sto parlando della nostra identità calcistica nazionale.
Senza entrare troppo in analisi sportive, che sicuramente ci affliggeranno nei prossimi mesi, il punto di cui mi sta a cuore parlare è proprio questo. Siamo la nazionale che ha vinto ben quattro mondiali, arrivando altre due volte in finale. Siamo anche la nazione che fino al 2010 vinceva più titoli europei nelle competizioni UEFA. Eppure, oggi il campionato italiano è sempre più declassato e le nostre squadre si rinforzano ricorrendo alla Caritas del football, cioè mendicando gli avanzi dei club più blasonati.
Certamente per le società è una questione di soldi e di business: intrecci di potere e finanziari privilegiano i nuovi ricchi. E lì non si può fare molto per competere alla pari senza le stesse risorse. Ma quando si parla di nazionale, il denaro non c’entra: gli esempi dell’Argentina, così prostrata economicamente, o del Brasile o di altri Stati sudamericani, asiatici e africani stanno a dimostrare che il talento calcistico continua a prosperare anche nei bassifondi. Il fatto è che anche in Italia questo talento esiste ancora ma purtroppo non è valorizzato e messo in condizione di emergere pienamente. Le nostre squadre mediamente vanno in campo con tre, forse quattro se va bene, titolari italiani. Anche i vivai sono diventati fucine di talenti in massima parte non italiani. E se emerge qualche fuoriclasse nostrano difficilmente sfugge ai radar e agli ingaggi di squadre straniere.
Dal calcio un monito e una provocazione
Evidentemente questo sistema di accoglienza illimitata di calciatori stranieri non è vantaggioso per il nostro popolo. La serie A ha stravolto la sua identità ed è diventata un calcio che dà un calcio agli italiani. Peraltro, questo sistema viene anche favorito dagli interessi di procuratori, vere ‘agenzie di collocamento’ che hanno meno margini di speculazione su ragazzi connazionali. E poi, ‘ce lo chiede l’Europa’ di essere così. Anche in questo sport , come in altri settori strategici, l’Italia ha perso la sua sovranità, aderendo ad una globalizzazione selvaggia che penalizza i suoi cittadini.
È fin troppo imbarazzante il confronto con quando le frontiere erano meno aperte. Ma allora sorge spontanea una domanda che suggerisce una soluzione: se, nel mondo della politica, vengono spesso promosse quote rosa, perché non giustificare quote azzurre ovvero quote obbligatorie di giocatori italiani nella rosa di ogni squadra?
Le motivazioni di chi impone quote rosa le conosciamo bene: le donne non valgono di meno e quindi devono trovare spazi adeguati. Chi critica tali imposizioni invece argomenta: occorre privilegiare il merito, non l’appartenenza ad una categoria perché altrimenti si accetta la logica della raccomandazione, cioè del fatto che qualcuno deve passare avanti perché ha qualche appoggio in più.
Ora, direi che nel calcio italiano si potrebbe proporre la stessa questione: gli italiani non valgono di meno degli stranieri eppure, di fatto, sono pesantemente discriminati. Si preferisce investire su profili spesso di dubbia qualità e con l’incognita dell’inserimento culturale, linguistico, sociale piuttosto che su giovani italiani molto più affidabili. Ci sarebbero tutte le buone ragioni per adottare misure protezionistiche di riequilibrio ma altri motivi di carattere globalista si oppongono. Secondo questi ultimi approcci, deve comandare il mercato, la legge della domanda e dell’offerta, la libera circolazione di merci e persone. E per i calciatori vale la norma ‘accogliamoli tutti’ rispetto a qualsiasi freno, considerato illegale. In verità, ci sarebbe il tetto all’ingaggio di giocatori extra-comunitari, che può arrivare fino a cinque. Tuttavia, se proprio serve, non è impossibile per qualche squadra aggirare tale limite poiché per i calciatori ci sono varie facilitazioni per acquistare la cittadinanza italiana.
Problemi di quote
Come accennavo sopra, la necessità di valutare nelle squadre quote minime agli azzurri (lasciatemi definire così gli italiani) è accostabile a problematiche simili di certe normative che promuovono l’inserimento di donne in molti settori anche al di sotto dei requisiti di merito valevoli per i maschi.
Quando si parla di quote, di corsie preferenziali, ci si addentra in un campo minato, nel quale occorrerebbe avere una visione non troppo faziosa. Non è importante solo l’obiettivo ma anche il modo in cui si intende raggiungerlo.
Spostiamo per esempio il discorso sulle ‘quote rosa’, cavallo di battaglia del mondo progressista.
