Cominciano ieri i lavori del “Cammino sinodale” in Germania.
Propongo ai lettori italiani questo ottimo editoriale apparso ieri sul giornale cattolico tedesco “Tagespost” a firma di Oliver Maksan È necessario vegliare e pregare perché la resistenza minima di pochi vescovi e di tanti credenti inascoltati e non rappresentati l’abbia vinta su queste spinte autoreferenziali della Chiesa tedesca.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

          Alessandra Carboni Riehn

 

Cardinal Reinhard Marx ed il presidente del ZdK Thomas Sternberg

Cardinal Reinhard Marx ed il presidente del ZdK Thomas Sternberg

 

Il cammino sinodale non condurrà a nessun rinnovamento della Chiesa in Germania. Perché la diagnosi che fa è sbagliata. Pertanto la terapia non può essere giusta.

 

Il cammino sinodale comincia a discutere. Questo permetterà alla Chiesa in Germania di fare ininterrottamente, nei prossimi due anni, ciò che maggiormente ama e in cui indubbiamente meglio riesce: occuparsi di se stessa. Si annunciano tempi gloriosi per i funzionari pastorali. Questioni strutturali, quali lezioni o meno trarre dall’abuso, giustizia di genere, morale sessuale al passo oi tempi: tutto questo sarà discusso e ridiscusso. Ci sarà un grande apprezzamento per il programma di riforma e una forte opposizione. Alla fine tutto sarà stato detto da tutti – e nulla sarà risolto. Che non mi si fraintenda: la riflessione fa sempre bene. E in un Paese in rapida scristianizzazione i vescovi e i laici in realtà avrebbero abbastanza di cui parlare.

 

L’autosecolarizzazione della chiesa ostacola il rinnovamento

 

Ma la riflessione collettiva del Cammino sinodale non contribuirà molto a far guarire la Chiesa in Germania. Al contrario, il problema si aggraverà, perché la diagnosi è sbagliata e di conseguenza anche la terapia. Il mantra recita: nella crisi degli abusi la Chiesa ha fallito sistematicamente. Solo attraverso un cambiamento radicale della struttura e della dottrina diventeremo di nuovo credibili. Ma questo mantra non corrisponde alla realtà dei fatti. La gente se ne stava andando dalla Chiesa ben prima della crisi degli abusi. E per i protestanti è la stessa cosa. Non è l’abuso e la gestione di esso che ostacola il rinnovamento, ma l’autosecolarizzazione della Chiesa in mezzo a una società ipersecolare. Qui si vuol spegnere il fuoco con la benzina: non può finire bene. O qualcuno crede seriamente che la credibilità della predicazione della morte e della risurrezione di Gesù Cristo dipenda dal fatto che si risolva in modo corrispondente alla giustizia di genere la questione dell’ordinazione femminile?

Mons. Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona

Mons. Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona

Cosa succederebbe se la Chiesa, garantita da mille trattati con lo Stato, concordati, entrate derivanti dal tributo ecclesiastico, cominciasse a parlare di Dio invece di parlare di questioni strutturali indiscusse nella Chiesa mondiale? Per molti contemporanei parlare di Dio – anche se fosse il migliore e più innocuo amico dell’uomo – è ormai qualcosa di quasi patologico. Non hanno bisogno di un amico immaginario. La Chiesa è impotente di fronte a questo problema di ricezione e fa notare con ogni mezzo quanto sia utile alla società: asili nido, Caritas, assistenza ai rifugiati. Ma elemosinare il riconoscimento sociale non salverà la Chiesa.

 

Finalmente pensare a Dio e parlare di Lui con entusiasmo

 

La salvezza sarebbe vicina se la Chiesa smettesse di guardarsi allo specchio e finalmente iniziasse a pensare a Dio e a parlare di Lui con entusiasmo. Ma chi negli ultimi giorni ha ascoltato i discorsi tenuti durante alcuni ricevimenti episcopali di Capodanno non può che meravigliarsi: Dio è il grande assente. Al suo posto: dettagli di pastorale, sostegno alla democrazia, alla politica per il clima e alla coesione sociale contro il populismo. La Chiesa vuole essere utile. La politica la ringrazia con pacche sulle spalle e sguardi amichevoli. Ma il Dio biblico, che supera ogni umana categoria di senso comune, che vuole rivoluzionare la vita del singolo come quella della comunità, è relegato in documenti di commissioni pastorali e in parole asettiche per la domenica. La Chiesa del futuro deve essere un ponte verso la trascendenza, un luogo dove sperimentare Dio. Pertanto: facciamola finita con messe eccessivamente pedagogiche, con catechesi e predicazione stanche. La Chiesa, pseudo-gigante istituzionale, è intrappolata in questa mondanità. È ora di liberarla.

 

 

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