Rilancio un articolo di Luca Del Pozzo, apparso sul blog di Marco Tosatti, in cui l’autore, a proposito del DDL omofobia, si chiede come mai la Chiesa non abbia detto più nulla dopo il comunicato del giugno scorso.

 

Chiesa e LGBT

Chiesa e LGBT

 

Lo slittamento di qualche giorno, rispetto alla data prevista del 27 luglio, per l’approdo nell’aula di Montecitorio del discusso DL Zan contro l’omo-transfobia e la misoginia, anche se rappresenta comunque un segnale importante non deve far illudere. Con i numeri che ha la maggioranza alla Camera l’esito del voto, a meno di improbabili sorprese, è scontato.

La partita vera si giocherà al Senato, dove invece la coperta è molto più corta. Ed è esattamente con questo orizzonte temporale che il fronte di chi si oppone all’iniziativa in questione sta intensificando gli sforzi. Con l’auspicio che si possa replicare quanto accadde nel 2013, quando l’allora ddl Scalfarotto contro l’omofobia (e non è un caso se tra i vari disegni di legge confuiti nel testo ora all’esame, ci sia anche quello del 2013) fu prima approvato alla Camera, in settembre, per poi arenarsi al Senato l’anno dopo.

Già questo cenno di storia recente è piuttosto emblematico: a distanza di sette anni stiamo assistendo ad un remake dello stesso film – il tentativo di far cambiare per via legislativa la percezione sociale dell’omosessualità – a dimostrazione della tenacia e della determinazione con cui ben precisi ambienti innanzitutto culturali perseguono i propri obiettivi (i cattolici prendano nota). E c’è da scommettere che se anche stavolta andrà male, presto o tardi ci riproveranno col primo treno utile che passerà in parlamento.

Oggi come allora il meccanismo è semplice: crei un caso partendo da una situazione particolare per farlo diventare un problema generale e poter aver così il pretesto per intervenire. Gli esempi recenti, tanto in ambito laico quanto, ahimè, in ambito cattolico, non mancano. Si prenda il caso delle unioni civili, o se si preferisce dei divorziati risposati: se si va a vedere i numeri parliamo di cifre da prefisso telefonico internazionale. Qualcuno ha mai visto code di omosessuali fuori dai municipi o di divorziati risposati fuori dalla chiese per avere accesso all’eucarestia? Io no.

E il motivo è presto detto: perché parliamo, appunto, di fake-emergenze. Nella fattispecie, come ha documentato il Centro Studi Rosario Livatino, i dati ufficiali dell’Oscad, l’osservatorio istituito ad hoc nel 2010 presso il Ministero dell’Interno, dicono di 26,5 segnalazioni in media all’anno da settembre 2010 a dicembre 2018. Cioè, appunto, tutto tranne che un’emergenza. E questo con buona pace della campagna orchestrata ad hoc sui media, grazie alla quale curiosamente da quando è stato avviato l’iter parlamentare del dl Zan, un giorno sì e l’altro pure la cronaca riporta singoli casi di discriminazione o violenza a danno di persone samesex, con l’evidente scopo di dimostrare la tesi dell’emergenza.

