Cacciata dei progenitori dall'Eden è un affresco di Masaccio facente parte della decorazione della Cappella Brancacci nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze
Cacciata dei progenitori dall’Eden è un affresco di Masaccio facente parte della decorazione della Cappella Brancacci nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze

 

 

di Lucia Comelli

 

Come ha osservato Benedetto XVI qualche anno fa: quello del peccato è uno dei temi su cui oggi regna un perfetto silenzio. La predicazione religiosa cerca di evitarlo accuratamente[1].

Così la tematica del peccato (e della possibile dannazione) – nella nostra società e nella Chiesa stessa – è stata rimossa, ma, come ci insegna la stessa psicanalisi, il senso di colpa, allontanato dalla coscienza, continua ad operare nelle profondità della anima. L’uomo allora, aggiunge il Papa, si ammala, come documentano il malessere e l’aggressività che sperimentiamo in maniera crescente nella nostra società.

Ecco allora che uno dei compiti dello Spirito Santo consiste nel convincere il mondo quanto al peccato (Gv.16,8). Non si tratta di guastare la vita agli uomini, con divieti e negazioni, ma di agevolare il loro incontro personale con Cristo, l’unico che può risanare realmente lo spirito dal male.

Nel suo Elogio alla coscienza[2], Papa Benedetto XVI – citando lo psicologo Albert Görres – ricorda che la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della psicologia umana: Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico. Chi non è più capace di sentire rimorso per il male fatto – come certi mostruosi personaggi storici – è spiritualmente ammalato. Per questo nel Salmo 19 troviamo la seguente supplica: Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!

Ancora più grave del silenzio la situazione che si sta verificando negli ultimi anni in cui, per cui è la stessa gerarchia ecclesiastica che approva dichiarazioni che contraddicono esplicitamente l’insegnamento cattolico, come è accaduto lo scorso settembre ad opera del Forum sinodale tedesco:

Poiché l’orientamento omossessuale fa parte dell’essere umano creato da Dio, non dev’essere giudicato diversamente in termini etici rispetto all’orientamento eterosessuale[3].

La negazione aperta o dissimulata dei principi morali tradizionali, anche a proposito di altri temi scomodi come l’aborto, l’eutanasia o l’attuale proliferazione dei generi sessuali, viene giustificata da questi prelati in nome della misericordia e delle esigenze pastorali, oltre che dall’assunzione acritica di postulati pseudoscientifici[4]. Come se consigliare i dubbiosi o ammonire i peccatori non fossero opere di misericordia, come se il peccato non ci allontanasse da Dio e dai fratelli, come se l’Inferno non esistesse più: una vera e propria apostasia dalla fede cristiana e dalla stessa morale naturale.   

Eppure, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale: emblematica, in tal senso, la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9-14).

Se il pubblicano, con tutti i suoi innegabili peccati, sta davanti a Dio più giustificato del fariseo, con tutte le sue opere buone, la ragione è che quest’ultimo non sa più di avere ch’egli delle colpe e il silenzio della coscienza lo rende impenetrabile per Dio e per gli uomini.

Un buon pastore dovrebbe dire a noi fedeli la verità e dirla in modo tale che il dolore per il peccato commesso, assieme alla certezza della misericordia di Dio, diventi la crepa – nel muro della nostra assuefazione al male – che lascia passare la luce della Grazia di Dio!

Anche perché la coscienza erronea, del fariseo e nostra, non ci giustifica. L’uomo è capace di vedere la verità di Dio a motivo del suo essere creaturale: se non la scorge è solo per un colpevole rifiuto della sua volontà. La retta coscienza non si identifica con la certezza soggettiva su di sé e sul proprio comportamento morale: essa può essere un mero riflesso dell’ambiente sociale e delle opinioni sbagliate che vi sono diffuse. La vera colpa di chi fa il male con la presunzione di essere nel giusto non sta nell’agire secondo coscienza, che è il criterio morale fondamentale: la vera colpa di una coscienza erronea consiste nella rinuncia alla verità, che è avvenuta precedentemente e che ora prende la sua rivincita.

