Papa Francesco e Daniel Ortega
Papa Francesco e Daniel Ortega

 

 

di Mattia Spanò

 

Durante l’intervista di ritorno dal Kazakhistan, in cui dichiarò “io non escludo il dialogo con qualsiasi potenza, che sia in guerra, che sia l’aggressore… delle volte il dialogo si deve fare così, ma si deve fare, “puzza” ma si deve fare”, papa Francesco si è espresso anche sulla situazione in Nicaragua.

“C’è dialogo. Si è parlato con il governo, c’è dialogo. Questo non vuol dire che si approvi tutto quel che fa il governo o che si disapprovi tutto. No. C’è dialogo e c’è bisogno di risolvere dei problemi. In questo momento ci sono dei problemi” ha detto il papa.

Aggiungendo: “Ci sono cose che non si capiscono. Mettere in frontiera un nunzio è una cosa grave diplomaticamente. Il nunzio è un bravo ragazzo che ora è stato nominato da un’altra parte. Queste cose sono difficili da capire e anche da ingoiare”.

Al papa ha risposto l’altro ieri il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, con parole come pietre: “Chi elegge i sacerdoti? Chi elegge i cardinali? Chi elegge il papa? È una dittatura perfetta, una tirannia perfetta“.

Oltre all’espulsione del nunzio apostolico (“un bravo ragazzo”) va messo in conto il recente arresto del vescovo Rolando Alvarez. Durante lo stesso viaggio, papa Francesco ha parlato anche della Cina e del processo al cardinale Zen, dichiarando: “Il cardinale Zen è un anziano che andrà a giudizio in questi giorni, credo. E lui dice quello che sente, e si vede che ci sono delle limitazioni lì”.

Zen sarebbe un vecchio sconsiderato che straparla, giustamente processato dalla mite giustizia cinese: è difficile intendere queste parole altrimenti.

Sempre nella stessa intervista, il papa ha detto che “per capire la Cina ci vuole un secolo, e noi non viviamo un secolo”. Suona come una campana a morto: nessuno ha un secolo per capire qualcosa, specie se il punto di partenza è non sentirsela di “qualificare la Cina come antidemocratica”.

La questione nicaraguense non è un fuoco di paglia: risale alla presa del potere da parte dei sandinisti nel 1979: questo articolo di Aleteia ne ripercorre in modo sintetico la storia.

Dieci giorni prima della conferenza stampa nel volo di rientro dal Kazakhistan, scrive un interessante articolo il giornalista nicaraguense Carlos Chamorro, che verso la fine appunta: “Se la strategia del Vaticano è cercare di placare la dittatura Ortega-Murillo, […], l’ultima speranza sarà seppellita in Nicaragua”. Parole nette.

Ci sono due aspetti di questo botta e risposta tra papa Francesco e Ortega. Il primo è la provocazione plateale di Ortega, che non fa presagire nulla di buono.

Il secondo, meno clamoroso ma più subdolo (non so dire quanto intenzionalmente), riguarda il bersaglio delle affermazioni lapidarie di Ortega.

Come tutte le affermazioni icastiche, anche se non condivise sono comprensibili a tutti. Per giunta aprono voragini interpretative nelle quali i cultori del dialogo dovrebbero sguazzare giulivi.

Ortega non si impantana in analisi circospette, ma fa affermazioni di principio che squalificano la controparte. Efficacissimo, a modo suo: il vostro parlare sia sì sì, no no.

Lo stesso purtroppo non si può dire delle errabonde, fluviali analisi a braccio del pontefice: come nei buffet ai matrimoni ognuno pilucca qua e là, ma il più delle volte gli ospiti se ne vanno gonfi e con l’impressione di aver “ingoiato” cibo terribile.

Ortega mente spudoratamente quando equipara il ruolo dei sacerdoti (anche il papa lo è, sottolinea) ad incarichi politici. Mente due volte, specialmente riguardo al suo caso: ammesso che sia stato eletto per via democratica – Hitler e Mussolini lo furono parimenti – questo non lo autorizza a fare il bello e il cattivo tempo nè coi suoi conpatrioti, nè in barba agli accordi sottoscritti con la Chiesa stessa, parzialmente o del tutto disattesi.

Ciò che Ortega omette è che un processo democratico non garantisce ipso facto al popolo alcun bene, che esso sia una comunità nazionale o di credenti. E lui ne è la prova vivente.

Ma come la democrazia non garantisce il buon governo, così il dialogo non garantisce né di capirsi, né conclusioni positive accettate dalle parti.

Le parole di Ortega chiamano in causa due aspetti: il primo, il processo di democratizzazione della Chiesa, richiesto a gran voce per decenni dalla compagnia di giro laicista.

In parte messo in atto come “sinodalità”, in un’istituzione divina la democrazia si palesa in forma di schema ideologico che sta conducendo la Chiesa ad arenarsi, con lo spirito in poppa, in una selva oscura di contraddizioni e scismi di fatto, come accade in Germania.

O in Belgio, dove i vescovi benedicono coppie omosessuali in vista del Sinodo, senza nemmeno preoccuparsi di informare Roma.

Quale Chiesa dialogherà con Ortega e simili anime candide? Quella tedesca o belga? Quella romana? La domanda non è oziosa: una Chiesa democratica e policefala a Ortega non farebbe neanche ombra, mentre il dialogo con un suo “pari” (secondo lui) sembra infastidirlo non poco.

Il secondo aspetto riguarda l’insieme delle dichiarazioni ondivaghe e sfaccettate di papa Francesco, che però rimbalzano da un capo all’altro della terra.

