Feto di 12 settimane nel grembo materno
Feto di 12 settimane nel grembo materno

 

di Luca Del Pozzo

 

Narra il Midrash che quando il profeta Isaia andò a trovare il re Ezechia, gravemente malato, per cercare di prepararlo al fatto che stava per morire, alla domanda del re su quale colpa avesse commesso per meritare simile destino, Isaia rispose: “Perché non hai compiuto la mizvà, il precetto, della procreazione”. Al che Ezechia disse che per mezzo dello Spirito Santo aveva visto che avrebbe avuto bambini non perfetti. Ma il profeta lo rimproverò dicendo: “Cosa c’entri tu con i segreti del Misericordioso? Tu dovevi agire compiendo la mizvà della procreazione e ormai quello che è giusto ai suoi occhi sarà fatto…”. In realtà sappiamo che Dio ebbe compassione di Ezechia concedendogli altri quindici anni di vita.  Ciò nondimeno il racconto è assai istruttivo e rivelatore di come già nell’antica sapienza d’Israele fosse radicata la coscienza della gravità dell’aborto, al punto da giustificare la morte del reo.

Anche per questo il solo pensare che in Italia a causa della legge 194 del 1978 oltre 6 milioni di esseri umani  – di fatto, un nuovo Olocausto – sono stati uccisi perché l’aborto nel frattempo è stato addirittura legalizzato, ed oggi a tutti gli effetti viene rivendicato come un diritto, solo questo pensiero, dicevamo, dà la misura della distanza siderale che separa il nostro mondo sedicente civile dal presunti secoli bui del passato.

Ad aggravare una situazione già drammatica, la recente iniziativa del Ministro della Salute che con un lugubre cinguettio ha annunciato il prossimo varo di un documento intitolato Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine, grazie al quale sarà possibile l’aborto in day-hospital e fino alla nona settimana di gravidanza tramite la pillola RU486. Non starò qui a commentare nello specifico la succitata, sbalorditiva iniziativa governativa, sulla quale altri ben più titolati del sottoscritto si sono già espressi (rimando in particolare all’intervento dell’Arcivescovo di Trieste, Mons. Crepaldi e del Vice presidente del Centro Studi Livatino, Alfredo Mantovano), limitandomi a qualche considerazione di carattere più generale sulla questione della legge 194. Rispetto alla quale la storia di questi decenni sta lì a dimostrare tutto l’orrore di una legislazione che, opportunamente propagandata con linguaggi e narrazioni dal volto suadente, oltreché infarciti di numeri manipolati ad arte, è inficiata da quella ideologia superomista, e perciò stesso nichilista e an-nichilente, che è poi la cifra culturale di buona parte della modernità.

Ma andiamo con ordine.

I numeri, innanzitutto. Il refrain ripetuto come un disco rotto a sostegno dell’efficacia della legge 194 è che grazie ad essa il numero di aborti in Italia è sceso rispetto a quando c’era il far-west. Ma è davvero così? In effetti, a partire dal 1982, anno in cui gli aborti legali hanno raggiunto il picco di 234.377, si è registrato un calo costante fino agli 76.328 del 2018 (ultimo dato disponibile). Non solo. Sono pure scesi il tasso di abortività (aborti/donne in età fertile), passato dal 17,2 per 1000 del 1982 al 6 per 1000 del 2018, così come il rapporto di abortività (aborti/1000 nati vivi), diminuito dal 380,2 per 1000 del 1982 al 173,8 per 1000 del 2106. Ma c’è un ma. Anzi due: 1) i turiferari della legge 194 puntano sempre il dito sul calo degli aborti dopo il 1982. E prima? Perché non si citano mai i numeri degli anni precedenti? Forse perché le stesse statistiche dicono che fino al 1981 gli aborti sono cresciuti, passando dai 187.631 del 1979 (per il 1978 valgono ovviamente solo i dati del secondo semestre, pari a 68.725. Un dato che in ogni caso è interessante perché mantenendo la media dell’anno avremmo dovuto avere 136.000 aborti, dunque un numero inferiore a quello del ’79), ai 224.067 del 1981?; 2) se le cose stanno così, se cioè dal 1978 al 1981 gli aborti sono aumentati per poi invertire la tendenza a partire dal 1982, come si spiega il fenomeno? Come è possibile cioè che una legge, applicata sempre allo stesso modo, prima faccia aumentare poi di colpo invertire la rotta?

