La bilancia della giustizia

 

 

di Massimo Lapponi

 

            Nell’ordinamento giuridico italiano vi è una figura piuttosto strana: il lecito ma impugnabile. Che cosa significa questo capolavoro di sottigliezza? Che esistono determinate azioni che si considerano lecite, a meno che qualcuno, entro i tempi consentiti, non protesti e non denunci l’autore delle medesime. In quel caso quest’ultimo verrebbe condannato per l’illecito – propriamente per il lecito ma impugnabile. Ma se nessuno contesta l’azione entro i tempi stabiliti, essa diviene lecita e basta.

            L’uomo comune, che non ha acquisito la sottilità argomentativa del giurista, potrebbe domandarsi: ma insomma quell’azione è lecita o non è lecita? Se è lecita non può essere impugnabile, e se è impugnabile ovviamente non è lecita.

            Ma lasciamo da parte queste dispute, che si sottraggono alla comprensione di chi non ha fatto pratica forense, e consideriamo, invece, un’altra figura, che non rientra esplicitamente negli ordinamenti giuridici di alcuno stato o in alcun corpo legislativo, ma che tuttavia esiste e, a quanto sembra, oggi tende ad espandersi sempre di più: l’illecito ma non impugnabile. Che cosa significa? Molto semplice: vi sono azioni che obiettivamente sono illecite, perché violano leggi di diritto umano o divino, e che tuttavia non vengono impugnate. Perché? O perché quelli che dovrebbero impugnarle non lo fanno – che ciò sia per timore ovvero per connivenza – o perché chi commette l’illecito non ha al di sopra di sé un potere a cui si possa fare appello per impugnare l’azione illecita.

            Questo secondo caso avviene per una situazione umanamente insuperabile. È vero che si è cercato di evitare la sussitenza di un potere inappellabile – ad esempio con la divisione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario – ma di fatto ciò è impossibile. Perché? Per il semplice motivo che non si può andare all’infinito: si può stabilire un potere di controllo di un altro potere, ma poi bisognerebbe stabilire un altro potere di controllo del potere di controllo, e così via. Ad un certo punto necessariamente bisogna fermarsi ed accettare un potere che costituisce l’ultima istanza. Per fare un esempio, dopo la cassazione la questione finisce.

            Se perciò qualcuno, che lo faccia o no di proposito, giunge ad occupare il potere supremo, oltre il quale non si può ricorrere, il gioco è fatto! Vi potranno essere codici ben precisi, che in teoria non dovrebbero essere violati da nessun potere, ma se contro un determinato potere non si può fare appello, l’illecito da esso compiuto rimane illecito, ma non è impugnabile.

            Penso si possa dire che questa sia propriamente la definizione della tirannide: la persona o il gruppo che è riuscito nell’intento di acquisire il supremo grado del potere, oltre il quale non vi è possibilità di appello, e lo esercita operando illeciti che sa essere non impugnabili.  

            Ovviamente, almeno in teoria, un tal potere non avrebbe alcun limite all’illecito – e, di là dalla fredda terminologia giuridica, sappiamo bene cosa ciò in pratica significhi.

            Bisogna però aggiungere che fin qui ci siamo mantenuti al livello puramente umano. Se invece ora rivolgiamo lo sguardo più in alto, che cosa dovremo dire? L’illecito umanamente non impugnabile, resta non impugnabile anche davanti a Dio? Si potrebbe rispondere: nell’altra vita, se c’è, ci sarà la giusta sanzione, ma in  questa?

            A questo proposito Sant’Agostino fa un’osservazione molto acuta. Se Dio intervenisse sempre – egli scrive – per punire i trasgressori e salvare gli innocenti, allora gli uomini penserebbero che non c’è bisogno della vita eterna, perché tutto si risolverebbe nella vita terrena. Ma se Dio non intervenisse mai nel punire i malvagi e premiare i giusti in questa vita, gli uomini si persuaderebbero che Dio non si occupa affatto del mondo da lui creato. Dunque Dio a volte non interviene e lascia che l’ingiustizia rimanga impunita, ma a volte invece avviene e punisce in modo esemplare i tiranni oppressori dei popoli, in modo che tutti ne abbiano timore.

            Il tiranno di turno potrebbe pensare: ma sì! A me non succederà niente! Meglio così! Però che sia realmente meglio non è poi così certo. Il tiranno che finisce impiccato o fucilato – e gli esempi non mancano, ad ammonizione di chi di dovere – tutto sommato sembra piuttosto essere oggetto di una speciale grazia di Dio. Perché? Per il semplice motivo che la punizione in questa vita è infinitamente preferibile a quella rimandata all’altra vita. Infatti quando si è puniti in questa vita c’è sempre la speranza di ravvedersi, ma nell’altra vita non c’è più tempo per il pentimento e il focherello non cessa mai di bruciare. Sembra che i tirannelli abbiano tanta voglia di rischiare, come se si trattase di una scommessa da quattro soldi! In ogni caso la saggezza popolare diceva una volta che l’ingiusto felice è maledetto da Dio, nel senso che ormai Dio non pensa più neanche a convertirlo e fin da ora prepara il focherello per fargli assaggiare quello che lui ha fatto assaggiare a tanti altri. Dunque non so quanto possiamo ritenere fortunati quei tiranni che sono morti nel loro letto – e anche qui gli esempi non mancano, sempre ad ammonizione di chi non vuol sentire.