La cui insussistenza è dimostrata dalla realtà dei fatti per cui occorre ribadire, a scanso di equivoci, che non c’è alcun vuoto normativo da colmare nè tanto meno alcuna emergenza che giustfichi un nuova norma. Per non parlare del fatto, ciò che rappresenta il pericolo maggiore, che per come è stato disegnato il Dl Zan costituirebbe un gravissimo vulnus alla libertà di espressione. Sarebbe cioè una norma profondamente liberticida. E va dato atto a Michele Ainis, insospettabile di qualsivoglia partigianeria contro le istanze lgbt, l’aver evidenziato dalle colonne del Venerdì di Repubblica quello che è il punto della questione: il fatto cioè che ci troviamo al crocevia della democrazia e dei due valori che la fondano, ossia la libertà d’espressione e la tutela delle minoranze. E dopo aver ricordato che i paesi in cui non esistono leggi in tal senso sono molti di più di quelli che hanno legiferato contro l’hate speech,  Ainis ha avuto il coraggio di dire che si debbono soppesare svantaggi e vantaggi di “questo nuovo reato, probabilmente i primi surclassano i secondi”. Per tre motivi: primo, perchè esistono già ben 35.000 fattispecie di reato, con la conseguenza che “ciascuno può infrangere la legge senza nemmeno sospettarlo”; d’altra parte, “se la tua omofobia ti induce a pestare un gay, c’è già l’aggravante per futili motivi, non occorre forgiarne una nuova di zecca”; secondo, “per il valore pedagogico della tolleranza. Che s’esercita verso le opinioni sgradevoli o sgradite, non certo verso i bei sermoni”; terzo, e ultimo, nel caso in cui venisse approvata una nuova legge, “gli omosessuali diventeranno «soggetti vulnerabili»  con tutti i crismi del diritto. Siamo sicuri che si tratta di un favore?”. Ainis vedi qui un rischio concreto, che cioè alla fine la legge possa rivelarsi un boomerang, perché “in generale le misure di speciale protezione verso questa o quella minoranza possono abbassarne l’autostima, e in conclusione aumentarne il senso d’inferiorità sociale”. Ma l’aspetto decisivo contro il disegno di legge in questione è che al pari di altri fenomeni a forte impronta ideologica e totalitaria – uno su tutti di stringente attualità: la cosiddetta cancel culture, che soprattutto negli Usa sta facendo strame del passato – il politicamente corretto alla base del retroterra culturale del Dl Zan è quanto, non ci stancheremo di ripeterlo, di più liberticida ci possa essere.

Il punto, come ha lucidamente evidenziato l’arcivescovo di Trieste, mons. Crepaldi, è che “in nome di alcune idee si ritiene di criminalizzare idee diverse. Se si concede la possibilità di censurare giuridicamente e penalmente non delle offese, ma semplicemente delle opinioni e delle verità di ordine antropologico e morale diverse da quelle dei proponenti il Disegno di legge, come per esempio la differenza fra uomo e donna, allora veramente la nostra libertà  – quella di tutti, non solo quella dei cattolici – è in pericolo. Si tratta di un disegno pretestuoso che va contrastato con forza”.

Anche per questo stupisce, dopo una iniziale e ferma presa di posizione, come a distanza di settimane e proprio nei giorni in cui il Dl sta per approdare alla Camera, la Chiesa italiana sembra non abbia più niente da dire. Tanto di cappello ai meritori interventi dei singoli vescovi, ma è mai possibile che i vertici della Chiesa italiana – che su altri temi siamo sicuri avrebbero ben altro atteggiamento – di fronte ad una minaccia così grave e che avrebbe serissime ripercussioni anche sull’attività formativa ed educativa della Chiesa stessa, non sentano il bisogno di tornare di nuovo sull’argomento con una campagna se possibile di intensità e forza addirittura superiori?

Anche se sette anni sono in fondo un lasso di tempo modesto, evidentemente sono stati più che sufficienti per produrre tali e tanti cambamenti da rendere irriconoscibile il volto della Chiesa italiana. Non si spiega altrimenti non solo il silenzio, ma anche l’emergere e il consolidarsi di un modo di leggere la realtà umana, e specificamente certe questioni, da cui dipende un ben preciso atteggiamento nei confronti del mondo, in senso lato, che di cattolico conserva forse solo il nome. Modo di leggere la realtà e conseguente atteggiamento nei confronti del mondo che si può riassumere in un due parole: approfondimento e dialogo. Ma proprio questo è il problema: il fatto cioè che anche su un tema dove tutto è chiaro, limpido, cristallino (“maschio e femmina li creò”), ci sia chi pensi che l’importante è il dialogo, il confronto, il dare voce a l’una e l’altra campana, il non arroccarsi su posizione rigide o portando avanti pregiudizi ideologici in un senso o nell’altro, l’essere aperti all’ascolto ed avere un atteggiamento inclusivo e rispettoso verso tutti, come se il dialogo in sé fosse un valore facendo finta di non sapere o non ricordare che esiste la verità.

