Kim Kardashian
Kim Kardashian

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Non è cosa di poca importanza toccare il tasto delicato dell’eleganza, poiché nessuno ama gli vengano impartite lezioni se non dalle supreme autorità deputate, vale a dire dal guru dell’alta moda e dalla commessa del negozio in centro.

Ciò nonostante ho avvertito l’urgenza di dare pubblicità, d’altronde assolutamente non richiesta, ad alcune considerazioni generali sui modi di vestire che mi sono apparsi rivelatori di un mood dei nostri giorni e mi sono sentita trasportata da una forza ispiratrice, come dire alla Jacopone da Todi, tra l’ammonimento apocalittico e la feroce satira della condizione umana.

Certamente qualche critico potrebbe rinfacciarmi l’evidenza di non essere Jacopone, eppure in giorni come questi quando una scrittrice può impunemente affermare di ritrovare nella Murgia assonanze echi di Agostino (sì quello, l’Ipponate) insomma mi viene da dire; e perché no?

Detto entre nous, non so se siano le scie chimiche, la vaccinazione di massa o che altro ma è stupefacente la ventata di follia che sembra ottenebrare le menti che per loro esercizio dovrebbero essere minimamente aduse alla logica, almeno nella forma più elementare.

Non vorrei ricorrere alla categoria di tolleranza, dopo aver sentito un esponente di rilievo del PD e sindaco nelle Marche asserire che dal momento che ci sono ancora molti ignoranti in Italia (purtroppo, neanche settant’anni di egemonia culturale sono valsi a debellare la piaga), non è possibile permettere a Generali omofobi di esprimersi. Preferisco rifarmi al vecchio e ormai dimenticato concetto del comune senso del pudore: bisogna proprio essere sin vergüenza per solo immaginare un paragone del genere.

È pur vero che tra i fondatori del nuovo pensiero occidentale abbiamo appena finito di annoverare Marco Pannella e Maurizio Costanzo, secondi solo a Lutero e alla Bonino, per la quale attendiamo un novello Brecht con l’opera “Santa Emma dei Macelli”, però scoprire una Murgia teologa mi ha colto di sorpresa (inoltre se qualcun*si presenta come scrittore dovrebbe essere giudicato innanzi tutto come tale, ma qui mi si coglie in fallo perché non ho letto nulla della Murgia, e temo che lo farei solo se dovessi scegliere tra un suo libro e il cilicio: non per preconcetta disistima e spocchia ma perché sono in arretrato pazzesco su quello che vorrei e dovrei ri-leggere).

Beh, un po’ di preconcetto ce l’ho perché l’idea della schwa (o lo schwa? Non se ne esce, diciamo schw*) mi sembra di una pochezza intellettuale assoluta, mi spingerei a dire senza se e senza ma.

Ci sono parole in divisa da parata, smaglianti e filettate d’oro, altre di eleganza equivoca, come frutto di rapina, piratesche o da avventurieri levantinI, ma questo miserando espediente della schwa o dell’asterisco le riduce tutte in divisa da usciere, grigie come palazzi di periferia del socialismo reale.

Tutto questo per giustificarmi dei miei propositi di fustigare i costumi in senso proprio e traslato ed inizio così dalle mie esperienze epifaniche. Anche qui, se per qualunque indecorosa pantomima- si scrive così si pronuncia come si vuole- che le televisioni ci propinano hanno il coraggio barbaro di chiamarle evento, la serata evento, la serie evento, allora dichiaro di avere diritto a una epifania, di qualsivoglia genere e fattura.

Basta, ne ho avute tre: la prima molti anni fa seduta un sabato pomeriggio estivo in un bar alle colonne di San Lorenzo a Milano, l’anno scorso in una piazza centrale di Atene e questo agosto in una piazza centrale di Pamplona (ho una spiccata propensione per le piazze centrali internazionali evidentemente): tutte tre le volte ero nell’attitudine pigra di chi si riposa e si guarda intorno ed all’improvviso mi accorsi di come erano, e sono, vestite male le persone. Ma male male intendo, da vergognarsi per tutti noi.

Cielo, mi accorgo solo ora che potrebbe sembrare che stia scrivendo un pezzo in competizione con l’ormai famoso racconto di Alan Elkann (se mi è consentito, un pezzo proprio mal riuscito, tecnicamente sbagliato). Nulla di tutto questo, a cominciare dal fatto che non so come fossi vestita, spero un po’ meglio della media, ma certamente non indossando un abito di lino blu stazzonato. E soprattutto perché non mi tiro fuori da quella condizione, in cui sono gettata dentro come tutti.

