L’Associazione Augusto Del Noce e Alleanza Cattolica, nel trentennale della scomparsa del filosofo Augusto Del Noce, hanno tenuto un incontro-studio a Torino il 18 gennaio scorso.

Di seguito la relazione magistrale di S.E. Mons. Luigi Negri dal titolo: “Augusto Del Noce: la sua testimonianza e la sua profezia illuminano il nostro cammino quotidiano”.

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

Sono molto grato all’amico Aldo Rizza perché mi ha dato l’opportunità, da me attesa e desiderata, di poter aggiungere il mio contributo alla solenne ripresa della memoria di Augusto Del Noce. Svolgerò il mio intervento soffermandomi su quattro aspetti che reputo decisivi per fare capire quanto la figura e il pensiero di Del Noce siano illuminanti per il nostro cammino quotidiano.

 

1. Il recupero autentico della tradizione: una cultura veramente reale e leale

 

Innanzitutto permettetemi un ricordo personale. La provvidenza mi ha, infatti, concesso di partecipare ai tratti salienti di questa eccezionale esperienza umana e cristiana, filosofica e teologale. Quando Augusto Del Noce parlava, era evidente a tutti gli ascoltatori che il suo pensiero librava ben oltre gli spazi immediati della comune capacità di comprendere. Dispiegava per noi orizzonti sempre nuovi, forse si potrebbe dire sempre antichi e per questo sempre nuovi. Innanzitutto, e questo è il primo aspetto che voglio evidenziare, ci consentiva di rivivere la viva tradizione della Chiesa. Egli, laico, e si potrebbe dire lealmente e orgogliosamente laico, ha insegnato a generazioni intere la grandezza dell’insegnamento tradizionale della Chiesa. Quando interloquiva con noi, magari giovanissimi come me, era come se ci prendesse per mano e ci guidasse su vie che non potevamo non sentire un po’ impervie, ma che, sotto la sua guida, si chiarivano e diventavano familiari.

Il primo ricordo potente di Del Noce è, per tanto, legato al fatto che egli ha reso presente nella mia vita, in modo commovente, la tradizione della Chiesa. Il contenuto del suo insegnamento, si potrebbe dire, è stato, prima che il suo stesso insegnamento, l’articolarsi lieto e pacifico del suo magistero all’interno della grande tradizione della Chiesa. Incontrare Augusto significava ripercorrere gli spazi, gli eventi e, perché no, anche le contraddizioni, del cammino storico e culturale della cristianità perché la tradizione si ripresentasse a noi come assolutamente attuale e incredibilmente capace di sollecitare dimensioni di entusiasmo e di dedizione. Del Noce ci ha insegnato a guardare alla ricchezza culturale e filosofica della tradizione e ha goduto con noi di essa; ci ha fatto capire quanto fosse un compito straordinario servire la tradizione.

Vale la pena a questo riguardo rifarsi alla sua concezione di tradizione che troviamo ben descritta nel seguente brano: «“tradizione” non è affatto l’opposto di “vita”. Significa che ci sono verità eterne, immutabili, soprastoriche; che, per ragione di questo carattere, sono inesauribili nel riguardo del loro approfondimento da parte dell’uomo. Di qui il loro carattere di perenne attualità e novità; e “nuove” in certo senso realmente, perché, nell’illuminare la situazione storica in cui il singolo uomo si trova immerso, manifestano effettivamente un aspetto di novità che non era deducibile dalla formulazione precedente. E realmente l’umanità progredisce; ma non discostandosi dai valori veri, ma approfondendone continuamente il senso»[1].

