Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI
Papa Francesco e il papa emerito Benedetto XVI (foto: Vatican media)

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Contro il virus del presenzialismo, del dire la propria non più procrastinabile opinione, non c’è vaccino che tenga e neppure il prode Bourla ci si è mai cimentato. Come mi è già capitato di notare, neppure un vero dolore e strazio possono porre un limite, di riserbo, di pudore, di silenzio all’irrefrenabile (appunto) impulso a comunicare ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, “ciò che non siamo”.

La citazione montaliana è solo per trovare un incipit alto per inserirmi nel dibattito sulle dimissioni di Papa Benedetto XVI; più prosaicamente mi son detta: e io chi sono per non giudicare?

Come tanti anch’io, all’annuncio delle dimissioni del Papa, dissi “Ma figurati!” per poi ricredermi e per trovare una giustificazione che me le rendesse accette; dopo l’esempio ancor vivo di Giovanni Paolo II e le mie reminiscenze di Celestino V facevo fatica ad orientarmi, ma nell’invidiabile stato d’innocenza in cui allora vivevo non misi molto a farmene una ragione e a stemperare il tutto in una quieta malinconia, tanto più dopo la stupenda ultima udienza generale.

Ad essere sincera (chiedo venia, espressione stupida come poche, ma fa parte del rimario per collegare una frase all’altra in uso a partire dal ginnasio in su), ad essere sincera in un certo senso mi piacerebbe che Francesco non fosse Papa, perché potrei congratularmi con me stessa e giustificarmi per i sentimenti di viva insofferenza. Ma non ne sono sicura, in fondo papi pessimi e financo eretici, in odore perlomeno, ce ne sono già stati.

Così le mie argomentazioni partiranno da ben tre se ed un’anomalia.

Se è vero l’aneddoto riportato in un sito, quando l’allora cardinale Ratzinger fu obbligato dal Papa a partecipare all’incontro interreligioso di Assisi, cui era fieramente contrario, obbedì ma in treno si sedette dando le spalle al senso di marcia.

Se è vero quanto riportato da molti, il testo latino della sua dichiarazione di rinuncia presenta numerose imprecisioni e sciattezze, inspiegabili in un accorto e scrupoloso conoscitore del latino.

Se è vero od esatto quanto riportato dalla stampa, Benedetto ha disposto che alle sue esequie non fosse presente la delegazione statunitense, il che vuol dire non Biden, né lui in presenza né per delega.

L’anomalia è il fatto in sé delle dimissioni e della creazione della figura del papa emerito: applichiamo allora anche a questo fatto la figura retorica tanto abusata del “non poteva non sapere”. Benedetto XVI non poteva non sapere quanto fosse irrituale la presenza di un papa emerito con tutte le caratteristiche formali del papato, dalla veste bianca all’uso del suo titolo, alla sua permanenza dentro le mura leonine.

Teologo finissimo, di grandissima cultura anche biblica e con un’attenzione vivissima per la liturgia (mi si perdonino i superlativi) e con un senso extra-ordinario per la Tradizione, è impensabile che non abbia meditato i modi del suo gesto.

Avrebbe potuto, sull’esempio illustre di Celestino V cui fece visita nel 2009 facendogli dono del suo pallio, ritirarsi in un convento o casa di preghiera fuori Roma o nella sua natia Baviera, con la veste cardinalizia rinunciando di fatto a tutte le prerogative papali visibili e non visibili.

Perché allora seguire un percorso così aspro, incerto e scandaloso?

Ritengo che un buon approccio al problema possa essere quello di rintracciare nella personalità del papa emerito quegli elementi, quegli abiti del pensiero e dell’agire che possono fornire delle indicazioni. In fondo la nostra struttura morale permane negli anni magari decantata nell’età avanzata.

L’uomo Ratzinger era discreto, riservato e misurato in tutte le sue manifestazioni, ma non passivo, rassegnato, come dimostrano i tre episodi che ho citato e come confermato da altri aneddoti raccontati dal suo segretario Mons.  Gänswein.  

Benedetto non incassa compiaciuto il titolo di nonno saggio affibbiatogli dal papa regnante; legge bene il sottotesto che lo definisce come il vecchio che, ormai fuori dal vivo dell’azione e dalla dinamica della realtà, non la sa più interpretare, e può (deve?) limitarsi a dare buoni consigli e non lasciar spegnere del tutto le braci della Tradizione.

Nel Veneto d’un tempo (ma probabilmente in molte realtà contadine), il nonno era colui che girava il mestolo della polenta nel paiolo appeso nel camino e si rendeva utile. Ora però i camini sono generalmente decorativi e così le braci della Tradizione e anche i nonni. Ma Benedetto non si riconosceva in quel ruolo, e pur mantenendo assoluto riserbo e parlando sottovoce non rinunziava a rimettere in ordine i pezzi della scacchiera con teutonica precisione.

