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di Mattia Spanò

 

La democrazia è un inganno? L’avviso ai naviganti sono state le elezioni americane del 2000, con quell’incredibile testa a testa tra G.W. Bush Jr. e Al Gore. In Italia conosciamo bene le polemiche legate ai brogli elettorali, legate al referendum fra Monarchia e Repubblica del ’46. Il tema non è deciso tanto dalla diagnosi, brogli sì o no, quanto dal sintomo: l’idea che qualcuno abbia ordito il trappolone, idea che persiste al di là di ogni ragionevole certezza.

Con alterne fortune, si arriva alle elezioni americane del 2020. Anche qui, il tanfo di brogli ha condizionato il dibattito lasciando scorie che ancora oggi covano sotto la cenere. La democrazia osservata dagli scranni del potere oggi è questo: non ti curar di loro, ma guarda e passa. Governare contro il popolo nonostante il popolo, con macchinazioni, trucchi e stratagemmi. È un fatto accertato? Non serve che lo sia: il sospetto scava più a fondo dei fatti.

Passiamo allora per le Europee 2024, caratterizzate in Italia da un rovente dibattito sull’astensionismo, e da un’astensione allarmante. Il risultato, tramite alchimie politiche decotte, è che nonostante gli europei abbiano almeno sulla carta impresso una decisa inversione d’opinione, ci ritroviamo la Von der Leyen ancora saldamente al comando della Commissione, con l’aggravante di figure di contorno come tal Kaja Kallas, premier estone nel ruolo del contadino della Val Verzasca che dichiara guerra a Napoleone. Non è cambiato nulla, anzi la direzione di marcia si è inasprita.

Astensione a sorpresa dell’Italia dalle nomine in questione, che non ha ottenuto quanto chiedeva. Nessuna spinta ideale o avversione: cinico calcolo politico. Sta di fatto che i meccanismi della democrazia stanno svuotando dall’interno la partecipazione democratica. Nei paesi non democratici o totalitari si vota in massa il leader, con una partecipazione e un plebiscito che da queste parti fanno sorridere le anime belle. Nei paesi democratici invece non si vota più: perché non ci sono leader? Conviene porsi la domanda, specie dopo aver assistito al desolante spettacolo del Presidential Debate americano.

La democrazia in salsa occidentale si fonda sul concetto, tutto da dimostrare, di opinione pubblica. Una specie di unicorno di cui tutti hanno sentito parlare ma nessuno ha mai visto. Il concetto è appunto legato ai media di massa: basta ripetere un’idiozia qualsiasi come un disco rotto che essa diventa pensiero comune profondo, credenza, addirittura viene percepita come intuizione personale e autonoma.

Il secondo caposaldo è l’immagine. Ci si riduce alla prossemica, alla programmazione neuro linguistica. È la democrazia show di parrucchieri, estetiste, truccatrici e perché no armocromiste. Una pena decadente.

Stesso maquillage alle coscienze, come dicevo. Un collega tutt’altro che stupido mesi fa di diceva di non vedere nulla di male nell’amore omoerotico. Il fatto notevole è che aggiunse tutto serio: “Probabilmente sono l’unico a pensarlo”. Il massimo artificio della propaganda totalitaria è far credere al plagiato di essere sparuta minoranza in modo tale da arruolarlo fra i soldati della causa, ingannandolo circa una fine del conflitto col nemico ideologico che si trova sempre in un futuro lontano nel quale tutti la penseranno come lui. Quale che sia l’idea, egli deve crederla ovvia e naturale, e soprattutto deve credere di esserci arrivato da solo.

L’errore fondamentale è stato credere che determinati fenomeni – l’immigrazione di massa, la gestione della pandemia, la guerra, le inoculazioni forzate e la transizione elettrica, per citare i più recenti e familiari – aggreghino le persone politicamente. Come esiste un’informazione “di governo” che influenzerebbe in modo decisivo le persone, così una “contro informazione” sarebbe capace di aggregare gli oppositori al governo. Dopo decenni di fallimenti e delusioni cocenti, dovrebbe essere chiaro che così non è. L’idea semplice, indimostrata e starnazzata come una giaculatoria laica, fa sempre a pezzi il ragionamento.

Non è così perché ognuno di noi ormai dispone di un’identità reale e una immaginaria. In quella immaginaria gonfiata dai media (che funzionano come nei videogiochi Minecraft, Fortnite e Roblox) noi siamo ciò che ci piacerebbe essere, anche politicamente. In quella reale, siamo pezzi di legno abbandonati alla corrente, senza rappresentanza e con opinioni imprigionate nelle circostanze, al mutar delle quali mutiamo opinione.

