“Invece la Chiesa dovrebbe ricominciare a giudicare, come Dio comanda, con senno, con prudenza, con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, ma giudicare. Perché comunque un giudizio viene pronunciato e se non è quello della Tradizione, rischia d’essere quello del cardinale belga Bonny (e qui mi devo far forza, perché mi verrebbe prepotentemente un’analogia filmica irrispettosa e di conseguenza una battuta scemissima), che parla della Chiesa Romana, e del Papa col tono dell’amministratore delegato di filiale di una multinazionale coi profitti in discesa. Ché, se non stanno attenti Bonny e compagnia, si rischia di finire come la birra Bud Light.”

 

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

È in qualche modo una doverosa premessa per rassicurare i volonterosi lettori che non ho alcuna intenzione di aprire un dibattito su presupposti linguistici.

Non amo la linguistica, non è in senso tecnico un pregiudizio poiché in passato l’ho frequentata un poco.

In realtà è stata una breve passione giovanile, e mi ritrovo come una che si è lasciata irretire dal fascino oscuro e un po’ pericoloso, al quale nessuna fanciulla bennata può sfuggire, di uno sconosciuto e se lo ritrova un bel po’ di anni dopo mentre, ben lontano dallo sbarcare in malfamati porti levantini, salpa faticosamente dal divano per approdare al comodo letto; allora si chiede, troppo tardi, “come diamine ho fatto?” (si scrive diamine si legge come preferite). La storia può naturalmente essere a parti rovesciate.

Allora, per non lasciare nulla di non detto, ecco la mia storia. Correva l’anno… beh vi basti sapere che l’anno è corso molto molto lontano, e tra i primi esami sostenni quello di filosofia teoretica, col professore Enzo Paci, che mi difese validamente dal suo arcigno assistente, tema Linguistica, con De Saussure, Chomsky e tutti i padri nobili della Linguistica. La Linguistica nella sua forma moderna scientifica non era stata sdoganata nelle università italiane da molti anni, per cui aveva ancora un’allure rivoluzionaria. Mi entusiasmava: nozioni come segno, significante, mezzo, emittente, destinatario, codice, di cui si pascono oggi i giovani ed ignari cervelli degli allievi delle scuole medie (ma sarebbe ingeneroso addebitare a questi studi i pessimi risultati ai test Invalsi ed il generale corrompersi dei costumi!), avevano infatti il fascino iniziatico, o per dirla terra terra era come da ragazzini si giocava o si inventavano storie di spionaggio.

Un incontro folgorante ma breve. A distanza di anni, è subentrato in me scetticismo ed incomprensione di cui assumo la piena responsabilità: non intendo convincere nessuno della fondatezza del mio fastidio verso la disciplina. Così è.

Lo studio della filologia classica o provenzale, pur nei limiti descrittivi di queste discipline, presenta l’indubbio fascino di raccontare le avventure della parola, della parola letteraria, poetica, le sue trasformazioni, le sue peripezie mentre passa per i sette monti e i sette piani del tempo e dello spazio.

La linguistica invece, a partire dalla decisione iniziale di interessarsi dell’enunciato, mi appare un po’ come il lavoro di un perito settore, professione rispettabilissima e necessaria, ma come dire solo per alcune formae mentis.

In più, la disciplina è espressione della moda – perché anche gli studi seguono le mode – del meta: metateatro, metaletteratura e arriviamo persino al metaverso: la parola non indaga più la realtà, anche la realtà fantastica del romanzo, non soggiace più al dovere aristotelico di unire ciò che nella realtà è unito e via sillogizzando, ma si ripiega su sé, e studia i suoi meccanismi, il proprio funzionamento.

Infine, è mia personalissima opinione, e probabilmente risibile, che da quando gli studia humaniora, le arti liberali hanno preteso lo statuto di scienze, sono divenuti dei tromboni insopportabili.

E la linguistica, di per sé e in generale, non fa di te una persona migliore. Anzi.