Del resto Bergoglio si è espresso con ancora più amorevole sollecitudine – poverino, è anziano e forse ha paura delle novità- a proposito del Cardinale Zen, fortemente critico verso lo sventurato accordo con la Cina (Manzoni: La sventurata rispose, a proposito della monaca di Monza), più anziano del papa di neanche 5 anni! 

Pochi sanno essere più gratuitamente offensivi del nostro beneamato pontefice: no, a dire il vero no, non gratuitamente.

Così Benedetto coglie con eguale prontezza la natura offensiva anche nei propri confronti del siluramento del segretario personale, mons. Georg.

Analogamente, senza strepiti si era rifiutato d’essere messo nel calderone della scellerata operazione propagandistica dell’ineffabile Mons. Dario Viganò (a proposito di monsignori, numerosi come pratelline in un campo, un semplice prete in Vaticano si deve sentire come l’unico soldato semplice Nemecsek nei Ragazzi della Via Pal).

Nel testo della lettera con cui Benedetto precisava con nettezza le ragioni del rifiuto a scrivere una pagina a sostegno delle fatiche teologiche (una in meno di quelle di Ercole) tese ad illustrare il pensiero filosofico di Francesco: oltre alla presenza in essi di un autore fieramente ed operativamente avverso al suo magistero papale Benedetto dichiarava di non avere il tempo per leggere gli undici volumetti.

Altre azioni significative, tra le poche di cui sono a conoscenza, furono l’invito fatto a Monsignor Melina, già preside del defunto Istituto San Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia, che di lì a poco, infatti, sarebbe diventato Istituto per le Scienze (!) del Matrimonio e della Famiglia, appena defenestrato, alla maniera praghese, nel 2016 perché probabilmente non in linea coi nostri tempi scientifici. Ecchediamine, ora si fa sul serio, ci mettiamo al passo con le nuove acquisizioni delle scienze: basta la parola!, diceva una vecchissima pubblicità di un lassativo. Quando si dice precorrere i tempi…

Anche la pubblicazione nel gennaio 2020 del libro “Dal Profondo del Nostro Cuore”, dolorosa soprattutto per Gänswein, comunque sia andata, di fatto ospitava una robusta presa di posizione di Benedetto sul celibato sacerdotale, veniva a porsi tra il Sinodo sull’Amazzonia e la relativa esortazione apostolica Querida Amazonia uscita il 2 febbraio 2020. Bisogna ammetterlo, fastidiosa come un sassolino nello scarpone che hai appena finito di allacciarti con fatica e preoccupante mancanza di fiato.

Stretto tra Cariddi del dare l’esempio di obbedienza al Papa regnante e Scilla dell’affermare la verità, l’anziano Benedetto credo abbia ricorrere a tutte le “astuzie” della ragione.

In questa luce, si potrebbe interpretare l’approssimazione del latino nella sua Declaratio, il non averla stilata o controllata di persona, il permanere come papa emerito come denuncia di un obbligo cui accetta di sottostare per un bene superiore ma che non ritiene essere giusto. Nello stesso spirito del viaggio verso Assisi.

Per questo ho sempre trovato ingeneroso il commento, “non si scende dalla Croce” del segretario personale di papa Wojtyla, dal nome impronunciabile. E se invece vi fosse salito?

Certamente papa Benedetto ha sempre parlato di una scelta libera, come del resto fu libera l’accettazione della partecipazione all’incontro di Assisi, cui era personalmente fortemente contrario.

Non so in quale misura sia stato cogente il ricatto finanziario collegato al blocco dello Swift, in concomitanza con le turbolenze e le ribellioni interne alla Chiesa a far decidere il Papa a dimettersi, anche nella previsione, questa sì decisamente sbagliata, di non aver molti anni da vivere, per non esporre la Chiesa ad altri e più devastanti attacchi.

Non era uomo Ratzinger da anteporre la sua persona, il suo credito al bene del suo gregge, perché, ricordiamolo, il Papa è pastore e ha a cuore le sue pecore (che da sole minimo finiscono nel dirupo), come non fu mai uomo (e questo sostanzialmente gli venne riconosciuto da tutti i suoi “avversari”) da attaccare le persone, il che succede inevitabilmente (e non credo capiti solo a me) quando si tiene molto a sé stessi.

Se fosse vera questa mia interpretazione, la volontaria rinuncia di Benedetto XVI assume il colore rosso del martirio, che evidentemente egli riconosceva come ancora un’opzione se ebbe tanta cura di riportare in auge la mozzetta e le scarpe rosse, simboli di quello. Invece al suo successore sembra richiamassero irresistibilmente il Carnevale.

Se poi non ha voluto Biden al suo funerale, forse è perché applicava a lui lo stesso giudizio durissimo che ebbe a dare di Padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo:” un falso profeta…la cui vita era priva di scrupoli e di un autentico sentimento religioso”.  Tranchant.