Quanto è venuto alla luce – dopo il crollo del sistema marxista nell’Europa orientale – conferma questa diagnosi: le personalità più nobili dei popoli finalmente liberati hanno parlato di un’immane devastazione spirituale, accaduta negli anni dei regimi comunisti.  Il nuovo patriarca di Mosca lo ha denunciato con forza all’inizio del suo ministero, nell’estate 1990: la capacità di percepire la verità, da parte delle persone vissute in un sistema di menzogna, si era oscurata. La società aveva perso la capacità di misericordia e un’intera generazione era perduta per il bene, per azioni degne dell’uomo.

Mi sembra che qualcosa di analogo stia accadendo oggi in Occidente: l’odio di sé, della propria storia e cultura, stanno provocando un crollo di civiltà e un oscuramento della ragione di proporzioni epocali. Per l’umanesimo classico e cristiano, la coscienza significava la presenza percepibile ed imperiosa della verità, che proviene da Dio, all’interno del soggetto stesso. Tocchiamo qui – secondo il Papa – il punto veramente critico della modernità: l’idea di verità è stata nella pratica eliminata e sostituita con quella di progresso. Il progresso stesso “è” la verità. Tuttavia, in quest’apparente esaltazione esso diventa privo di direzione e si vanifica da solo: infatti, se non esistono punti di riferimento assoluti, a seconda della posizione assunta dal soggetto che giudica, tutto può essere egualmente un progresso quanto un regresso. La teoria della relatività formulata da Einstein per l’universo fisico può farci capire la situazione spirituale del nostro tempo: senza punti fissi di riferimento non ci sono più direzioni. Scegliamo gli elementi per orientarci, non perché sono veri in se stessi, ma perché li consideriamo funzionali ai nostri interessi. A ben vedere nell’universale relatività non c’è nessuna coscienza in senso proprio, cioè nessun “con-sapere” con la verità. La rinuncia ad ammettere la possibilità per l’uomo di conoscere la verità conduce dapprima ad un uso puramente formalistico delle parole e dei concetti. A sua volta la perdita dei contenuti porta al predominio della prassi (nella Chiesa, ad esempio, la perdita di centralità delle verità di fede ha condotto al primato del ‘pastoralismo’) e la tecnica diventa il criterio supremo. Con il rischio che a maneggiare strumenti potenti oltre l’immaginabile ci sia un’umanità incapace di utilizzarli secondo coscienza.

Questa è precisamente la forma perversa della somiglianza con Dio, di cui parla il racconto del peccato originale: la via di una mera capacità tecnica, la strada di un potere sordo alla voce della verità e alle sue esigenze e sempre più incline ad affermarsi in modo autoritario (si pensi alla gestione in Italia della pandemia o la scelta di entrare di fatto in guerra contro la Russia, avvenute senza passare preventivamente attraverso il Parlamento).

La nostra epoca, più di altre, necessita in questa drammatica situazione della testimonianza dei martiri: essi, come ha fatto Socrate, attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza a Dio: in questo senso essi aprono la via al vero progresso umano.

 

Note:

[1] Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, In principio Dio creò il cielo e la terra. Riflessioni sulla creazione e il peccato, Lindau 2006.

2  Una conferenza del 1991, ripubblicata nel 2018 dall’editore Cantagalli nella raccolta di saggi: Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo Millennio, con il titolo Se vuoi la pace rispetta la coscienza di ogni uomo. Coscienza e verità pp.87-109. Le successive citazioni in corsivo sono tratte da questo testo.

3 Fin dall’inizio, la Chiesa ha condannato i rapporti omossessuali. San Paolo, nella Lettera ai Romani scrive: “Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento” (Rm 1,26-27). Il Catechismo della Chiesa Cattolica annovera i rapporti omossessuali tra i peccati che gridano verso il cielo (per la gravità del disordine che rappresentano nella società), pur raccomandando l’accoglienza: con rispetto, compassione e delicatezza, delle persone che presentano queste tendenze 

[4] Come quello che una persona nasca omosessuale o bisessuale o che i generi sessuali siano molteplici. Per di più, l’attuale gerarchia, mentre sminuisce il valore dell’obbedienza ai Dieci Comandamenti, grava il credente di nuovi doveri ‘farlocchi’, come quello – enunciato dal Papa Francesco durante la pandemia – di vaccinarsi, senza eccepire nulla sul fatto che le linee cellulari utilizzate per questi nuovi sieri siano state ricavate da feti umani appositamente abortiti.  

 


 

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