Tanto più, si dice, di fronte a questioni complesse e articolate  – come si vorrebbe quella dell’identità di ciascuno  – che meritano di essere approfondite e discusse perché la realtà è, appunto, più complessa di ciò che sembra e le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere. Ora se tale approccio, se il metodo del dialogo e della ricerca, in senso lato, fosse adottato e portato avanti da chi ha una visione laica della vita, da chi non crede che esista una verità o comunque dei valori assoluti, nulla quaestio. Ma se simili argomenti, se un simile approccio viene fatto proprio in ambito cattolico, di chiunque si tratti e qualunque sia il suo stato o mestiere, beh Huston abbiamo un problema. Per capirci, lo stesso identico problema sollevato a suo tempo dal compianto card. Caffarra quando affermò che “una Chiesa più povera di dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”.

D’altra parte, basta leggere alcuni dei commenti e delle opinioni sul Dl Zan apparsi di recente sul quotidiano della Cei, e confrontarli ad esempio con il documento finale del Sinodo dei giovani del 2018, per avere l’esatta misura di come in ambito cattolico stiano cambiando i registri culturali di riferimento. Il tema specifico dell’omosessualità è affrontato nei paragrafi 149 e, soprattutto, 150 (quest’ultimo non a caso il più contestato con 65 voti contrari, tra l’altro forse troppo frettolosamete intestati ai “conservatori” mentre secondo alcuni sarebbero stati espressione del malcontento dei novatori che avrebbero voluto maggiori aperture), che letti insieme ben fotografano il gattopardismo in salsa ecclesiale (non cambiare nulla per cambiare tutto) oggi in auge.

Se da un lato, infatti, il testo pare collocarsi, rifacendosi anche ad un documento della Congregazione per la Dottrina della fede, nel solco della (immutata) tradizione ecclesiale riaffermando la “determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro «orientamento sessuale»”, dall’altro parla di “questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità” – tra cui quelle sulle “inclinazioni sessuali” e sulla “differenza e armonia tra identità maschile e femminile” – che secondo i padri sinodali “hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale” (il corsivo è mio, ndr).

Ora, anche a voler tralasciare il non banale dettaglio che alla teologia del corpo San Giovanni Paolo II dedicò qualcosa come 129 catechesi di insuperata bellezza e che quindi risulta, come dire, di non immediata comprensione cosa ci sia ancora da approfondire (o meglio, si capisce eccome essendo proprio il magistero del santo papa polacco il bersaglio grosso dei novatori, come ha ben dimostrato la vicenda della riforma dell’Istituto omonimo), il punto è che sembra esserci una qualche contraddizione tra l’affermazione della necessità di ulteriori approfondimenti sulla differenza e sulla relazione uomo-donna e la riaffermazione della “determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna”. Non solo. C’è anche un altro aspetto che balza agli occhi, e che la dice lunga su dove quel testo, dicendo senza dire, vuole andare a parare. Dopo aver parlato in maniera generica di questioni sulla sessualità, del rapporto uomo-donna, ecc., a un certo punto si legge: “Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi”. Intanto, si potrebbe notare che dedicare un intero paragrafo  – il cui titolo “sessualità: una parola chiara, libera, autentica” nulla lascia intendere che l’oggetto sia nella realtà monotematico – alla questione dell’accoglienza delle persone omosessuali (o dell’omosessualità?), oltre che essere forse eccessivo e un pizzico riduttivo visto che la sessualità è un qualcosa che riguarda anche chi omosessuale non è (incidentalmente la stragrande maggioranza dei cristiani), è anche forse inutile dal momento che il magistero della Chiesa è chiaro su questo aspetto per cui non si capisce il bisogno di ribadire cose già note; inoltre, e cosa più importante, rischia di essere fortemente fuorviante quel riferimento ai “cammini di accompagnamento” delle persone omosessuali. Perché un conto è se parliamo di cammini attraverso i quali la persona omosessuale viene aiutata a vivere la sua condizione in conformità al Vangelo e al catechismo (come d’altra parte sono tenuti a fare anche gli eterosessuali); tutt’altro conto invece è se parliamo di cammini che, contrapponendosi apertamente al magistero della chiesa (e ce ne sono), puntano a far passare (e di conseguenza a far vivere) l’omosessualità come una condizione assolutamente naturale e normale.

