Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

 

di Lucia Comelli

 

dall’Enciclica Caritas in Veritate

Sollecitata da un incontro con l’economista Ettore Gotti Tedeschi a leggere l’enciclica Caritas in Veritate (1), sono rimasta colpita soprattutto da un paio di asserzioni controcorrente, che ritengo fondamentali per uscire dalla confusione intellettuale e morale che caratterizza il tempo presente: in primis l’affermazione, presente già nel titolo, del legame indissolubile tra l’amore e la verità.

La Carità nella verità – così inizia il documento – è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Ciascuno infatti trova il suo bene realizzando pienamente la propria vocazione [dal latino vocatio/chiamata], cioè aderendo al progetto che Dio ha su di lui. In tale progetto ogni uomo trova la verità che lo rende libero (cfr Gv 8,32). Per questo verità e carità non si contraddicono, anzi:

Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità (2).

Il volto stesso di Cristo ci esorta a rimanere nell’amore e nella carità di cui Egli è stato il più grande testimone:

In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6)

colomba bis

«La Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». San Giovanni Paolo II, Fides et ratio.

Il titolo dell’enciclica, Caritas in veritate richiama un’espressione di San Paolo veritas in caritate (Ef 4,15) con l’intenzione di completarla: se infatti la verità va cercata, trovata ed espressa nella carità, la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità.

Solo nella verità la carità può essere autenticamente vissuta. La verità, che nasce dallo slancio della ragione e della fede, è luce che dà senso e valore alla carità, evitando che si riduca ad un sentimentalismo privo di ragioni e, in quanto tale, soggettivo e mutevole:

Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo: è il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario (3). La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale.

L’enciclica mette in guardia i propri interlocutori da ogni riduzione intimistica/individualistica della fede [una distinzione peraltro – quella tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore – tipica della predicazione luterana], sottolineando appunto la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, trinitario, che è insieme Carità e Verità, Amore e Parola (4).

Proprio perché fondata sulla verità, afferma con forza il Papa, la carità può essere compresa, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” (ragione/discorso) che crea “diá-logos” (dialogo) e quindi comunicazione e comunione. La verità non impedisce il dialogo, anzi, lo rende possibile: facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di oltrepassare condizionamenti culturali e storici per incontrarsi nella valutazione della sostanza delle cose. In questo consiste l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità.

Nell’attuale contesto di diffusa relativismo culturale, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori cristiani è un elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di uno sviluppo umano integrale: un Cristianesimo caritatevole, ma senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni, tenuta lontana dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale.

Lo sviluppo ha invece bisogno della verità. Senza di essa – afferma il Pontefice – l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società.

Benedetto XVI si sofferma successivamente su due criteri orientativi dell’azione morale che derivano dal principio della carità nella verità: la giustizia e il bene comune.

Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. La carità infatti esige il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Pur essendo inscindibile dalla giustizia, la carità, tuttavia, la supera e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.

De civitate Dei

Sant’Agostino nel suo De civitate Dei ha interpretato la storia spirituale dell’umanità contrapponendo tra loro due città, raffigurate nella miniatura: una terrena e l’altra celeste.

Impegnarsi per il bene comune significa quindi prendersi cura e, nel contempo, avvalersi delle istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente e culturalmente il vivere sociale: si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano, secondo la sua vocazione e le sue possibilità, è chiamato pertanto anche a questa via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità: essa non è meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, al di fuori delle istituzioni.

L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’unità e alla pace della città dell’uomo, rendendola in qualche misura un’anticipazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.

Quante cattive azioni, dal suicidio assistito alla maternità surrogata, si ammantano oggi di compassionevoli sentimenti!

Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. La carità infatti esige il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Pur essendo inscindibile dalla giustizia, la carità, tuttavia, la supera e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.

Impegnarsi per il bene comune significa quindi prendersi cura e, nel contempo, avvalersi delle istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente e culturalmente il vivere sociale: si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano, secondo la sua vocazione e le sue possibilità, è chiamato anche a questa via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità: essa non è meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, al di fuori delle istituzioni.

L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’unità e alla pace della città dell’uomo, rendendola in qualche misura un’anticipazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.

 

 

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Nota a)  Anticamente, in Grecia, il termine persona indicava la maschera teatrale; poi nella riflessione dei pensatori cristiani, come Sant’Agostino, è venuta ad indicare la natura dell’uomo. Creato ad immagine di Dio l’uomo è, come il suo autore, unico e strutturalmente in relazione (con gli altri esseri umani e con Dio). La dimensione personale della fede, pertanto, non si contrappone, anzi, implica quella comunitaria. Nota dell’autrice del presente articolo.

Nota b) Anche nella Chiesa, ad esempio, molti ritengono erroneamente che favorire il dialogo interreligioso significhi mettere in ombra le proprie convinzioni e abbandonare lo slancio missionario: «Oggi in molti sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà … La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi … Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino». Messaggio di alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, (21 ottobre 2014)

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(1) Ettore Gotti Tedeschi ha collaborato, insieme ad altri, alla stesura della suddetta Enciclica (promulgata nel 2009) volta a promuovere lo sviluppo umano integrale. Le osservazioni e le citazioni del presente articolo fanno tutte riferimento all’Introduzione (1-7).

(2) Ad una falsa contrapposizione tra carità e verità, oltre che ad una certa trascuratezza per la salvezza dell’anima, si deve la dimenticanza – se non il ripudio – nella comunità cristiana delle opere di misericordia spirituale, in particolare quella che obbliga moralmente ad ammonire i peccatori (magari ricordando loro la possibilità di andare all’inferno).

(3) Quante cattive azioni, dal suicidio assistito alla maternità surrogata, si ammantano oggi di compassionevoli sentimenti!

(4) La seconda persona della Trinità, il Verbo (traduzione latina della parola greca Logos) di cui parla San Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, si è incarnata in Cristo.

 

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