di Mattia Spanò

 

Il convoglio di Ottawa (vedi anche qui) mostra un fatto antico: la riprovazione e il disprezzo per chi manifesta contro le imposizioni del governo. Come accade in Italia, dove la notizia viene ignorata, l’esecrazione sconfina nel paradosso: if it’s not in my backyard, it’s nowhere. Se non è nel mio giardino, non è da nessuna parte.

A parte l’Italia, dove il Consiglio di Stato ha sancito che tachipirina e vigilante attesa erano un blando suggerimento, dunque era arbitraria la sospensione dei medici che hanno prescritto terapie diverse, e in generale si vieta “severamente” di sporgersi dai finestrini dei vecchi treni; a parte l’Italia, dicevo, dove la legge è elastica al punto che l’eccezione della rielezione di Napolitano tempo un giro di giostra diventa prassi e un inno ad un “senso di responsabilità”, senso stroboscopico quando si tratta dei diritti costituzionali del cittadino, nei sistemi pronipoti del diritto romano una legge è sempre sia imposizione che limite. 

In democrazia, questo limite è posto anzitutto al potere. Tanto è vero che la Costituzione Italiana, spesso presentata dai suoi detrattori come un pateracchio figlio del compromesso e dell’incubo fascista, in parte significativa è costruita intorno a ciò che il potere non può. Il che se non proietta verso le magnifiche sorti e progressive, almeno dovrebbe evitare catastrofi illiberali. 

Dovrebbe, se non che la pulsione fascistoide, l’inclinazione al sotterfugio, al sopruso e l’inganno sono connotati antropologici ben più profondi di quanto immaginiamo. Stiamo vedendo, inutile girarci intorno, ciò che accade quando si mettono i servi al posto dei padroni.

In democrazia il popolo, o più propriamente le categorie interessate da un provvedimento specifico, possono manifestare la loro contrarietà. Succedono allora due cose: una parte della stessa categoria non è d’accordo, quindi si dissocia dalla forma o dalla sostanza, mentre il resto del popolo è dichiaratamente avverso oppure resta indifferente, per quanto non in misura uguale.

Tale frammentazione è dovuta ad un principio semplice: nelle società stratificate distinte da alta specializzazione come quelle occidentali, le persone ignorano sostanza e funzione sociale dell’altro, né sono in grado di risolvere il più banale dei problemi: la via maestra che è stata loro insegnata è “paga, e qualcuno lo fa per te”. Dal momento che scioperi o manifestazioni di categoria causano disagi, il sentimento di fastidio ed avversione è prevalente.

Se il lavandino perde acqua chiamo l’idraulico. Se l’idraulico sciopera perché una legge gli impedisce di svolgere il proprio lavoro, mi scaglierò contro l’idraulico, e con me tutti quelli che in quel momento hanno lo stesso problema. La ragione è banale: non sono capace di aggiustare il lavandino. L’idraulico può spiegarmi in tutte lingue del mondo che non solo il governo gli impedisce di fare il suo lavoro, ma che in virtù di quel provvedimento d’ora in poi non potrà più farlo: non vorrò sentire ragioni perché è un mio diritto avere il lavandino funzionante. Il busillis è che questo sedicente diritto è il figlio bastardo della mia incapacità. Incapacità che è stata promossa e resa socialmente desiderabile da una cultura cancerosa. Non sto dicendo che tutti debbano saper fare tutto, ma conoscere a grandi linee ciò che non si fa e non è di stretta utilità è fondamentale.

Il diritto ai diritti perché tutto è diritto, oltre ad essere una tautologia pornografica e il sostanziale annichilimento di ciò che è davvero il diritto, è una delle idee più sceme circolanti nei nostri cervellini coccolosi. Questo perché legge o non legge, l’idraulico non è affatto tenuto a ripararmi il lavandino, nemmeno a fronte di un compenso in denaro. Che io decida di ignorare come si ripara una tapparella o quando è opportuno piantare le patate perché dedito ad occupazioni più profittevoli, non mi procura ipso facto alcun vantaggio. Se poi disprezzo certe mansioni giudicandole degradanti, la demos-olizione è compiuta.

Alla verticalità sempre più esasperata delle arti e dei mestieri corrisponde una fragilità esiziale del sistema. Ciò che ha migliorato il livello di benessere e ci ha arricchiti rischia di scaraventarci in qualcosa di molto vicino all’età del bronzo.

Che io decida di fare il magistrato e non il fornaio, ignorare cosa fa e quale bene mi arreca il fornaio è una scelta infelice. La specializzazione crea il buco della serratura attraverso il quale ognuno si illude che il frammento di mondo osservato attraverso il filtro della professionalità o formazione sia una metonimia, la pars pro toto: il mondo è ciò che vedo io. Questa stortura cognitiva fa sì che anche professioni socialmente appetibili come il medico, il giornalista, lo scienziato, il manager  accumulino una frustrazione profonda che li porta a bollare come cretini chi abbia una prospettiva diversa. La verità è che gli sforzi compiuti in una direzione hanno obliterato tutto il resto e siccome chiunque segretamente lo avverte come immiserimento, pur senza riconoscerlo con se stesso e gli altri, si creano le premesse per il rifiuto rabbioso e l’incomunicabilità con l’altro. Che diventa, appunto, un cretino.

Il cretino d.oc.g. invece, è caratterizzato da un mind-set formidabile: un’idea fissa, granitica, immutabile che persegue freneticamente. Motivo per il quale spesso e volentieri il cretino ha successo. E se ha successo, la maggior parte delle persone pensa che sia intelligente o addirittura geniale quando in realtà è a malapena un cretino specializzato nella sua cretineria. È la specializzazione che fabbrica i cretini, mascherandoli da persone modello superdotate.

L’unico criterio politico, l’unica preoccupazione sociale attuale è l’aspetto sanitario, il virus come fattore praeter-ideologico che superando la volontà del singolo lo rende biologicamente iniquo. In sostanza, si decretano equazioni nuove: m=c, malato uguale cattivo, oppure s=pm, sano uguale potenziale malato. Si attribuisce, in ultima analisi, un carattere morale alla biologia.

L’introduzione di un provvedimento sine die come il green pass in base ad uno stato patologico transitorio ed il rigetto della mediazione con collante sociale certifica, oltre alla vaccinazione contro il Covid, anche l’insondabile abisso di demenza in cui siamo scivolati.

La manifestazione dei camionisti canadesi e americani, e il controcanto della fuga di Trudeau (vedi anche qui), dimostra quanto siamo diventati incapaci di comprenderci e mediare. Chi ha cinicamente causato questo disastro segando il ramo sul quale tutti sono appollaiati deve attendersi conseguenze ben peggiori della pandemia e di una campagna vaccinale sostanzialmente fallita. Non certo a causa dei no-vax, né a causa di un vaccino che è ‘na munnezza, come dicono a Napoli. A causa del rifiuto di comprendere e mediare.

 

 

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