Il tema è delicato perché, a supporto di questi correttivi, le femministe hanno sempre lamentato che a parità di competenze le donne guadagnino di meno e che il metro di misura per il compenso deve essere la capacità e non immotivati vantaggi di tipo culturale.
Già, però poi io noto, non solo nello sport, altre situazioni che poco si conciliano con queste rivendicazioni.
Prendiamo in esame queste recenti notizie: QUI e QUI.
Nella prima si parla di una sfida avvenuta pochi mesi fa tra la tennista Sabalenka, numero 1 al mondo tra le donne, e il collega Kyrgios, al numero 671 della lista ATP maschile e fuori forma, svoltasi su un campo ristretto e senza possibilità di doppio servizio, per facilitare la donna. È finita in due set 6-3 6-3 per Kyrgios ed è stata spacciata come un successo per la tennista ucraina perché per piegarla lo sfidante ci ha messo circa due ore.
L’altra notizia riguarda invece la figuraccia della nazionale femminile svizzera, sconfitta l’anno scorso per 7 a 1 in una amichevole contro i ragazzini Under 15 del Lucerna. L’imbarazzante notizia è stata opportunamente censurata sui mass-media e, secondo me, aprirebbe inquietanti interrogativi. Non tanto sull’innegabile superiorità fisica maschile che non è in discussione, quanto su una certa sopravvalutazione delle prestazioni femminili. Mi spiego meglio.
Ultimamente lo sport femminile sta sviluppandosi e conseguentemente si avvia verso livelli di professionalizzazione. Il che vuol dire crescenti vantaggi economici e una maggiore visibilità pubblica. In vari circuiti tennistici i compensi dei vincitori maschili e femminili ormai si equivalgono e per certe nazionali di calcio che partecipano ai mondiali vale lo stesso livellamento retributivo della federazione (sponsor a parte).
E allora la domanda che mi pongo è questa: perché il numero 671 delle graduatorie mondiali ATP guadagna somme infinitesime rispetto alla numero 1 Sabalenka che pure ha stracciato così sonoramente? Perché i ragazzini lucernesi non hanno retribuzioni adeguate in raffronto a quelli che la federazione calcistica elvetica corrisponde alle calciatrici della nazionale che sono state strapazzate esibendo prestazioni nettamente inferiori?
Per questi ultimi non vale la considerazione che ‘tanto poi, crescendo, recupereranno arricchendosi spropositatamente’. Ciò potrà valere per una percentuale bassissima di loro: quasi nessuno potrà vivere di solo calcio, perché la selezione per arrivare al professionismo è durissima.
Ecco, quando si tocca il tasto di chi proclama ‘pari lavoro, pari impegno, pari risultato, pari diritti’ bisognerebbe però considerare l’aspetto opposto: in certe discipline dove conta il risultato, chi vale meno o è oggettivamente più scarso non dovrebbe avere lo stesso compenso di chi è più bravo. Perlomeno, se il metro di misura è la capacità.
Le detentrici del record del mondo nelle varie discipline di atletica femminile, con tali performance alle olimpiadi arriverebbero ultime in qualsiasi competizione in cui si confrontassero alla pari con i maschi. Ma questi ultimi, con quegli stessi risultati, quanto potrebbero guadagnare?
Conclusioni
Dopo aver allargato un discorso partito da una cocente delusione, provo a esprimere qualche considerazione conclusiva, ritornando allo spunto iniziale.
Dunque: l’imposizione di quote in certe attività è un bene o un male? Come ho cercato di spiegare, il quesito coinvolge sempre aspetti etici nonché ideologici ed esige non solo di valutare il fine che si vuole raggiungere ma anche le ingiustizie che può provocare.
E qui mi viene in mente il motto di Machiavelli ‘il fine giustifica i mezzi’. In ambito etico il modus operandi di chi segue questo principio è molto criticabile, soprattutto quando si attua con mezzi disonesti (e, a maggior ragione, malvagi). Occorrerebbe almeno riconoscere l’ingiustizia, non solo sbandierare la finalità.
Le quote sono quindi, a mio avviso, mezzi scorretti nella misura in cui penalizzano qualcuno che avrebbe maggiori meriti. Possono avere una ragion d’essere solo se occasionali (cioè non strutturali), per situazioni di estremo ed ingiusto squilibrio e con riconoscimento del torto che possono arrecare ai ‘fuori quota’.
Ciò che non va è il vittimismo dispotico e senza scrupoli che finisce per sostituire ciò che viene considerato una discriminazione con un’altra discriminazione.
E, in chiusura, per le quote azzurre nella Serie A italiana, come la mettiamo?
Giudicate voi, ma tenete conto di quanto ho detto.
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