Come sempre, molto chiara l’analisi di Phil Lawler, scrittore e giornalista, sulla questione della crisi degli abusi sessuali in Cile. Secondo Lawler, nonostante i paralleli con le due precedenti crisi, statunitense e irlandese, nel caso cileno vi sono delle speranze. Il tempo dirà se siano o meno fondate.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

Foto: Phil Lawler

Foto: Phil Lawler

Sebbene permangano molte domande sulle dimissioni di massa dei vescovi cattolici cileni, l’annuncio della bomba (cioè le dimissioni, ndr) della scorsa settimana ha portato a uno sviluppo molto promettente.

Non sappiamo ancora se papa Francesco abbia domandato, richiesto o addirittura incoraggiato le dimissioni dei vescovi. Ci sono state notizie dal Cile secondo le quali i vescovi hanno deciso di dimettersi di loro iniziativa, prima di incontrare il Santo Padre. Ma anche se quel rapporto, fosse accurato, non esclude la chiara possibilità che il Papa abbia suggerito l’idea. In ogni caso sembra altamente improbabile che l’intero corpo episcopale si dimetta contro la volontà del Papa. Quindi in quanto segue presumo che il Papa Francesco abbia almeno approvato il gesto.

E se è così, allora Papa Francesco, dopo cinque anni di titubanze sulla questione degli abusi sessuali, si è improvvisamente spinto più in là dei due suoi predecessori nel tentativo di sradicare la corruzione.

Con “corruzione” intendo qui la corruzione di vescovi che coprono i crimini dei sacerdoti predatori. Abbiamo visto la corruzione negli Stati Uniti, dove la “Quaresima” del 2002 ha rivelato il fatto che la maggior parte dei vescovi americani erano stati complici, in un modo o nell’altro, nel tentativo di nascondere le prove di abuso. Lo abbiamo visto in Irlanda nel 2009, quando il “Rapporto Murphy” ha mostrato lo stesso modello, ormai tristemente familiare, di negligenza episcopale. Ora lo vediamo in Cile, dove molti vescovi – quanti, non sappiamo ancora – sono stati evidentemente coinvolti nello stesso tipo di scandalo.

Lo scandalo degli abusi sessuali, vedete, non è solo una questione di sacerdoti che molestano i ragazzi, per quanto orribile possa essere. Si tratta anche di vescovi che rinunciano ai loro doveri, proteggendo i colpevoli a spese degli innocenti. Sebbene non tutti i vescovi fossero negligenti, il modello era abbastanza chiaro da dimostrare che, in ciascuno dei casi sopra menzionati, la gerarchia dell’intera nazione era stata corrotta.

Nel suo storico articolo del 2000, “Il problema del Sacerdote Gay” (di seguito un estratto), padre Paul Shaughnessy ha spiegato cosa significa per un’intera istituzione essere corrotta:

“Per esempio, quando diciamo che una certa polizia è corrotta, di solito non intendiamo dire che ogni poliziotto lo sia – forse solo cinque su cento effettivamente accettano tangenti – ma piuttosto che questa polizia non può più diagnosticare e curare i propri problemi, e di conseguenza se la riforma deve avvenire un organismo esterno deve essere introdotto per apportare le modifiche”.

Nel 2002, quando negli Stati Uniti è stato denunciato il modello di corruzione episcopale, Papa Giovanni Paolo II ha convocato in Vaticano i leader della Conferenza episcopale statunitense per discutere della crisi. In seguito alle discussioni, i vescovi americani si sono riuniti a Dallas per affrontare un aspetto dello scandalo, stabilendo nuovi e rigorosi standard per l’azione disciplinare contro i sacerdoti accusati di abusi. Se applicate correttamente, queste norme funzionano bene. Ma non affrontano il secondo aspetto dello scandalo: la negligenza o la complicità dei vescovi.

Papa Benedetto XVI ha imparato dall’esperienza americana, e quando lo scandalo è esploso in Irlanda alcuni anni dopo, ha affrontato i fallimenti dei vescovi. In un messaggio pastorale diffuso nel marzo 2010 ha detto ai vescovi irlandesi di aver fallito, a volte gravemente nei loro doveri. Ha iniziato una visita apostolica della Chiesa in Irlanda, e ha chiesto un programma di pentimento e di riforma.

La necessità di una profonda riforma della Chiesa in Irlanda dovrebbe essere particolarmente evidente questa settimana, poiché gli attivisti a favore della vita combattono una disperata battaglia in salita per fermare un emendamento costituzionale che consentirebbe l’aborto su richiesta in un paese che rimane, sulla carta, prevalentemente cattolico. Lo spettacolare crollo della cultura cattolica irlandese dimostra che lo scandalo degli abusi non si è verificato ex nihilo (dal nulla, ndr). Quando papa Benedetto XVI ha chiesto una “rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità di Dio”, ha avuto in mente cambiamenti drammatici. Purtroppo, non si sono verificati cambiamenti drammatici.

Ora, in Cile, il palcoscenico è pronto per un cambiamento radicale. Le dimissioni di massa indicano una comprensione – apparentemente condivisa dal Papa e dai vescovi cileni – che lo scandalo non avrebbe potuto raggiungere proporzioni così gigantesche se non avesse fallito l’intero corpo episcopale. Ancora una volta, questo non significa che ogni vescovo sia colpevole. Suggerisce, però, che la Conferenza episcopale non sia stata capace di riformarsi. Quindi l’intervento del Vaticano è stato necessario.

L’intervento del Vaticano si è reso necessario anche nel caso degli Stati Uniti e dell’Irlanda. Ma in ciascuno di quei casi, il Pontefice regnante decise alla fine di lasciare che i vescovi della nazione risolvessero i propri problemi, nonostante l’evidenza che le conferenze episcopali fossero disfunzionali. Papa Francesco, a quanto pare, non commetterà lo stesso errore.

Forse sto travisando le intenzioni del Papa, e/o quelle dei vescovi cileni. Il tempo lo dirà. Pochi mi hanno accusato di essere eccessivamente ottimista sulla gestione da parte del Vaticano dello scandalo degli abusi sessuali, o sulla leadership di papa Francesco. E ancora, ci sono molte domande senza risposta. Tuttavia, c’è motivo di sperare.

di Phil Lawler

 

Fonte: Catholic Culture

 

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