La risposta è presto detta: gli aborti legali, in Italia come in altri paesi, sono scesi, da un lato, per la compresenza di più fattori, quali: calo della fertilità nelle donne e delle coppie in età fertile, aumento del numero dei bambini salvati dal sistema del volontariato, maggiore conoscenza e consapevolezza del dramma dell’aborto grazie ai numerosi studi sul trauma post aborto, separazione tra sessualità (oramai precocissima) e procreazione (sempre più dilazionata), mutate condizioni occupazionali delle donne e loro maggiore autonomia nelle scelte riproduttive; dall’altro, e allo stesso tempo, il calo è dovuto al maggior ricorso ai metodi contraccettivi, inclusa la “pillola del giorno dopo” con le ben note potenzialità abortive, al fatto che spesso e volentieri gli aborti avvengono nel privato, all’utilizzo della pillola abortiva RU-486 e al fatto, infine, che sono rimasti gli aborti clandestini, solo che avendoli depenalizzati non è dato sapere le cifre. Tutto questo per dire che, contrariamente alla vulgata corrente, non è tutto oro quel che luccica quando si parla di efficacia della legge 194.

Ma al di là dei numeri (e molto altro ci sarebbe da dire, ad esempio, sulle cifre relative agli aborti clandestini a suo tempo utilizzate, ma sarebbe meglio dire gonfiate ad arte per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di una regolamentazione), ciò che più desta raccapriccio è la portata culturale e ideologica di quella legge. A partire dall’assunto principe, ciò che racchiude tutto l’orrore di ogni legislazione abortista, ossia la negazione dello status di essere umano e la contestuale riduzione a “grumo di materia inerte” del feto.

Come ha evidenziato Michel Schooyans nel suo “Aborto e politica” – testo che documentando il nesso tra i vari programmi internazionali di controllo demografico e la promozione di politiche abortiste, non poco influsso ebbe sull’allora pontefice Karol Wojtyla al punto da spingerlo a decidersi per un intervento ufficiale della Chiesa come poi avvenne con l’Evangelium Vitae – sono le stesse leggi che liberalizzano l’aborto a dichiarare il “carattere umano del soggetto che esse tuttavia autorizzano ad uccidere in certi casi” (si fa notare en passant che la legge 194 non fa eccezione asserendo all’art.1 che lo Stato tutela la vita umana “fin dal suo inizio”). Non solo: “E’ proprio perché il bambino concepito è un essere umano che non si vuole che nasca. Si sa bene che l’essere che si annuncia sarà quanto prima un fanciullo e in seguito un adolescente e un adulto. Ed è perché egli è destinato ad essere un fanciullo, un adolescente, un adulto che lo si sopprime”. Altro che “grumo di materia inerte”: si è voluta, si pretende la libertà di sopprimere il feto sapendo perfettamente, ed anzi a motivo del fatto che quel feto è un essere umano a tutti gli effetti.

Non meno infondato e mistificatorio è tutto il corollario concettuale costruito attorno e insieme all’assunto cardine visto poc’anzi, che a tutt’oggi rappresenta il “vademecum” del perfetto abortista. Dal variegato campionario abbiamo selezionato solo alcuni – quelli a nostro avviso più emblematici – dei concetti-base che soggiacciono alla retorica abortista.

Un primo assunto è dato dall’affermazione che la donna è padrona del proprio corpo (il famoso “l’utero è mio e me lo gestisco io” di sessantottarda memoria). Ma, nota Schoolyans, fatta eccezione per quelle realtà dove ancora esiste la schiavitù, “nessun essere umano può diventare proprietà di un altro. Ora il bambino non nato non è un organo di sua madre; egli è un essere unico, distinto, con una sua propria individualità genetica…La madre non può disporre dell’esistenza di questo essere come il pater familias romano, in una certa epoca, disponeva dei propri figli”. La questione qui investe un problema più ampio, nota lo studioso, ossia che tipo di società vogliamo. Se cioè abbiamo in mente un modello di convivenza, una società che “accolga ogni essere umano, dal momento in cui la sua presenza è accertabile, o piuttosto una società che restaura il privilegio dei capi ed anche la prerogativa, per costoro, di disporre della vita altrui?”.