In un mondo sfiduciato e stanco, perché prigioniero ancora degli equivoci e delle illusioni di tanto Illuminismo o Neo-illuminismo, Del Noce ci ha insegnato che la tradizione era presente, potentemente attuale, in grado di commuovere la nostra esistenza di giovani. Ha così spalancanto davanti a noi prospettive imprevedibili, ma allo stesso tempo inconsapevolmente aspettate e sperate. Camminare con lui, ripercorrendo gli snodi più importanti della tradizione cattolica, nei quali si era immedesimato con semplicità e responsabilità, ha reso possibile a molti di noi, che lo abbiamo incontrato e seguito, di vivere personalmente e responsabilmente l’appartenenza alla Chiesa e di assumere il compito della missione: quella di portare a ogni uomo l’annunzio della Presenza che salva, quella di Gesù Cristo, Signore della vita e della morte, unico Redentore dell’uomo e del mondo, senso e verità della vita e della storia.

Così, a tanti anni di distanza, quando lo ripenso, la commozione mi prende, perché posso considerarmi uno dei suoi discepoli che si è affidato a lui con totale disponibilità. Ciò mi ha consentito di poter vivere come attualità la tradizione, non come un passato da recuperare, magari con devozione, non come qualche cosa di cui sbrigativamente liberarsi, ma come un flusso di vita che raggiunge anche noi oggi ed entra nella nostra esistenza, plasmandola secondo le immortali dimensioni della Chiesa. San Giovanni Paolo II amava ripetere che le prospettive universali della Chiesa sono le dimensioni normali della vita del cristiano.

L’insegnamento di Del Noce ha reso possibile un approccio autentico alla tradizione che molta cultura cattolica dell’epoca aveva dimenticato finendo per favorire il suo rifiuto da parte delle giovani generazioni. Nei suoi Appunti per una filosofia dei giovani (Vita e Pensiero, 1968), così denunciava questo grave limite: «la cultura eversiva rispetto alla tradizione, ha, negli ultimi vent’anni, occupato il campo del presente, senza trovare un’opposizione fortemente impegnata; quella che invece avrebbe dovuto mediare tra la novità e la tradizione, si è troppo spesso rifugiata nello studio del passato e nella specializzazione; come se quel che avveniva nel mondo della politica e della società, e delle stesse valutazioni morali, non la riguardasse»[2].

Che cosa ritroviamo, allora, di assolutamente fondamentale per illuminare il nostro cammino nella «limpida testimonianza» di Del Noce, come la definì Giovanni Paolo II? Una cultura veramente reale e leale, capace di guidare i giovani, allora come oggi, impedendo che il cristianesimo venisse e venga, secondo i progetti egemonici dell’ideologia del momento, fagocitato dalla cultura dominante, laicista e atea.

 

2. L’ateismo termine conclusivo del razionalismo

 

Il secondo aspetto che intendo evidenziare con il mio intervento è proprio l’importanza della sua disamina critica dell’ateismo. Risuonano ancora nel nostro spirito, nella loro profondità e nella loro profeticità, alcune sue espressioni che, sebbene siano particolarmente note, mi permetto brevemente di ricordare: «L’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire

il razionalismo al punto estremo della sua coerenza, che è anche il punto della sua crisi»[3]. Per qualche secolo, infatti, il nuovo soggetto umano promosso dalla Modernità è sostanzialmente ateo non perché affermi che Dio non esista, ma in quanto sottrae razionalisticamente a Dio spazi sempre più vasti della sua vita: la politica, la morale, l’arte, la vita sociale. Occorre aspettare fino al XIX secolo, con la critica alla religione di Feuerbach e con l’affermazione di Nietzsche «Dio è morto», perché si arrivi a proclamare l’ateismo come via di liberazione per l’uomo. Tuttavia, l’erosione dell’edificio unitario della cultura cristiana inizia con l’uso ambiguo del termine autonomia: «Dio, se c’è, non c’entra». La fede non viene più intesa come il fondamento, ma come uno dei tanti particolari nei quali l’uomo e la società sono scomposti. La fede in Dio si esprime nel culto, al massimo ispira la moralità; ma alla ragione e alla operosità dell’uomo è affidato il compito della conoscenza, della scienza e del lavoro, così come pure quello dell’esperienza estetica e affettiva. Non si rinnega la religiosità, ma la si relega accanto alla vita.