Su questo punto il documento sinodale non è chiaro, e non essendo chiaro si presta a letture ambigue e fuorvianti. Con tutto ciò che ne consegue. Come ambigue e fuorvianti risultano certe prese di posizione sul Dl Zan, che pure si sono lette e sentite di recente in ambito cattolico. Sempre, beninteso, in nome del dialogo e dell’ascolto. Dialogo rispetto al quale uno come ad esempio il vescovo di Ventimiglia San Remo, mons. Antonio Suetta, ha una visione, come dire, piuttosto controcorrente, anzi diciamo pure politicamente (ed ecclesialmente) scorrettissima. E che proprio per questo ha lo stesso effetto di una più che salutare boccata d’ossigeno. Nel volume “Controcanto. La fierezza di essere cattolici” (giusto per la cronaca, fierezza in inglese si traduce con “pride”), da poco in libreria, mons. Suetta dimostra di avere una visione profetica di ciò che sta accadendo, visione di cui oggi la Chiesa ha estremo bisogno. Innanzitutto, è importante il fatto che il vescovo sottolinei la centralità della Parola per capire cosa sta succedendo: “Più leggo la Sacra Scrittura, che va sempre letta sapendo che il Signore parla oggi alla sua Chiesa, più trovo nella Parola la chiave per decifrare chiaramente quello che stiamo vivendo, e mi sorprende la volontà di molti, ostinatamente vagabondi per altre vie. Mi interroga dolorosamente come si possa non vedere un ribaltamento di tutti i valori, in particolare di quelli che attengono all’ambito della sessualità, dell’affettività, e dunque della famiglia e, allargando il discorso, a tutte le tematiche che toccano il grande dono della vita. E come è possibile non vedere in tutto questo un rovesciamento diabolico del disegno creaturale di Dio?” Non solo.

Subito dopo aggiunge una frase che, pronunciata da un vescovo, è di una gravità inaudita: “Mi viene da sorridere, amaramente, pensando che addirittura persone di fede, o peggio ancora, pastori, possano pensare di sovvertire o modificare la cifra che il Signore ha scritto nella creazione uscita dalle sue mani e dal suo cuore. Un commento serio a questo non riesco a farlo”.

Prima notazione importante: abbiamo qui un vescovo che dice chiaramente che ci sono pastori che pensano di sovvertire la creazione di Dio. Ma non è finita: perchè se è comprensibile che un mondo degradato a livello morale e umano sdogani visioni della vita e dell’esistenza oggettivamente lontane e differenti dalla verità dell’uomo, lo è molto meno il fatto che “la Chiesa, chiamata ad annunciare la verità di Cristo, si lasci irretire o anche semplicemente abbassi la guardia, lo trovo semplicemente impossibile”. “Prendiamo, ad esempio, – prosegue mon. Suetta – il tema della cura pastorale delle persone omosessuali: la Chiesa non ha mai emarginato (leggi bene: la-Chi-e-sa-non-ha-mai-e-mar-gi-na-to), ma ha sempre dato indicazioni…di cura pastorale e di valutazione morale. Si può e si deve capire meglio il fenomeno, e penso che si possa fare molto di più sul versante della cura pastorale. Però la benedizione di psuedo-nozze gay o il ritenerle una formula alternativa di famiglia mi pare sinceramente che significhe prendere i nostri convincimenti di fede e buttarli al macero”.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma fermiamoci qua per sentire cosa ha dire Suetta sul tema del dialogo, strettamente connesso a quella verità. “Oggi si esagera quando si tratta di dialogo. Lo considero assolutamente positivo, senza se e senza ma, lo colloco però nell’ordine dei mezzi. L’esasperazione del dialogo si registra quando colloca questa attitudine umana, attinente soprattutto all’inteligenza, nell’ordine dei fini: in quel caso si dice dialogo ma si intende compromesso o mistura”.