Collegato al tema della “proprietà” c’è quello del “diritto”, il fatto cioè che la penalizzazione dell’aborto violerebbe i diritti della donna. Anche qui, si vede chiaramente come l’affermazione del diritto della donna ad abortire, diritto ovviamente considerato superiore e precedente a quello del bambino a nascere, faccia tutt’uno con una visione della vita improntata al principio nicciano della volontà di potenza. Al contrario, va ribadito che nessuno può disporre della vita di un innocente. Il quale ha tutto il diritto di nascere senza che il fatto di essere in una condizione di oggettiva debolezza e di incapacità a difendersi possa autorizzare la madre a sentirsi depositaria di un presunto diritto più forte del suo.

Qui Schoolyans evidenzia un punto dirimente: è vero che, nei confronti dell’omicidio, la legge non può impedire la trasgressione; così come è vero che possono esserci circostanze attenuanti nei confronti di un omicidio. Ciò nondimeno la società non dà a nessuno il diritto di uccidere un innocente. Con l’aborto è lo stesso: in nessun caso l’aborto può “essere considerato come un diritto della donna”.

Altro punto su cui ha battuto (e batte) la grancassa abortista è che in fondo la legge non ha fatto altro che seguire il costume, per cui essendo l’aborto entrato nel costume della società, la legge si è adeguata. Qui va fatto notare che in generale, e nel caso dell’aborto è vero due volte, vale l’esatto opposto: non è il costume che influenza la norma, ma questa quello. Se tu introduci una norma che ti permette di abortire, è gioco forza che il numero degli aborti sarà superiore rispetto a quando l’aborto non era permesso. Come dimostra – è l’esempio portato da Schoolyans – il caso della Francia. Tanto più che, e questo è un altro aspetto strettamente collegato a quanto stiamo dicendo, formalmente la legge 194 ha depenalizzato l’aborto, ma di fatto l’ha liberalizzato. E questo perché uno dei principi basilari di ogni sistema democratico e liberale vuole che tutto ciò che non è proibito sia permesso. “Depenalizzare l’aborto – dice Schoolyans – significa accettarlo, riconoscergli diritto di cittadinanza, legalizzarlo, conferigli cioè l’autorità della legge…Insomma: il fine a cui si mira è la liberalizzazione: rendere facile il ricorso all’aborto. Il mezzo adottato è la depenalizzazione: promulgare una legge che autorizzi l’aborto”. Che è quanto è puntualmente accaduto con la legge 194.

Schoolyans: “si pone forse rimedio a una grave ingiustizia commettendone una ancora più grave?”

Veniamo ora agli argomenti cosiddetti “sensibili”, quelli cioè ad alto tasso di emotività sociale. A partire dal caso della donna che vuole abortire avendo subìto una violenza. Ma, si chiede e chiede Schoolyans, “si pone forse rimedio a una grave ingiustizia commettendone una ancora più grave?”. E’ anche per questo, giova ricordarlo, che S. Giovanni Paolo II, il 2 febbraio 1993, nel pieno della guerra nella ex Yugoslavia, prese carta e penna e scrisse all’arcivescovo di Sarajevo esortandolo ad assistere in tutti i modi le donne violentate e rimaste incinte affinché, appunto, non abortissero: “… occorre che i pastori e tutti i fedeli… si facciano carico con urgenza della situazione delle madri, delle spose e delle giovani che, per sfogo di odio razziale o di brutale libidine, hanno subìto violenza… Anche in una situazione così dolorosa bisognerà aiutarle a distinguere tra l’atto di deprecabile violenza, subìto da parte di uomini smarriti nella ragione e nella coscienza, e la realtà dei nuovi esseri umani, venuti comunque alla vita. Quali immagini di Dio, queste nuove creature dovranno essere rispettate e amate non diversamente da qualsiasi altro membro della famiglia umana”.

C’è poi il caso, anche questo da manuale, dei nascituri che o a causa del contesto sociale, economico, ecc., o perché affetti da malformazioni o altri gravi handicap, sarebbero (il condizionale è d’obbligo) destinati a vivere una vita di sofferenza o in ogni caso con un livello di qualità tale da renderla indegna di essere vissuta. Sono questi i casi in cui l’aborto (e lo stesso dicasi per l’eutanasia, come hanno dimostrato le tristissime vicende dei piccoli Alfie Evans e Charlie Gard) viene rivestito con paramenti “umanitari”, quasi come se la soppressione del bambino fosse un atto caritatevole. Niente di più sbagliato.

Primo, perché una vita vale la pena di essere vissuta a prescindere dalla sua qualità, che oltretutto è un parametro assolutamente soggettivo: “Non si deve identificare  – nota Schoolyans – la vita umana con la qualità della stessa vita. Le due nozioni non si trovano sullo stesso piano, un po’ come non vi si trovano la democrazia e le qualità (o i difetti) della stessa”.

