Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Giorgio Agamben e pubblicato su Quodlibet. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste.

 

Giorgio Agamben, intellettuale
Giorgio Agamben, intellettuale

 

Quando Nietzsche, quasi centocinquant’anni fa, formulò la sua diagnosi sulla morte di Dio, pensava che questo evento inaudito avrebbe cambiato alla radice l’esistenza degli uomini sulla terra. «Dove ci muoviamo ora? – scriveva – Non è il nostro un continuo precipitare? […] Esistono ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla?». E Kirilov, il personaggio dei Demoni, le cui parole Nietzsche aveva attentamente meditato, pensava la morte di Dio con lo stesso pathos accorato e ne aveva tratto come necessaria conseguenza l’emancipazione di una volontà senza più limiti e, insieme, il non senso e il suicidio: «Se Dio c’è, io sono Dio… Se Dio c’è, tutta la volontà è sua e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se Dio non c’è, tutta la volontà è mia e sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio… Sono obbligato a spararmi, perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso».

È un fatto sul quale non ci si dovrebbe stancare di riflettere che un secolo e mezzo dopo questo pathos sembra ora completamente sparito. Gli uomini sono placidamente sopravvissuti alla morte di Dio e continuano a vivere senza far storie, per così dire come se niente fosse. Come se niente – appunto – fosse. Il nichilismo, che gli intellettuali europei avevano salutato all’inizio come il più inquietante degli ospiti, è diventato una condizione quotidiana tiepida e indifferente, con la quale, contrariamente a quanto pensavano Turgenev e Dostoevskij, Nietzsche e Heidegger, è possibile tranquillamente convivere, continuando a cercare soldi e lavoro, a sposarsi e a divorziare, a viaggiare e andare in vacanza. L’uomo vaga oggi senza darsene pensiero in una terra di nessuno, al di là non solo del divino e dell’umano, ma anche (con buona pace di coloro che teorizzano cinicamente un ritorno degli uomini alla natura da cui provengono) dell’animale.

Certamente ciascuno converrà che tutto questo non ha senso, che senza il divino non sappiamo più come pensare l’umano e l’animale, ma questo significa semplicemente che tutto e niente sono ora possibili. Niente: cioè che al limite non ci sia più il mondo, ma resti il linguaggio (questo è, a ben pensarci, il solo significato del termine «nulla» – che il linguaggio distrugga, come sta facendo, il mondo, credendo di potergli sopravvivere). Tutto: forse anche – e questo è per noi decisivo – l’apparizione di una nuova figura – nuova, cioè arcaica e, insieme, vicinissima, così vicina che non riusciamo a vederla. Di chi e di che cosa? Del divino, dell’umano, dell’animale?

Abbiamo sempre pensato il vivente all’interno di questa triade, insieme prestigiosa e malcerta, sempre giocandoli l’uno contro l’altro o l’uno con l’altro. Non è forse giunto il momento di ricordarci di quando il vivente non era ancora né un dio, né un uomo, né un animale, ma semplicemente un’anima, cioè una vita?

Giorgio Agamben

 


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