Tutta questa temeraria presa di posizione solo perché mi è avvenuto di riflettere su alcune interpretazioni lessicali scaturite dalla lettura di un contributo apparso, se non erro, su questo blog.

Il tema era l’eccesso di misericordia, maiuscola o minuscola, praticato nella Chiesa attuale. Lo scrivente sosteneva che già la Chiesa non giudica nessuno, e a retta ragione. Mi è sembrata la posizione di chi riconosce come un dato di fatto, un postulato qualcosa che forse varrebbe la pena mettere invece in discussione (tipo i vaccini sono sempre cosa buona, anche se questo…oppure l’invasore ha sempre torto, però…)

Mi è venuta allora spontanea la domanda se questo sia l’atteggiamento più giusto e profittevole.

In primo luogo, giudicare è a tutte le latitudini l’esercizio più praticato da tutti quanti, giudei o greci, schiavi o liberi, uomini o donne.

Istintivamente giudichi le pecche morali della mamma, del vigile che ti ha dato una multa evidentemente meritatissima per divieto di sosta o il professore che ha interrogato te al posto di quello… del tuo compagno di banco (in questo come in similari casi il giudizio assume lo schema a stella, meglio se supernova).

Poi ci sono tutti i giudizi che scattano “in automatico”, sol che tu osservi il mondo esterno e che coprono ogni posizione e ogni azione immaginabili: il vestito a righe orizzontali che certamente non snellisce la tua migliore amica, le tende agghiaccianti del tuo vicino, il tono del tuo medico, le funeste lasagne di tua suocera e via via: la tua giornata è costellata dei dardi avvelenati che lanci e subisci. La vita dell’uomo è l’esatto contrario della leopardiana “gioventù del loco” che “mira ed è mirata e ‘n cor s’allegra”. 

Lo schema fondamentale si può riassumere, se non proprio nella sinonimia di pensare e giudicare, nella stretta connessione e almeno parziale sovrapposizione dei due significati: nei pochi affrettati esempi che abbiamo riportato, nell’atto di relazionarsi a qualunque oggetto pronunciamo un giudizio, mossi dall’interesse, dai sentimenti, dai nostri gusti e nel campo dei giudizi morali dal nostro sistema di riferimento, individuale o sociale: per il figlio del mafioso è vergognoso riferire qualcosa, la verità  coincide con la delazione, la struttura sociale deve essere salvaguardata prima della coscienza del singolo. Per un ragazzo sapientemente educato nelle nostre scuole probabilmente è meno grave l’aborto che non l’uccisione dell’orsa JJ4. Anzi l’aborto è positivo.

Il punto non è se e da chi sei influenzato nei tuoi giudizi, ma che non puoi esimerti dal farlo. Nella vita reale la sospensione del giudizio è semplicemente una colossale ipocrisia. Altro invece può essere la sospensione del giudizio come prudenza ed esercizio del contradditorio interno, della coscienza.

Perché la Chiesa dovrebbe esimersi dal giudicare? Perché il Papa dovrebbe giudicare l’esuberante Mons. Ricca? E perché dovrebbe giudicare “criminale” il prete che non concede l’assoluzione?

Qui può venire in soccorso l’analisi linguistica: il verbo giudicare è spesso usato inavvertitamente come sinonimo di condannare, mentre non è così se non si aggiunge il predicativo colpevole esplicitamente o implicitamente, tipo “lo giudicherà la Storia”, ecc. L’atto del giudizio è semplicemente sottoporre un fatto, un comportamento, un pensiero al vaglio della ragione.

Per Aristotele gli schemi di sillogismo erano tre, poi ampliati a ben 256 (quasi quanto i gender), poi definiti quelli validi in numero di 14 cui gli scolastici dettero persino il nome (per dire che ai medievali la linguistica non gli avrebbe fatto un baffo).