Se si coglie tale prospettiva, sviluppata da una certa linea di pensiero dell’Età moderna, prevalente ma non unica, come ci ha insegnato Del Noce, si può cogliere come, ancora oggi, l’obiezione radicale che il mondo vive nei confronti dell’avvenimento di Cristo e, quindi, della presenza della Chiesa è un’obiezione affettiva. L’uomo moderno non pone il suo affetto in Cristo, in Dio. Pone il suo affetto esclusivamente in sé, nella capacità del potere intellettuale e morale che egli può dispiegare. Come ci hai insegnato anche Benedetto XVI, come non ricordare la sua bellissima Spe salvi, questo uomo sente la scienza e la tecnica, utilizzate congiuntamente e strumentalmente, come mezzi per l’affermazione del proprio potere nella storia.

Approfondire questo aspetto dell’insegnamento di Del Noce, seguendo la sua testimonianza, ci ha reso e ci rende protagonisti di una profezia che è congiuntamente una profezia sulla nostra vita e sulla realtà della storia. Siamo chiamati, come generazione di cristiani che vive all’inizio di questo Terzo millennio, a riannodare le radici dell’uomo alle radici di Dio, a interrompere quel flusso rovinoso per il quale l’uomo per secoli ha pensato che la consistenza e la dignità della propria vita si fondassero nella rottura del legame con Dio. Noi abbiamo assistito al declino di questa illusione e al suo trasformarsi in cocenti delusioni. Chi prometteva la realizzazione della società e della persona diventava complice della creazione di nuove e sempre più tremende forme di schiavitù. Per questo Giovanni Paolo II ha dovuto alzare la sua voce per dire che esistevano generazioni che aspettavano di essere liberate dai “liberatori”. Del Noce ci ha inserito nel vivo di questo dramma epocale aiutandoci a comprenderlo: un uomo senza Dio si perde e diventa, come lucidamente indicato anche dal Concilio Vaticano II, «una particella della natura o un elemento anonimo della città umana»[4]. Manipolazione scientifico-tecnologica o manipolazione sociale sono i due destini di una umanità che senza Dio è costretta ad assistere impotente alla propria nullificazione.

In fondo l’antropologia moderno-contemporaneo, che Del Noce ha saputo approfondire in tutte le sue dimensioni e articolazioni, è un’antropologia carente, strutturalmente carente, perché non tiene presente tutti i fattori dell’esperienza umana, esasperandone alcuni e dimenticandone altri. La dimenticanza più grave, che rischia di dominare l’uomo in maniera inesorabile, è quella del limite che stringe dappresso l’uomo fin dalla sua nascita. Questa battaglia dell’uomo per liberarsi dalla struttura di male che gli è connaturata costituisce la punta estrema del dramma vissuto dall’uomo moderno, come Del Noce ci ha testimoniato con fermezza e umiltà. Egli ha, infatti, indicato con estrema precisione come ciò che caratterizza il razionalismo sia proprio «il rifiuto della concezione biblica del peccato»[5]. Secondo il laicismo ateo, proprio perché non esiste il peccato, l’uomo non ha bisogno di qualcuno che lo salvi. Il cristianesimo diventa perciò qualcosa di inutile, qualcosa di cui l’uomo può fare a meno.

Del Noce, evidenziando le drammatiche conseguenze antropologiche del razionalismo, ci ha aiutato a comprendere quanto sia importante, forse oggi ancora più di allora, recuperare un’antropologia integrale. È compito del cristiano non escogitare improponibili fughe dalla condizione dell’uomo segnata dal peccato e abbracciare la Presenza del Signore Gesù Cristo al quale confidare ogni giorno, nella preghiera, tutta la vita, perché il Signore ne prenda possesso; perché la cambi secondo le dimensioni di verità, di bellezza e di giustizia nelle quali si compie il destino umano, ancor prima che cristiano.