            C’è però da aggiungere che l’altra vita non è così separata dalla vita presente come generalmente si pensa. Il martire che soccombe al tiranno avrà certamente il suo premio in cielo, ma non solo. La contesa terrena non finisce, neanche per lui, con la sua morte fisica. La sua testimonianza, la sua memoria, la sua stessa azione continuata dalla patria celeste sulla storia terrena prosegue ancora ininterrotta per il trionfo della giustizia e la punizione dell’iniquità. Questo non è soltanto un dato di fede, ma si può anche sperimentare.

            Prendiamo un esempio particolarmente forte: i santi innocenti. Erode crede di essere vincitore e di aver annientato le sue indifese vittime, avendo compiuto, come molti erodi dopo di lui, un  illecito non impugnabile. Ma i bambini innocenti sacrificati al furore dei tiranni non solo ricevono una vita nuova nel cielo: essi continuano a far sentire la loro voce sulla terra. E non si celebra ogni anno la loro festa insieme a quella del Santo Bambino per il quale essi sono stati sacrificati – e di quanti altri bambini sacrificati essi si fanno voce? Allo stesso modo si celebra la festa di un’infinità di martiri ed eroi che, come ad esempio Giovanna d’Arco, sono stati sconfitti nella vita terrena, ma ora continuano ad ispirare la resistenza contro i tiranni di turno attraverso i secoli.

            In questa estensione nel tempo della memoria e dell’influenza continuativa delle vittime apparentemente sconfitte, ma ancora combattenti fino al trionfo finale, gioca un ruolo primario la liturgia della Chiesa, la quale fa risplendere la realtà del regno celeste e del suo dominio sul mondo agli occhi dei credenti, e non solo. Forse per questo certi tirannelli cercano di tenere i fedeli lontani dalle chiese, in modo che la loro vista si annebbi e non vedano più il mondo soprannaturale che ci assedia da ogni parte. Specialmente nella sua liturgia la Chiesa esercita lo stesso potere visionario del profeta Eliseo:

            «Il giorno dopo, l’uomo di Dio, alzatosi di buon mattino, uscì. Ecco, un esercito circondava la città con cavalli e carri. Il suo servo disse: “Ohimé, mio signore, come faremo?”. Quegli rispose: “Non temere, perché i nostri sono più numerosi dei loro”. Eliseo pregò così: “Signore, apri i suoi occhi; egli veda”. Il Signore aprì gli occhi del servo, che vide. Ecco, il monte era pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno a Eliseo» (2Re 6, 15-17).

            Ma non solo nella liturgia la Chiesa esercita questo potere. Intanto vi è quella derivazione dalla liturgia e dalla paraliturgia che costituisce il teatro, e in particolare il teatro lirico. Che il martirio di Maria Stuarda venga celebrato da Schiller e da Donizetti costituisce certamente un prolungamento delle celebrazioni sacre, capace di rendere viva ed operante la resistenza alla tirannide e all’ingiustizia attraverso i secoli, nonostante l’apparente sconfitta della vittima e la tronfia soddisfazione del carnefice.

E tutta l’arte cristiana, la quale dalle chiese si espande ovunque, e fin nelle nostre case, che cos’è se non un riflesso mirabile della storia della salvezza, che costituisce l’anima di tutta la storia del mondo?

            Ma anche il martirio nascosto di chi giorno per giorno si offre a Dio per la salvezza del mondo dal peccato ha il suo prolungamento, dopo il premio celeste, nella vita terrena.

            Sono celebri le parole di Santa Teresa di Gesù Bambino, la quale, totalmente ignorata dai più durante la sua vita terrena, divenne poi, grazie alla sanzione della Chiesa, una forza dirompente nella sua vita celeste, e lo resterà fino alla fine del mondo, come lei stessa aveva predetto:

            “Sento che sto per entrare nel riposo… Ma sento che la mia missione sta per incominciare, la missione di far amare il Buon Dio come io lo amo, di dare la mia piccola via alle anime. Se il Buon Dio esaudisce i miei desideri, il mio Cielo trascorrerà sulla terra sino alla fine del mondo… Non posso riposarmi finché ci saranno anime da salvare […] Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra”.

            Non dobbiamo credere che queste parole valgano soltanto per lei e per i più grandi santi. Esse illustrano quel grande mistero chiamato “comunione dei santi”, per il quale sappiamo che il poema della storia del mondo non è quello che appare ai nostri occhi profani, ma è rivelato nella liturgia e nella vita della Chiesa, quando essa «ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo e vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi» (Nm 24, 4).

            I tirannelli di ieri e di oggi non vedono queste cose e vorrebbero impedire a tutti di vederle, ma dovrebbero ricordare che, come diceva un vecchio proverbio partenopeo, Dio non paga il sabato – e, tutto sommato, dovrebbero augurarsi di essere pagati il venerdì, come certi loro precursori che agli occhi degli uomini hanno fatto una brutta fine, piuttosto che il sabato, come quelli che, dopo una morte onorevole, hanno avuto dedicati anche monumenti “ad perpetuam rei memoriam”, ma possiamo forse immaginare dove ora si trovino.

 

 

Facebook Comments