E quindi sconto la contraddizione tra il giudicare e l’operare: ad esempio considero i leggings assolutamente irredimibili dal punto di vista estetico, col far sembrare ogni donna un incrocio tra un sub in muta e un mimo non particolarmente avvenente in una pièce d’avanguardia. Non stanno bene a nessuna, sono appena tollerabili su una ragazza giovane, magra e slanciata, sulle altre non mi esprimo. Eppure sono almeno due inverni, estesi a primavera avanzata, che li indosso, pratici, senza zip e bottoni (l’anonimo scrittore biblico non riportò, oltre alla maledizione di partorire con dolore, anche quella di avere la pancia sempre gonfia, per non sgomentare troppo le figlie di Eva), in una parola definitiva, comodi.

A posteriori, mi verrebbe di paragonare quella inconsapevole sfilata davanti ai miei occhi ai medievali trionfi della Morte; finite le pompe e le vanità la lenta e cenciosa processione di scheletri e zombi.

Era un popolo di passeggiatori, turisti e non, in libera uscita potremmo dire, senza l’assillo dell’occasione in cui essere eleganti, per una cena o per una cerimonia e neppure costretti per lavoro ad un dress code, fosse la tuta o giacca e cravatta.

Svagati, liberi, comodi.

Il risultato è sconfortante oltre ogni dire, e in tutte le occasioni mi è venuto fatto di pensare che era meglio il Medioevo, in cui alla plebe erano consentiti solo pochi colori, quelli ottenibili senza costose tinture e fogge molto semplici.

Uno potrebbe dire: che uniformità, che grigiore, simbolo immediatamente evidente delle disparità sociali dell’asservimento del popolo!

Mica come ora, ché a tutti è data la possibilità di esprimersi ed essere eleganti a prezzi democratici.

Si vede infatti. Uomini e donne, soprattutto quando la giovinezza e il fisico non sorreggono più, infagottati in magliette stampate, con loghi fascinosi come la Cassa di Risparmio rurale, il ferramenta e il gommista di fiducia. Le stampe sbiadiscono e il cotone passato già tre volte dai cinesi di Prato non tiene più neanche ad immergerlo in una colata di acciaio. I più fortunati con il logo di Armani o Coveri su magliette bianche. Alcuni indossano magliette o polo più strutturate come vi potrebbe dire qualunque commessa anche dell’estrema periferia esistenziale, con righe blu su fondo arancione o viceversa, ma scendiamo al vero punctum dolens della faccenda: il sotto. Nelle donne (passatemi ancora questa distinzione così obsoleta) il trionfo bacchico delle fantasie su sete sintetiche (perché raion fa brutto). Non vorrei essere blasfema, ma in qualche modo un’eco del mysterium iniquitatis. Anche perché qui arriviamo alla prima considerazione non fatua: la pubblicità non è solo l’anima del commercio, ma diviene per così dire l’anima, il ciò che ci muove, del nostro pensare, volere, agire. Nelle mie epifanie estatiche l’aspetto più disturbante è oltre alla bruttezza l’inutilità e l’eccesso che sempre mi suggeriscono l’imminenza di qualche crisi di sovrapproduzione. Perché tanta roba? Una volta, non negli oscuri secoli passati, ma negli anni ’50,’60 il guardaroba della piccola e media borghesia era limitato a pochi capi da tenere con cura, i jeans erano legati al solo lavoro manuale, le scarpe da ginnastica erano appunto per la ginnastica, da portare a scuola in una sacchetta di tela. Allo stesso identico modo il matrimonio si teneva con cura perché te lo dovevi far durare tutta la vita, come il vestito buono: in casa mia arrivava, se non ricordo male, Il Tempo, uno dei primi rotocalchi, che riportava anche le notizie d’oltre Oceano, della mitica Hollywood, dei matrimoni e divorzi dei divi. Quasi sempre motivati dalla crudeltà mentale trovavano spiegazione nei nuovi innamoramenti. Ed io guardavo i miei genitori, la loro spietata lotta per far quadrare il bilancio con le inevitabili frizioni e mi interrogavo sulla diversa qualità umana degli attori, che si innamoravano e rinnamoravano in continuazione, con sgomento ma anche con una sotterranea ammirazione perché a loro era consentita una perdurante ebbrezza dello spirito. E che potevo sapere io che tempo trent’anni anche la gente comune, le tante Emme Bovary avrebbero riscattato l’eponima eroina dell’insoddisfazione coniugale e così “rifarsi una vita” come già si auguravano le loro madri agli albori del movimento di liberazione. Ognuno ed ognuna di noi può mutare il proprio percorso (percorso è la parola totem dei vari reality televisivi) se il disgraziato lui o lei non gli corrisponde più, non lo/la fa emozionare (qualche volta la schwa servirebbe) come un tempo.

Così degli abiti. La pubblicità, vale a dire la classe degli scribi, vuole che la gente compri, compri sempre e compri sempre di più, e per questo deve generare un bisogno insaziabile e l’esca-innesco è la smania di protagonismo e quindi la spinta ad imitare chi può e chi ha: dietro la piccola borghesia sgomita la classe aspirante ad esserlo ed infine la media borghesia che a sua volta vuole mantenere le distanze (stile Achille e la tartaruga).