La lucida disamina dell’esito fallimentare del razionalismo moderno operata da Del Noce è stata, nella nostra vita, un richiamo potente a recuperare le dimensioni costitutive della ragione e, allo stesso tempo, della fede. Egli ci ha aiutato a uscire dalle strettoie del razionalismo e a vivere l’appartenenza, senza se e senza ma, alla Chiesa del Signore; ad amarla più di noi stessi; a condividerne gioie e dolori. La nostra vita, a contatto con quella della Chiesa, identificandosi con essa, si purifica e diventa capace di correre verso Colui che ne è il Signore che, come dice Paolo, «vedremo così come Egli è», senza che nessuno potrà mai strapparci dal nostro cuore la letizia che ne deriva.

 

3. L’esito ultimo del razionalismo ateo: il nichilismo gaio

 

Arriviamo così al terzo aspetto che reputo importante richiamare. Qual è l’esito ultimo del razionalismo ateo? Qual è, per usare le parole dello stesso Del Noce, la «negazione più radicale del cristianesimo»? «La massificazione del pensiero libertino», ovvero il fatto che «per la prima volta trionfa nel mondo occidentale la morale edonistica allo stato “puro”»[6]. Se sono finite le grandi ideologie totalitarie, tuttavia si è gettata sulla società un’ideologia non meno grave e non meno pervasiva. Essa è costituita, insieme al tecno-scientismo, dall’individualismo consumistico. Nessun altro ha compreso questo meglio di Del Noce.

Oggi la società è frammentata in tanti singoli individui che hanno come unico obiettivo realizzare il massimo del benessere. Una società – come ricordava anche il card. Giacomo Biffi – «sazia e disperata». Non esiste più il bene: esiste solo il benessere, ovvero l’espressione puramente istintiva dei propri umori, dei propri desideri più o meno legittimi. Il benessere ha sostituito il bene, così come l’opinione ha sostituito la verità. Viviamo sempre di più, dunque, in una società frammentata in individui che escono da sé solo per quel tanto per cui possono trarre un vantaggio immediato. Si entra in rapporto con l’altro perché, per un periodo più o meno lungo, offre uno spazio di benessere psicologico, affettivo, culturale, economico.

Quando si intraprende questa strada, non è più possibile difendere neanche la validità del matrimonio, cellula naturale della società, perché, se il problema è il benessere e non un logos, una concezione della vita, un ordine da attuare e realizzare, allora non è più possibile pensare il rapporto uomo-donna come un legame stabile. Nella misura per la quale il criterio è il benessere, ogni forma di rapporto diventa legittima, anche la più deviata rispetto alla concezione naturale della vita. Ecco perché si cerca di colpire a morte la famiglia. In questa società la famiglia non deve più esistere perché la famiglia contesta l’individualismo. Assistiamo alla crisi totale della famiglia, ovvero di quella struttura parentale fondamentale che consente l’educazione. Siamo di fronte a una società disintegrata individualisticamente, protesa alla realizzazione del massimo di benessere possibile e, quindi, sostanzialmente irresponsabile, perché l’uomo è responsabile solo se posto di fronte a un Altro. Non può essere responsabile, se rimane chiuso nella propria individualità.

Siamo di fronte a una massa di individui incapaci di assecondare le grandi dimensioni della vita che Benedetto XVI ha sintetizzato, nell’enciclica Caritas in veritate, con la parola gratuità. L’individuo di oggi non conosce la gratuità, tende a concepirsi come il padrone della realtà e la possiede quanto più realizza il grande istinto che lo sostiene e lo muove in questa nuova situazione sociale: l’istinto verso il proprio benessere.

Del Noce, prima ancora che tutto questo si realizzasse pienamente e tragicamente, come è sotto i nostri occhi, ne aveva colto profeticamente le linee di sviluppo, utilizzando, per indicarne l’essenza, l’espressione formidabile di «nichilismo gaio». Vale la pena richiamare le sue parole per coglierne fino in fondo il carattere profetico. «Il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio», secondo «due sensi»: primo, perché «è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano –»; secondo, perché «ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna)». Per questo «il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). […] Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio” […] a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali»[7].

4. L’alternativa possibile: una Modernità diversa e la riproposizione di un cristianesimo integrale

Consentitemi un’ultima considerazione. Del Noce non è stato soltanto il critico acuto e profetico della deriva laicista e atea della Modernità, perché ha saputo cogliere e indicare con chiarezza anche i possibili percorsi alternativi.