Notazione a parte: la Chiesa ha avuto grandi pontefici, come gli Usa hanno avuto grandi Presidenti, la cosa che dovrebbe preoccupare tutti i liberal è il fatto che i Democratici non abbiano saputo candidare altri che Joe Biden, il Presidente dai molti amici (ed elettori?) immaginari.

Che dire poi sulla validità o meno dell’elezione di Bergoglio? Con un ragionamento rasoterra, potremmo dire che, anche fosse invalida la Declaratio o fosse scomunicato l’eletto ai sensi delle disposizioni di Giovanni Paolo II Nel Motu Proprio Universi Dominici Gregis del ‘96, poco importa, se la maggioranza del corpo ecclesiastico l’accetta. Francamente non condivido l’insistenza su questa rivendicazione, anche perché nella situazione attuale, come quella di dieci anni fa, essa risulterebbe assolutamente improponibile ed inattuabile. È un po’ come proporre una Norimberga per Bourla e compagni, anzi meno probabile.

Di elezioni problematiche nella Storia della Chiesa ce ne sono state parecchie, basti pensare al giovane o giovanissimo Benedetto IX dei conti di Tuscolo, eletto per ben tre volte in 15 anni (dal 1033 al 1048), la prima volta tra i 20 e i 25 anni: cacciato via dopo 12 anni da una rivolta popolare, probabilmente nel quadro delle lotte tra le diverse fazioni nobiliari, rieletto a furor di popolo 2 mesi dopo rimase papa per soli altri due mesi. Abdicò, poi due anni dopo ci ripensò e si fece rieleggere resistendo nella carica per circa sei mesi e definitivamente cacciato e scomunicato. Abbiamo avuto poi papi Medici, Orsini Barberini; potremmo considerare quelle famiglie come gli Obama e le Clinton, i Soros d’antan?

(La differenza, non di poco conto, è che nella quasi totalità, persino il dissoluto Benedetto IX, rimasero fedeli all’ortodossia: mentre si facevano trasportare mollemente adagiati su lettighe con cortei di pavoni, ed animali esotici avevano l’accortezza di attorniarsi di valenti consiglieri o di affidare loro il Governo della Chiesa).

Tutti Papi invalidi?  Può essere, ma la Chiesa se li è tenuti, distinguendoli solo dagli antipapi. E qualche volta c’è stato parecchio da fare per distinguerli.

Come ebbe a dire lo stesso Benedetto XVI, non è che lo Spirito Santo abbia agito ed agisca come un pilota automatico, è necessario che nasca nei cuori degli elettori, e dell’intera Chiesa, l’invocazione a venire; poi siamo fiduciosi che operi nonostante le attese e le speranze dei Signori Cardinali.

Bergoglio è riconosciuto dal corpo ecclesiastico e dalla maggioranza dei fedeli, il sensus fidei del popolo cristiano è andato a ramengo da tempo, ed inoltre ha sempre funzionato come le vecchie radio di una volta, a scossoni.

Cosa si dovrebbe fare, andare a ballottaggio? Ce lo si tiene, e comunque ha svelato “i pensieri di molti cuori”, e questo è sempre un bene. Del resto, lo dice anche il chirurgo che, dopo avervi amputato la gamba sana, vi taglia anche quella malata.

E non è inutile riflettere che le disposizioni di Giovanni Paolo II e la minaccia della scomunica latae sententiae forse sono da vedere sotto la facies spirituale, nel senso che quel Papa cattolico pensava di richiamare tutti i cardinali, non solo le mafie a considerare la gravità dell’incorrere nella scomunica!

Ora, se le cose sono andate veramente così, non è parso proprio che sul faccione roseo, sorridente e compiaciuto del cardinale Danneels aleggiasse la benché minima inquietudine quando fece la sua comparsa alle spalle del novello papa la sera del 13 marzo 2013.

E comunque ricordiamo che una scomunica si può levare dalla sera alla mattina.

Se la Chiesa come istituzione temporale fatta di persone relazioni e beni necessita di un sistema giuridico specifico al proprio essere, il diritto canonico, è anche vero che non si esaurisce in esso. Un po’come se uno si candidasse in politica per perseguire propri fini di potere e di arricchimento (ci sono persino in Italia casi così incredibili): lo voterebbero in tanti in buona fede perché conquistati dal suo preteso programma, ed alcuni che sono a conoscenza delle sue vere intenzioni perché le condividono. Le elezioni sarebbero regolari? Certamente, ma in senso profondo sarebbe un impostore.

Il punto credo sia, al di là delle diverse, e di diversa gravità, irregolarità, se il Papa (o un vescovo) sia veramente Pastore o no, perché credo che il Giudice – ci sarà ben un Giudice in Paradiso – riconosca a colpo d’occhio se si trova davanti il pastore o il mercenario.

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde” (Gv, 10, 11-12).

 


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