persona sole catene libera libero

 

 

di Gianni Silvestri

 

Tanti mi chiedono come mai nelle mie riflessioni non parto dall’analisi dei casi concreti che affronto da decenni, o dai problemi in cui tutti ci dibattiamo.
Oggi, infatti, è opinione comune partire nelle riflessioni dalle problematiche sociali per meglio comprendere la vita e la società, tanti ritengono che sia da privilegiare  l’affronto della concretezza socio-economica per migliorare la vita personale e collettiva. Questa mentalità “efficentista e/o materialista” è il segno del nuovo paradigma teoretico in uso da circa 200 anni (soprattutto di retaggio marxista) in cui la prassi  è la chiave di volta da cui partire per comprendere il reale e costruire l’ipotesi migliore di intervento sociale: è la prassi che precede e condiziona la teoria.
Questa mentalità si è diffusa anche in ambito giuridico nella differente impostazione tra i sostenitori del giusnaturalismo e dei principi già dati del “diritto naturale” e quelli del positivismo giuridico (Kelsen) che assegnano il potere normativo al solo Stato sulla base delle sue scelte sganciate da qualsiasi riferimento etico o naturale preesistente. Anche in ambito ecclesiale possiamo osservare, soprattutto nell’ultimo pontificato, come sempre più spesso “la pastorale” preceda (rischiando di condizionare) la stessa dottrina e non viceversa come da sempre è avvenuto.
Orbene: per rispondere alla domanda iniziale devo precisare che preferisco seguire la saggezza millenaria sia della miglior filosofia che dell’esperienza di fede le quali (con Aristotele e S. Tommaso) ci ricordano che invece “agere sequitur esse”: cioè l’agire è la conseguenza di quello che si è; il comportamento umano segue l’essenza, l’identità di una persona. In altre parole noi non siamo identificati o determinati dalla azione (o re-azione) ai problemi esterni, ma da quello che originariamente siamo, dalla nostra essenza, personalità, identità valoriale ecc.
Per questo motivo preferisco affrontare il temi partendo dalla radice, analizzando il dato a monte e non a valle, cioè dalla ricerca o comprensione di quello che siamo, dei valori profondi che ci sostengono: per semplificare solo valorizzando le radici della pianta essa potrà crescer rigogliosa e con nutrimento e non viceversa. Fuor di metafora, solo comprendendo meglio chi siamo potremo agire per il meglio, senza dimenticare nulla di noi stessi e senza contraddire la nostra umanità. 
Fatta questa sintetica premessa di metodo, si comprende meglio anche il tema che oggi vorrei brevemente impostare (non certo affrontare, vista la sua vastità).
Nella vita i credenti (ancora la stragrande maggioranza delle persone nel mondo) sanno che Dio ha il posto fondamentale, a differenza del resto del mondo che lo ha oramai cancellato da ogni ambito in nome di una laicità che è divenuta arbitrio, (sempre meno libero…).
Ma questa consapevolezza cambia anche il modo di approcciarci alla vita, personale e sociale, principalmente per due aspetti:

1) SIAMO CREATURE LIMITATE e quindi incapaci – senza un rapporto con il Creatore, fonte di stabile pienezza – di raggiungere una felicita piena e duratura.
Sul punto potremmo scrivere o leggere intere biblioteche, ma basta l’empirica valutazione dell’esperienza personale e sociale: la felicità non riusciamo a trovarla (o a mantenerla) nemmeno dopo aver raggiunto i traguardi tanto agognati e persino nelle ricche società occidentali ci si sente sempre più soli ed incompresi con crescente aumento dei suicidi, delle ludopatie e dell’uso di antidepressivi (segno di una insoddisfazione di fondo che non si riesce ad affrontare umanamente se non grazie “allo sballo chimico” dei farmaci).

2) IL SENSO-L’ENERGIA DELLA VITA NON SONO IN NOI, MA IN DIO

Il secondo passo risulta più difficile da comprendere o da compiere.
Gran parte dei credenti (nel migliore dei casi) si preoccupa e si sforza di amare Dio, di amare i fratelli, di svolgere attività caritatevoli, ecc.
Tutto giusto, incontestabile, se non per il rischio di utilizzare come punto di partenza e di arrivo la nostra persona, la nostra volontà e decisione, in definitiva le nostre forze. Questa impostazione (con ogni conseguenti attività) è giusta in sé, ma mi sembra solo “la seconda parte del film”, quella che ha origine … dalla prassi: ci si affanna per risolvere i problemi altrui, spesso ci si consuma “nel da farsi”, restando vittime della logica del risultati (che quando mancano sembrano segnare il fallimento della stessa fede, ritenuta inconsistente).

Ma puntare al risultato, essere condizionati dalla prassi, mi sembra una logica umana e non divina in quanto il fondamento di tutto resta sempre la nostra volontà, il nostro sforzo (sia pur di fedeltà al Signore).