Sta di fatto che abbiamo a disposizione un bel po’ di tecniche per decidere se una cosa è buona o cattiva, se utile o inutile e non si capisce perché si è smesso di farlo. Ma il caso del carico di significato negativo ad un termine neutro vale anche per la traduzione del Padre Nostro, in cui ha giocato un ruolo lo scivolamento di significato nel passaggio dal latino all’italiano: effettivamente il termine ‘indurre’ nella nostra lingua ha assunto la valenza negativa dell’influenza subdola e maligna, mentre in Latino ha il significato di mettere a prova, anche di saggiare provare, v. andare a tentoni e simili.

(Adesso basta, chiedo scusa, è stato un attimo di cedimento, non lo farò più).

Epperò, a ben vedere, l’idea di un Dio che ti espone alla prova, e a cui chiediamo di esserne esentati perché consapevoli per primi della nostra debolezza, è un’idea diversa da quella di un Dio che potrebbe abbandonarci ad una tentazione cui siamo destinati a soccombere. Ancora una volta l’idea del sei politico, qui in versione teologica.

Se vale l’ammonimento a non giudicare se non vuoi essere giudicato, vale anche il mandato alla Chiesa di legare o sciogliere. Il considerare solo un movimento del pendolo porta fuori dal vero significato.

La Chiesa ha sempre accolto ma ha sempre giudicato – che non sempre l’abbia fatto rettamente è un’altra faccenda – del resto in un circolo del golf ci sono requisiti, il primo è quello di pagare la quota annuale (se per questo anche nella Chiesa tedesca). Non si capisce bene la pretesa di avere la tessera socio ad ogni costo. Per la buona gente cattolica il giudizio è già una condanna, perché diavolo Dio (pardon) deve impicciarsi delle minuzie?

Perché è inutile girarci intorno, il nodo del problema sono il sesto comandamento e il nono. Con tutte le moderne varianti.

Tutta la menata, per dirla in tono aulico, verte su quello: sempre la stessa buona gente cattolica si sente il colletto stretto a doverli rispettare, e vorrebbe, per così dire, non pagarne lo scotto: conosco un tale che va a Messa quando vuole, e non lo vuole troppo spesso, ma ha salutato con gioia Amoris Laetitia, era ora!, perché da divorziato, se e quando ne abbia voglia, può fare la Comunione.

Il problema non si pone con gli altri peccati, anzi da parte laica si sottolinea come non siano puniti abbastanza severamente. Di fatto, non ci si aspetta che l’accoglienza da parte della Chiesa del ladro o dell’assassino si spinga a coinvolgerli in incontri pastorali in oratorio per spiegare le ragioni e le tecniche per compiere un’effrazione o le cautele per eliminare qualcuno pulitamente.

Sono cristiani, probabilmente cattivi soggetti e cristiani cattivi come tutti noi, lo sanno loro stessi e generalmente non lo pubblicizzano; perché l’adultero o il trans devono invece poterlo pubblicizzare e riscuotere il plauso dell’adunanza?

Si è così venuto a creare un incredibile paradosso: quanto più si insiste sull’autenticità del vissuto interiore, tanto più il popolo di Dio è come investito da un’urgenza di avere patenti esterne, ben certificate di correttezza formale, la versione moderna dell’ortodossia- questa non interessa più a nessuno- ma la fedina parrocchiale deve essere immacolata.

Qualche anno fa, in una chiesa del centro da me frequentata perché il prete non faceva quasi mai l’omelia feriale (wow!), finita la Messa, assistetti ad un confronto acceso tra alcuni fedeli e l’officiante; questi suppliva il prete e aveva sbagliato a pronunciare il nome del caro defunto ricordato nella messa. Probabilmente temevano che nelle alte sfere potessero sorgere spiacevoli equivoci e il loro caro si vedesse soffiare l’indulgenza non lucrata ma pagata.

Analogamente, la viva preoccupazione che taluni mettono nell’ottenere lo scioglimento del matrimonio prescinde completamente dalla realtà sacramentale: non solo non c’è nessun timore di trovarsi alla presenza dell’Onnipotente ma neppure imbarazzo.

Certamente questo misto di superstizione e d’ipocrisia non data dal Concilio Vaticano II, ma è pur vero che nessun serio lavoro di catechesi è stato fatto neppure dopo.