Moltitudini sposano, ad esempio, l’atlantismo più coatto – in tutti i sensi – il sionismo, il globalismo, il vaccinismo, l’omosessualismo e i suoi cascami e via dicendo. Lo fanno perché così fan tutti, e al tempo stesso non lo fa nessuno, o non quanto dovrebbero. Il conformismo e la stessa trasgressione diventano convinzioni necessarie alla tenuta minima della società. Lo stesso schema fragile si intravvede in coloro che si oppongono a queste ideologie. La realtà è il luogo in cui il nostro avatar digitale si rifugia per fuggire il metaverso e le sue contraddizioni. Si cerca il consenso dell’altro come senso della propria esistenza.

Il problema è che essendo così per tutti nella realtà le contraddizioni, gli interessi, le credenze, le necessità reali da condividere scompaiono per tutti. Tutto diventa sic et simpliciter accettabile. L’accettabilità si presenta come l’unica opzione, l’unico ordine al quale sia possibile aderire. Ti filmano ogni 30 secondi, ti costringono a passare il dopocena a separare i rifiuti sul tavolo e fioccano multe se non ti adegui? Dov’è il problema, se non hai nulla da nascondere. “Vivi nascosto”, λάθε βιώσας, suggeriva Epicuro. Secondo natura e amicizia.

Il voto è un affare “di massa”: Vannacci prende mezzo milione di voti, la spaesata Salis quasi duecentomila. Non i partiti: proprio loro. I partiti ormai sono un’accozzaglia di influencer, di circostanze fortuite che lanciano nullità alla ribalta – la presunta bastonatrice di “nazisti” detenuta in Ungheria da riportare a casa costi quel che costi, sottraendola via parlamento europeo ad una giustizia ingiusta: magari si potesse risarcire così lautamente chiunque ne subisca una, come chi ha perso il lavoro per non essersi vaccinato.

I mass media, grandi e piccoli, mainstream e no, non sono semplicemente il megafono del potere: hanno creato da zero un immaginario nel quale la sorgente – vale a dire il soggetto cosciente che prende atto del mondo – non deve immaginare proprio nulla, ed anzi egli stesso non esiste nell’esatta misura in cui si illude di farlo.

Un tempo gli uomini ignoravano qualsiasi cosa avvenisse entro il raggio di una manciata di chilometri dalla loro capanna ma credevano in Dio, del quale avevano scarse o nulle evidenze. Eppure, intorno a questa “mancanza di evidenze” del divino sono sorte civiltà densissime di progresso tangibile. Ognuno, poco o tanto, era qualcuno. Nella miseria, nella brevità della vita, sottoposto a guerra e tirannie, nelle circostanze più aspre era qualcuno. Anche politicamente.

L’uomo non era nulla più e nulla meno di sé: non era originale, non aveva talenti, il mondo girava infischiandosene di lui, non creava contenuti e non influenzava nessuno, ma era. Oggi si “esprime”, si “realizza”, costruisce “narrazioni” e nel momento in cui lo fa cessa di essere, come Martin Eden quando affonda nella morte in mare. Anche politicamente.

Eppure, a quanto sembra, e finché l’intelligenza artificiale non prenderà il controllo facendo disastri, gli uomini di potere, gli uomini al potere servono. Ed ecco che sembra impossibile stabilire una classe politica di persone preparate per fare politica, almeno in Occidente. Abbiamo un vecchio mentalmente stonato negli Stati Uniti, una signora vuota e cotonata, con guai con la giustizia, a capo della Commissione Europea, un signore alla guida della Francia che è stato malamente apostrofato da Komsomolskaya Pravda, uno dei quotidiani russi più popolari e caro al Cremlino: l’elenco potrebbe continuare, come al festival della mediocrità dipinto con plastico naturalismo nei quadretti dell’ultimo G7 pugliese. Gente che gozzoviglia ridanciana in un’orgia di spettacoli e tartine gourmet. È la società come “accumulazione di spettacoli” di Marx e Debord.

La mediatizzazione della democrazia ha portato alla disintermediazione della società. L’associazionismo, i corpi intermedi sono stati soffocati: l’uomo reale dialoga con il suo avatar digitale immaginario, maturando una frustrazione e una solitudine indescrivibili. Ripete all’infinito le news, le commenta spesso a sproposito grazie ai social media. L’animale politico di Aristotele è scomparso, o è quasi estinto.

Quella che ci circonda non è democrazia: è uguaglianza e sottomissione alla banalità ossessiva dei media. “Qui vige l’uguaglianza, non conta niente nessuno”, tuonava il sergente Hartmann nel capolavoro di Kubrick Full Metal Jacket. Aveva ragione. Anche politicamente.

 


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