L'ospitalità di Abramo (SS. Trinità) - Opera di Enrico Benedetti
L’ospitalità di Abramo (SS. Trinità) – Opera di Enrico Benedetti

 

Santissima Trinità (Anno A) – 31 maggio 2026

Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18



don Ambrogio Clavadei

 

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvo per mezzo di lui”.«

 

Questa affermazione del vangelo di Giovanni esprime potentemente, sia pure nella sua brevità, la caratteristica singolare e specifica del Dio della rivelazione cristiana, di quel Dio che è Trinità. Se nel monoteismo puro Dio mantiene inevitabilmente l’infinita distanza che caratterizza il suo rapporto con l’uomo e con il mondo; se il panteismo comporta l’inevitabile eliminazione di ogni distanza sino al confondersi dell’umano col divino così che tra mondo e Dio vi è solo una distinzione apparente; se il panteismo parla del mondo come di una sorta di corpo necessario di Dio le cui variazioni mutano la natura di Dio così che anche il male finisce per diventare una sorta di componente del dinamismo divino, il Dio trinitario cristiano, pur mantenendo la sua trascendenza, si rivela capace di entrare in rapporto assolutamente intimo con l’uomo e con il mondo senza riassorbirlo in se stesso. 

Questo significa anche che questo Dio ha la capacità di entrare liberamente nel mondo per perdonarlo e salvarlo dando se stesso (il Figlio) per un eccesso infinito d’amore, per il fatto che è in se stesso Amore cioè perfetta relazione eterna di accoglienza e dedizione tra le tre Persone che lo compongono in unità perfetta. Mediante questa dedizione libera di amore in forza della quale già ha creato altrettanto liberamente il mondo, il Dio trinitario si è poi rivelato come volontà definitiva di amore destinando l’uomo e il mondo ad entrare nella sua relazione di amore dove Dio e l’uomo rimangono se stessi, ma sono pure legati in comunione eterna di amore: “In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28), e sempre esisteremo, esaltati in questo Dio tripersonale che ci rende persone.

L’inizio nella storia di questa comunione è l’admirabile commercium dell’Incarnazione, uno “scambio d’identità” asimmetrico e sconvolgente tra Dio e l’essere umano, dove Dio prende su di sé ciò che è nostro (la natura umana, la mortalità, il limite) per donare a noi ciò che è suo (la natura divina, l’immortalità, la vita eterna): “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio” (Sant’Atanasio). In ogni singola Messa cattolica c’è un momento molto suggestivo in cui questo admirabile commercium viene rievocato visivamente: quando il sacerdote prepara il calice, versa il vino e poi aggiunge una sola goccia d’acqua, recitando a bassa voce questa preghiera: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra partecipazione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. In questo segno, il vino rappresenta la divinità di Cristo e la goccia d’acqua la nostra fragile umanità. Una volta che l’acqua è versata nel vino, si dissolve, non può più essere separata ed assume il sapore, il colore e la dignità del vino. È la fotografia perfetta del mirabile scambio: la nostra vita, unita a quella di Cristo, viene completamente trasformata e divinizzata.

Tutto questo si configura definitivamente quando nella Comunione ci è data la possibilità di mangiare la carne assunta da Dio e di bere il sangue che Dio ha voluto far scorrere nelle sue umane vene. Non c’è cosa più mirabilmente scandalosa di un Dio che si offre a noi così: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 48-57).

È comprensibile allora che di fronte ad un tale modo di rivelarsi di Dio una santa mistica come Caterina di Siena abbia potuto dire: “O Trinità eterna, o fuoco e abisso di carità, o pazzo della tua creatura! O verità eterna, o eterno fuoco, o eterna sapienza! … O Trinità eterna, pazzo d’amore, che utilità ti venne dalla nostra redenzione? Nessuna, perché tu non hai bisogno di noi”, “Tu, abisso di carità, perché mai sei così impazzito? Perché sei innamorato della tua creatura”, “Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità”.

Ma non solo la mistica senese: “Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente, per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero”, “Pacificate la mia anima, fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice”, “Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui ho capito questo, tutto si è illuminato”, “O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a Voi come una preda. Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare, nella vostra luce, l’abisso delle vostre grandezze”, “Vado verso la Luce, verso l’Amore, verso la Vita… vado verso la Trinità [ultime parole prima della morte]” (Santa Elisabetta della Trinità).

E ancora: “In quel bacio d’eterno amore, il Padre gode del Figlio, il Figlio gode del Padre, e lo Spirito che li unisce è il fiume di pace che si riversa nei loro cuori. Quell’amore è così grande che non può contenersi in se stesso, e per questo ha creato l’uomo: per avere qualcuno con cui spartire tanta festa” (San Giovanni della Croce); “In un momento il mio spirito fu immerso in Dio e vidi l’inconcepibile maestà della Trinità Santissima. La Sua luce penetrò la mia anima e compresi che non c’è nulla di grande fuori di Dio. La Trinità è una sorgente inesauribile di vita e di misericordia, che non respinge mai la creatura che le si avvicina, ma la avvolge nel suo mistero di pace” (Santa Faustina Kowalka).

Ma forse la pazzia più folle del Dio trinitario, eterno e indissolubile legame d’amore in se stesso, emerge là dove questo Dio per puro amore per noi rinuncia nella storia alla sua stessa natura di comunione intradivina per farci posto in se stesso: “L’abbandono del Figlio sulla Croce rivela l’infinito spazio che vi è nella Trinità. Il Padre e il Figlio si separano, per così dire, fino all’estremo limite per poter contenere e abbracciare tutta la distanza del peccato umano. Ma proprio in questa oscurità profonda, lo Spirito Santo si rivela come il legame indistruttibile, l’amore che supera persino l’abisso dell’abbandono” (Adrienne von Speyr). Ciò svela che questa separazione non è altro che una possibilità, la più bella possibilità, che il Dio che è Amore indissolubile possa esprimere per amore nostro, così che si realizza l’indicibile e incomprensibile prodigio del fatto che Colui che ha potuto dire: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30), può essere abbandonato dal Padre (cfr. Mt 27, 46). Ecco cosa ha voluto dire che “Dio ha tanto amato il mondo …”.

Si comprende allora come questo Dio Uno e Trino si dimostri non sovrano per l’uomo, ma profondamente amico: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 13, 14-15). Da qui la grande intuizione del cistercense medievale Aelredo di Rievaulx: “Dio è amicizia. Chi rimane nell’amicizia rimane in Dio, e Dio rimane in lui”, ecco perché “Dio stesso ha impresso nelle sue creature il desiderio dell’amicizia e la dolcezza della comunione. Egli, che è Unità e Trinità, ha voluto che le sue creature non vivessero in solitudine, ma che la gioia di ognuno fosse moltiplicata dalla condivisione con l’altro, a immagine della sua stessa vita divina” (L’amicizia spirituale). Ecco perché, se siamo amici di Dio e amici tra noi per sua grazia, san Paolo ci invita a scambiarci “il bacio santo”!

Ma noi, come amiamo un simile Dio che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, singolari persone come lui è Persona? E certa Chiesa che non discute più del sesso degli angeli ma delle diverse possibili e accettabili espressioni sessuali dell’uomo, come ama quel Dio che, per farci a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina soltanto ci ha creati? Chi sdogana certe affermazioni deturpa gravemente il volto adorabile e tre volte santo di Dio!

 

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