Ascoltando il punto di vista del papa sulla Cina – dà del vecchio rimbambito a Zen e non se la sente di definire la Cina antidemocratica – Ortega potrebbe dire: ed io chi sono, il figlio della sguattera? Anche il “bravo ragazzo” che ho espulso era un po’ rimbambito (tutti quelli che ci danno fastidio lo sono), come il sedizioso vescovo Alvarez del resto. Anche per me deve valere la stessa prudenza nel giudizio. Anche per capire il Nicaragua dovrebbe occorrere almeno qualche decennio.

Argomenti del tutto simili vengono usati dai vescovi tedeschi che avanzano imperterriti nelle loro determinazioni circa ordinazione sacerdotale delle donne, matrimonio omosessuale e pastorale Lgbtq+.

A poco vale una difesa ancorata al fatto che la situazione in Nicaragua “è diversa” da quella cinese. Anche la Chiesa polacca contesta quella tedesca. La Chiesa polacca è diversa da quella tedesca? Certamente: se il criterio è la diversità, ogni cosa è diversa dall’altra. Altrimenti le chiameremmo tutte “Pino”, e finalmente andremmo d’accordo. Anzi, andremmo da Pino.

Battute a parte, sul piano della comunicazione questo termitaio di cunicoli semantici non schiarisce, anzi intorbida le acque del “dialogo”.

Se da un lato si possono giudicare gli appelli su questioni di principio generici e vacui (su tutti, la “pace”: in dittatura vigono pace, ordine e concordia assoluti, si fa come dice il caro leader), dall’altro non è possibile accusare velatamente Putin di “puzzare”, il patriarca Kirill di fare il “chierichetto di Putin”, e nel frattempo strologare su cosa sia la democrazia in Cina, in Nicaragua o in qualsiasi altro posto.

A proposito dell’affaire Kirill, il suo ex collaboratore Kuraev fece due dichiarazioni velenose ma illuminanti. La prima, che “colloquiare con Kirill è più noioso che guardare il golf alla televisione. […] Non ascolta”. La seconda riguardo la battuta del papa sul chierichetto: “Pronunciandola pubblicamente, il Papa sta dicendo di escludere Kirill dal novero dei suoi possibili interlocutori”.

Sono naturalmente opinioni personali, che però una volta di più rivelano il lato oscuro dei dialoghi: possono fallire.

Lo stesso papa Francesco durante il Covid, con le chiese chiuse, richiamò al dovere di “obbedire all’autorità civile”. Lo fece in emergenza pandemica, quando nessuno – né critici con le misure, fra i quali a deboli sprazzi la stessa CEI, né sostenitori – potevano dire con certezza se lo scopo di questa obbedienza fosse ben riposto o meno.

Chi tuttavia pensasse che anche in questo caso si sia trattato di una boutade, forse è fuori strada: il principio fu illustrato in dettaglio da padre Cantalamessa nel 2018, quando il predicatore della casa pontificia, di recente fatto cardinale, sostenne che l’obbedienza a Dio è vana se non si obbedisce anche allo Stato.

Ciò che rimane allora è il monito: bisogna obbedire allo Stato, il quale – giustamente – se ne infischia se obbedisci o meno a Dio. Secondo la Chiesa invece se lo Stato è un pessimo Stato, obbedirgli è comunque cosa buona. A prescindere, come par di capire, da circostanze straordinarie come una pandemia.

Un simile principio tagliato con l’accetta pone un problema antropologico mica da ridere: di fatto ogni “dialogo” non può che concludersi con un atto di reverente obbedienza allo Stato, fra l’altro propinata come forma consapevole di obbedienza al Padreterno.

A parte essere un passatempo, nemmeno fra i più dilettevoli, e musica per le orecchie dei satrapi ovunque regnanti, il dialogo a che servirebbe esattamente?

Rimane incomprensibile perché su certi argomenti si ondeggi come betulle percosse dal vento, e su altri si tagli corto senza esaminare tutte le implicazioni. Fra le innumerevoli possibili, arriva un Ortega che ti dà del tiranno, o il comico Ricky Gervais che ti chiama ‘stupido’ perché non devi criticare chi preferisce comprare animali invece di avere figli.

Il grande umanista franco-ebreo George Steiner, nel suo Vere presenze, osserva che la tendenza talmudica alla discussione infinita è nella sua essenza eretica, a differenza di quanto accade nella speculazione teologica agostiniana e tomista, che tende ad unum: una verità certa.

Non credo che Steiner intendesse il termine “eresia” in senso ecclesiologico, anche se il termine di paragone è la teologia cristiana. Semplicemente avvertire circa un uso della parola che conduce ad uno stallo in cui, ad esempio, tanto Ortega quanto il papa hanno le loro ragioni, e determinare quanto siano solide dipende dal chi, dal quando e dal dove.

Ognuno si tiene stretto alle sue ragioni. Ogni cosa è “Pino”. L’ultima parola ce l’ha lo Stato. In questo caso, il presidente del Nicaragua.

Questi dialoghi di stomaco nei quali la spunta il più viscerale (scommetterei su Ortega) e l’unico risultato è esporre le nudità dell’altro e le proprie, non solo non sono forieri di pace e altre condizioni amene, ma alimentano il fuoco del caos e la tirannia del non senso.

Per tamponare un contesto ormai esacerbato, molte cose si potrebbero fare. Cominciando dal limitare il pubblico flusso di coscienza, quanto meno non prima di aver risolto privatamente i dubbi, arrivando così a pronunciamenti certi. Triti, noiosi, comunque criticabili, ma certi. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.

 


 

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