Secondo, perché se il contesto in cui il nascituro è destinato a vivere è connotato da miseria e povertà o altre situazioni di indigenza, la soluzione non è non farlo nascere, ma sforzarsi di migliorare, a suo beneficio, le condizioni della sua esistenza. Altrimenti, prosegue Schoolyans, “se è legittimo uccidere un essere umano perché rischia di essere talmente povero da togliere qualsiasi valore alla sua vita, diventa legittimo allora uccidere tutti coloro che fin d’ora muoiono di fame”.

Terzo: un punto che va messo a fuoco è che spesso e volentieri nella nostra opulenta società anche un bambino può diventare un oggetto ad uso e consumo dei genitori o aspiranti tali. Si vuole un figlio “…per diletto personale. E’ come un televisore o un’automobile: se piace si prende; altrimenti si abortisce”. Ma anche i bambini malformati sono a tutti gli effetti esseri umani, la dignità della cui esistenza, di nuovo, nulla ha a che vedere con le loro condizioni psico-fisiche.

Ultimo, ma non ultimo (che, anzi, e con buona pace di quanto afferma la stessa legge 194, in molti paesi e zone del pianeta è “la” causa primaria dell’imposizione di politiche abortiste), il legame tra aborto e demografia. Ridotto all’osso, il ragionamento di stampo neo-malthusiano che gli abortisti sostengono è il seguente: poiché una buona fetta della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e indigenza, bisogna evitare  – ovviamente nel loro interesse e in quello delle loro famiglie – che costoro abbiano figli. I quali rappresenterebbero altre bocche da sfamare a fronte di risorse che non sono sufficienti per tutti. Detto altrimenti: poiché la popolazione, soprattutto nei paesi poveri, continua a crescere, bisogna arginare il fenomeno onde evitare che si allarghi la platea dei poveri. Da qui, come documenta Schoolyans, il cambio di paradigma: l’aborto fuoriesce dalla sfera privata e familiare per diventare strumento di politica demografica. Accade allora un fatto nuovo e dalle conseguenze drammatiche, ossia il ricatto cui sono sottoposti i paesi in via di sviluppo: aiuti internazionali in cambio dell’adozione di politiche abortiste.

Da qualsiasi angolatura la si veda, ciò che emerge con forza è l’impronta virulentemente ideologica di una legge che, dopo quarantadue anni e oltre 6 milioni di esseri umani uccisi (oltre a quelli abortiti clandestinamente), ha rappresentato senza ombra di dubbio un regresso e un imbarbarimento della società – altro che “conquista di civiltà” –  nella misura in cui misconosce il diritto alla vita e sancisce il diritto del più forte sul più debole (anche per questo, in un’ottica cattolica pesano come un macigno, tanto sull’approvazione della legge 194 quanto sul fallimento del referendum abrogativo del 1981, le responsabilità sia della Democrazia cristiana sia della Chiesa italiana di allora, che in nome di un’idea di laicità secondo cui, pena l’esclusione dal consesso dei moderni, la fede deve restare nel chiuso della coscienza senza alcun diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico, scelsero la linea del disimpegno, tuttora in vigore).

Una revisione complessiva della legge 194/78 sarebbe quanto mai opportuna. Oltre alla constatazione che la liberalizzazione dell’aborto ha innescato più problemi di quelli che pretendeva di risolvere (non ultimo, spalancando la strada all’eutanasia), il punto fermo da cui partire è che a nessuno può essere concesso il diritto di uccidere. L’aborto non può essere un diritto. E questo perché c’è un diritto, il diritto alla vita del bambino, che supera di gran lunga ogni possibile diritto che la donna ha o pretenda di avere. Beninteso, qui non è questione di guerre di religione né si tratta, come ripete stancamente la litania laicista, di voler imporre a tutta la società una visione della vita che è propria solo di una parte di essa, ossia quella cattolica (ammesso che esista ancora una visione cattolica della vita, il che è tutto da dimostrare). E’ ancora Schoolyans a ricordare che “il rispetto di ogni vita umana è un precetto di morale universale proclamato in tutte le grandi civiltà e costituisce il tessuto di ogni società democratica”. Il punto qui è capire che esistono alternative più che valide all’aborto, e che è urgente fermarsi e rimettere mano a tutta la materia. Pena l’impossibilità di continuare a definirci “civili”.

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