Abbiamo in questo modo scelto la strada più difficile: la nostra persona come fonte dell’impegno, sia pur mosso dal nostro amore per Dio, o quantomeno dalla riconoscenza che abbiamo verso di Lui.
Strada più difficile sia per la debolezza soggettiva delle nostre capacità , sia per la difficoltà oggettiva di continuare a vivere la fede in un mondo prima sempre più incredulo, poi sempre più indifferente, ora sempre più ostile verso la fede cristiana (scomoda in quanto  smaschera le falsità di un potere sempre più disumano e fine a sé stesso).
Che fare di fronte alla crescente difficoltà e persino confusione?
Dovremmo sempre prendere come riferimento il comportamento di Cristo, se lo riconosciamo come Maestro
. A me ha sempre colpito, ad esempio, la Sua risposta inusuale verso chi si lamentava dello spreco di profumo della Maddalena
“ I poveri li avrete sempre con Voi…”.
Ed ancora ripenso al suo fraterno rimprovero all’amica che preferiva “il da fare”, la prassi alla Sua conoscenza e frequentazione: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».(lc. 10, 42).
Questo sua comportamento, che ribalta il nostro fare “da efficentisti”, trova conferma nella impostazione sulla vita ed i suoi bisogni-affanni: “… il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt  6, 32-33).
Come mai questo apparente distacco dalla realtà e dalle pur giuste preoccupazioni personali e sociali ? Cristo sa bene una cosa che – benché credenti- spesso dimentichiamo: la nostra vita è inserita in un disegno ben più grande:
La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.”(Ef. 6,12) come ricorda S. Paolo, il primo vero combattente della neonata comunità cristiana. Per questo egli subito dopo precisa : “…Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio”.

Allora – a prescindere dalle difficoltà umane di vivere in un mondo sempre più in “rotta e lotta” con Dio – non dovremo illuderci di poter fare tutto da soli: il Maligno è più intelligente, costante e forte di noi, è un puro spirito malvagio con il quale non possiamo nemmeno immaginare di tener testa da soli.
“Non dobbiamo avvicinarci al diavolo, perché più intelligente di noi e ci vince, né dialogare con lui: è ‘uno sconfitto’ ma pericoloso perché seduce e, come un cane rabbioso incatenato, morde se gli fai una carezza” ammoniva di recente Papa Francesco.
Gesù Cristo stesso, vero Dio ma anche vero uomo, ci ha insegnato come comportarci con lui: egli fu sottoposto alle maggiori tre tentazioni e riflettiamo sulle risposte:

1) All’invito ai piaceri carnali : “ Se sei Figlio di Dio, trasforma queste pietre in pane”.
Cristo risponde con l’invito alla castità:
“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4Lc 4,4),

2) All’invito all’esercizio dei poteri mondani:
Se sei Figlio di Dio gettati dal tempio di Gerusalemme in quanto gli angeli ti salveranno”   Cristo preferisce la povertà di spirito “Non tentare il Signore Dio tuo“.                               
3) all’invito a ricevere ogni ricchezza e regno della Terra
se prostrato mi adorerai” (abbandonando quindi Dio)
Cristo risponde con la virtù dell’obbedienza:
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10Lc 4,8).

Cristo cioè non dialoga con il Diavolo, non tenta nemmeno di confutare umanamente le sue tesi, non intavola un confronto con lui, ma risponde unicamente citando la parola di DIO, la sola che ha la forza di verità da cui nessuno può svincolarsi.

E se persino Cristo si è affidato a Dio ed alla Sua Parola, come pretendiamo noi di confrontarci diversamente con “il Mondo, ed il suo Principe ” se non affidandoci a Dio? Ecco il punto che vorrei sottolineare: fede significa non solo credere nella esistenza di Dio e nella sua Parola (come se fosse uno dei tanti principi filosofici convincenti “da tirar fuori al bisogno”), ma soprattutto affidarsi a Lui, alla Sua “volontà ” ben più lungimirante della nostra ed operante oggi nel mondo in chi l’accoglie.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Ecco l’essenza e la novità cristiana: farsi abitare da Dio e lasciar fare a Lui; abbandonarsi umilmente nelle sue braccia come intuito da Suor Teresina di Lisieux nella sua rivoluzionaria “piccola via” (o infanzia spirituale), per questo proclamata da S. Giovanni Paolo, “dottore della Chiesa (la più giovane dei 36)”, al pari dei più grandi pensatori cristiani come S. Agostino e S. Tommaso.

Ecco la vera forza del cristiano: diventare non “un manager dell’attivismo ” ma – pur in ogni sua attività più o meno complessa – un semplice “indicatore di Dio” come S. Giovanni Battista, grande perché si fa da parte,  indicando a tutti “Gesù, l’Agnello di Dio”, l’unico capace di salvare il mondo.
Il cristiano non si sostituisce a Dio, ma lo lascia agire, gli fa posto nella sua vita, come la vela che non serve chiusa in sé stessa, ma solo aperta al vento.
Il cristiano offre a Dio la vita, il tempo ed i suoi sforzi per vederseli tornare da subito cambiati e vivificati “il centuplo quaggiù”, (prima dell’eternità).
Ecco il capovolgimento di prospettiva e metodo di cui all’inizio: “agere sequitur esse”, noi non uccidiamo i bimbi, amiamo tutti nella Verità perché siamo cristiani, per la nostra identità, non per seguire le esigenze o le mode del mondo (la prassi, tra l’altro passeggera).
Lo attesta Diogneto nella sua famosa lettera, parlando dei cristiani:
“…Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.  Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita….
A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”
. Il paradosso cristiano è che, per vivere tutto questo, dobbiamo dedicare più attenzione a Dio che al mondo; dobbiamo finalmente fidarci seriamente del Suo avvertimento: 
“senza di Me non potete far nulla”. (nulla… dice).
Solo “Dio Salva”;  non è un caso che sia il significato letterale di “Gesù”
di cui oggi, 3 Gennaio 2021, celebriamo il “Santissimo Nome”.
In Pace             

 

                                 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1