Innanzitutto, guardando alla storia, egli ha mostrato come, sebbene minoritaria, sia tuttavia possibile individuare, nel corso della stessa Modernità, una linea di pensiero non necessariamente fondata su posizioni razionalistiche, quindi atee e anticristiane. Una linea di pensiero che risulta pertanto estranea a quel disegno laicista che conduce tragicamente ai totalitarismi del Novecento. Del Noce ci ha insegnato che, convivendo nella Modernità due anime, così diverse tra loro, sarebbe stato un grave errore archiviare la Modernità con la stessa sbrigatività con cui essa ha cercato di eliminare la tradizione.

L’evidenziare tale componente della Modernità, che non ha negato la dimensione religiosa e metafisica dell’esistenza umana, è stato di fondamentale importanza in quanto ha favorito un vero dialogo tra cattolici e laici. In particolare, ha aiutato la cultura cattolica a evitare i due rischi opposti nei quali era caduta e, per certi versi, continua a ricadervi: il rifiuto totale della Modernità o la sua accettazione acritica e incondizionata. Da un lato, la cultura cristiana, vedendosi rifiutata, rischiava di rifiutare a sua volta la Modernità, chiudendo gli occhi anche alle sue istanze positive; dall’altro lato, essa finiva per farsi promotrice di un dialogo assolutamente acritico caratterizzato da un forte complesso di inferiorità. Del Noce ha chiaramente indicato una via alternativa a queste due derive.

In secondo luogo, oltre alla sua riflessione filosofica, egli ha saputo leggere in profondità il Magistero di Giovanni Paolo II, indicandone uno dei contributi importanti proprio nel superamento della contrapposizione tra tradizionalismo e progressismo. Infatti, a quella falsa idea di “aggiornamento” del pensiero cattolico, per la quale esso «deve appropriarsi delle verità di Hegel, di Feuerbach, di Marx, di Nietzsche, di Freud», cioè «deve fare proprio quell’ateismo che smaschera gli “dei degli uomini”», fino ad arrivare a «una teologia senza Dio», Giovanni Paolo II «non ha concesso assolutamente nulla. Non perché fosse arcaico, ma perché comprendeva il tempo presente con una profondità che forse nessuno aveva raggiunto». Secondo Del Noce, Papa Wojtyla è riuscito a favorire un “aggiornamento” autentico per il quale «tradizione e progresso non sono più contrapposti in quella naturale subordinazione del secondo al primo che è propria della metafisica dell’essere»[8].

Infine, Augusto Del Noce, ha saputo riconoscere, nell’esperienza del Movimento di Comunione e Liberazione, una novità, una posizione che, allo stesso tempo, non era né tradizionalistica né modernistica, ma favoriva una concezione integrale della fede a partire da un incontro nel presente. Egli vide in questa realtà ecclesiale una forza decisiva per contrastare l’ateismo, come ebbe modo di dire: «CL ha contestato quella “repubblica delle lettere” che ha ancora il reale dominio delle menti e che ha prodotto tutta l’opera di secolarizzazione e di scristianizzazione che è avvenuta in questo secondo dopo guerra. Questo – diciamolo pure – potere dei padroni del pensiero non era stato combattuto abbastanza da altre forze di ispirazione cattolica. […] Occorreva una formazione nuova adatta a questa lotta, una sensibilità particolare capace di comunicare ai giovani, la sensibilità di CL».  Per questo ne volle divenire compagno di cammino e collaboratore di molte iniziative culturali, dimostrando, oltre al suo straordinario genio teoretico, una grande generosità e un profondo senso dell’amicizia.


  1. Augusto del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, pp. 173-174.
  2. Augusto Del Noce, L’età della secolarizzazione, Giuffré, Milano 1970, p. 39.
  3. Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 14.
  4. Gaudium et spes, 14.
  5. Augusto Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 24.
  6. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 193.
  7. Augusto Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984.
  8. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 174.

 

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