E ancora: “Dialogo è parola stupenda, che vuol dire “confronto sulle ragioni”; si tratta di un confronto appassionato, però, non di un “mercato delle ragioni” dove, come da uno scaffale, ognuno prende quello che gli serve. No, non è questo!…Se è vero – anzi verissimo – che la verità è sfaccettata e poliedrica…è altrattanto vero che la verità è una, e che l’intelletto e il cuore dell’uomo non si pacificano, se non anestetizzati da altri interessi, con verità surrogate o intermedie. Il cuore dell’uomo cerca fino in fondo la verità”. Alla luce di queste bellissime parole, si capisce ancor di più quanto sia aberrante e pericoloso un disegno di legge che punta a fare della percezione della realtà, più che della realtà in sè, il metro dell’agire dell’uomo.

Questa è la vera posta in gioco del Dl Zan. Per cui delle due l’una: o i cattolici pensano ancora di essere depositari della Verità (scritta ovviamente con la “v” maiuscola trattandosi innanzitutto di una Persona), e che tale Verità sia alla base di una precisa antropologia secondo la quale gli essere umani nascono maschi o femmine a prescindere da ciò uno “percepisce” di essere; oppure i cattolici non hanno più tale coscienza, e allora buonanotte suonatori e tanti saluti. Tra l’altro, è curioso notare che lo stesso concetto, pur partendo da altra angolazione e prospettiva, ma sempre con sullo sfondo il tema più generale dell’omosessualità, è stato espresso dal Grande Imam di Al Azhar, Ahmed El Tayed (sì proprio lui, quello che firmò con Papa Francesco il documento di Abu Dhabi sulla convivenza tra le fedi) in un’intervista su “La Lettura” del 1 marzo scorso stranamente passata inosservata, ma che avrebbe meritato ben altra attenzione. Al punto ci è arrivato poco a poco: prima ha fatto un’affermazione di carattere generale dicendo che “è questa infatti la libertà più importante: quella di difendere la civiltà e la cultura, e di convergere di lì verso una comune umanità”; poi ha specificato che “C’è chi cerca di imporre certi diritti umani che non sono veri diritti umani, ma deviazioni…Attraverso le convenzioni internazionali si cerca di imporci nuove forme di famiglia e certi diritti dei bambini; ma così si distruggeranno la famiglia e i bambini”.

Infine è arrivato al nocciolo della questione: “Le tensioni dovute alla mancanza di libertà religiosa sono meno importanti; è davvero importante il diritto delle comunità di mantenere la loro cultura e la loro civiltà; se ciò non avverrà, si produrrà una nuova forma di scontro di civiltà distruttivo per l’umanità”. Ecco perché è importante contrastare, opportune et inopportune, un disegno di legge che rischia di minare le fondamenta stesse della civiltà occidentale. In questa come in altre occasioni il contrasto all’omofobia e alla misoginia sono solo un pretesto, nobili concetti rivestiti con la suadente narrativa del politicamente corretto  e usati a mo’ di scudi umani per puntare al vero obiettivo, cambiare la percezione sociale dell’omosessualità. E allora, rispetto per tutti, nessuno escluso, sì. Pensarla diversamente dalla vulgata Lgbt in tema di famiglia, di genitorialità, di maschile e femminile, e rischiare per questo di finire in galera, anche no, grazie.

 

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