Oggi non puoi dire nulla a nessuno o su nessuno; ognuno ha le sue buone ragioni, anche un killer ne ha.

Potrebbe dirsi che i peccati di lussuria sono tra i meno gravi (i peccati sotto la cintura, direbbe Bergoglio), e anche Dante la pensava così. Ma Dante aveva al riguardo la sua bella coda di paglia. Non ne sono poi così convinta, perché le conseguenze talvolta sono devastanti, e comunque non spetta a noi discriminare su questo, ma il vero cuore della questione è che per la gente, e per molti (la maggior parte?) nella Chiesa stessa non sono peccati.

In questo senso è pericoloso, e anche ipocrita, affermare che la Chiesa non giudica, o perlomeno non giudica il peccatore, ma il peccato. Io tirerei un bel crocione su questa affermazione, che in fin dei conti suona come un’ipocrita cortesia: “Veda, lei è una persona squisita ed amabilissima, ma quel che ha fatto è una porcata e, mi passi il termine, un’azione da figlio di p..”.

Sarebbe bene, anche per la Chiesa come istituzione umana, lasciare a Dio ciò che Gli compete, perché è manifestazione di hybris, di empietà il sostituirsi nella condanna come nel condono, ma ci è richiesto solo di essere “buoni amministratori della multiforme Grazia di Dio” (Pietro 1,4, 1-19). E, avrebbe aggiunto il Cardinale Taillerand, “Sourtout, pas de zèle”. Abramo potrebbe dirci come già ad Epulone, “hanno già Mosè e i Profeti”, che è quanto a dire rilassatevi e fate ciò che dovete fare.

Qualche giorno fa (ad una certa età, il “qualche giorno” copre uno spazio temporale mediamente di un semestre) mi accadeva di riflettere sulle poche righe concesse dai Vangeli a Disma, il buon Ladrone, poi venerato come Santo. Costui fu il perfetto outsider, entrò per primo in Paradiso a fianco di Gesù dribblando tutte le brave persone. Ebbene, dovremmo dire che il tribunale ebraico sbagliò a condannarlo? No certamente, ce lo dice lo stesso Disma, “Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni” (Luca, 23,39-43).

Il mistero del cuore di Disma, condotto dalle sue azioni sulla croce accanto a Cristo, è noto solo a Dio. Noi assistiamo solamente all’incredibile moto di compassione e di riconoscimento del vero esistenziale, e poi, mosso dalla Grazia, il vero soprannaturale, il riconoscimento della regalità di Cristo.

Già gli antichi avevano costruito leggende su Disma, immaginandolo usare misericordia verso la Sacra Famiglia nella fuga in Egitto, come a voler esplorare un ‘prima’ nascosto agli uomini ma conosciuto da Dio.

Come scriveva parecchi anni fa Padre Barthelemy, i cristiani immaginano Dio non più come Padre ma come un nonno, magari un po’ brontolone, ma che alla fine ti fa passare tutto e ti dà anche la mancia. (vedi il trasporto della Littizzetto, persona di cui puoi sapere il pensiero su ogni cosa prima che apra bocca, per Bergoglio, un vero nonno!).

A furia di non giudicare stiamo rendendo ad esempio i giovani dei fragilissimi snow flakes (fiocchi di neve) con in mano però delle mazze ferrate per difendersi da chi li turba.

E a chi non capisce a cosa possa portare questa deriva, è inutile spiegarglielo. Invece la Chiesa dovrebbe ricominciare a giudicare, come Dio comanda, con senno, con prudenza, con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, ma giudicare. Perché comunque un giudizio viene pronunciato e se non è quello della Tradizione, rischia d’essere quello del cardinale belga Bonny (e qui mi devo far forza, perché mi verrebbe prepotentemente un’analogia filmica irrispettosa e di conseguenza una battuta scemissima), che parla della Chiesa Romana, e del Papa col tono dell’amministratore delegato di filiale di una multinazionale coi profitti in discesa. Ché, se non stanno attenti Bonny e compagnia, si rischia di finire come la birra Bud Light.


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