Per questo la pubblicità non vende più il prodotto, ma un modo di vivere, meglio un’idea, una percezione del vivere, in una sorta di attualizzazione dell’intuizione di Huxley del soma in The New Brave World senza il bisogno neppure della pasticchina. Come spiegare altrimenti l’imperversare della pubblicità anglofona per i prodotti più smart, più “ricchi” come profumi macchine vacanze in un Paese in cui la media della gente non va oltre “what’s your name?”. Perché non è importante che tu conosca le caratteristiche del prodotto ma la sensazione che il suo possesso ti faccia entrare nella cerchia esclusiva di quegli straf* che vivono in quel modo, belli magri e lustri in quel modo.

Nel campo della moda, ma non solo in quello, non occorre che si comprino i vestiti Armani, Gucci, Versace ecc.: il mercato sforna in quantità propriamente industriale copie, da quelle costose e fedeli a quelle via via più sfocate ed irriconoscibili che noi acquistiamo in maniera compulsiva, come nuovi indios con le perline di vetro (tra l’altro a me potreste rifilare qualunque vetraccio spacciandolo per rubino o diamante, luccica).

Da qui- per ritornare a dove eravamo- i pantaloni leggeri, serici, fluttuanti senza un taglio preciso, anzi del tutto senza taglio, ma in compenso con le fantasie più strane, geometriche, optical, animalier, floreali che si intersecano e si confondono in un caos delirante di linee e colori.  E uno si chiede se sia più arduo farsi una ragione che esistano persone che li comprano o che ci siano menti e programmi che li realizzano. Ma mi rendo conto che il concetto di armonia è un concetto classista e divisivo. Dobbiamo accettare che, come in una pubblicità di qualche anno fa, una deficiente sbatta sulla tela dei colori perché non solo lei, e sarebbe già grave, si percepisca un’artista (l’apostrofo ci va o è misogino?) ma tutti noi la percepiamo tale. E quindi compriamo i biscotti, o gli assorbenti, o qualunque cosa compri lei.

E per non lasciare orfani i maschi, la non-moda li attrezza con i pinocchietti. Ora, i pinocchietti hanno un’eredità charmante nell’immaginario letterario, tra il picaresco e il Valentino vestito di nuovo, perché l’arte si è sempre riferita alla nobiltà che a sua volta ha sempre avuto un occhio di riguardo per il mondo dei poveri degli straccioni, se adeguatamente ripuliti, meglio se contadinelle ripulite (vedere tutta la poetica dell’Arcadia). Il problema è che se visti da un artista, o realizzati da un alto artigianato, sono belli e persino seducenti, ma raramente è così. Io stessa ne possiedo due e, se uno può essere spacciato per una gonna-pantaloni retrò, l’altro, diamine, è incontrovertibilmente, a prova di tribunale, un pinocchietto.

Era a saldo ma era ed è ancora brutto, soprattutto perché non evoca minimamente l’ambiente marinaresco né possiede alcuna aria scanzonata.

Incongrui come tutti i bottoni, gli spacchi gli strappi che costellano il vestiario della middle e lower class d’oggi: la signora ha già quella gonna lunga alla caviglia? Allora vendiamole la versione con spacco alla coscia. Una superfetazione impressionante come quelle piantine grasse di cui non ti puoi più liberare perché attecchiscono anche sull’asfalto.

Dal basso dei miei pinocchietti mi sento di proporre le verghe per coloro che convincono il nonnetto di turno ad indossarli, per di più con gli strappi!

Che anche su giovani un tale capo, specie se accompagnato alle flip flop, segni lo zero cosmico del fascino maschile, passi (potrebbe essere un deterrente al sesso facile) ma sugli anziani è delittuoso.

Nella stessa categoria “mi vesto come nei film” è l’accoppiata vestitino fresco, romantico con scarponi o scarpe da ginnastica oversize con stringhe slacciate. Nel film la giovane irlandese (ma anche del profondo Kentucky o l’autoctona bersagliera), debitamente povera, usa gli scarponi del fratello, e, dal momento che l’attrice è molto bella, sullo schermo fa innamorare il protagonista e incanta e commuove la platea. Al cinema. Diventa incongruo e spesso ridicolo in una via cittadina.

Se qualcuno pensa che io esageri si riveda i film dagli anni ’40 ai ’60.

Conclusione: in Occidente è emerso un popolo di straccioni, tali e quali i servi della gleba dell’oscuro medioevo: la differenza? Loro anonimi nei colori terrosi, noi variopinti. Se vi sembra poco.

Ma il punto fondamentale è che tutti viviamo dentro un enorme schema Ponzi, e questo è visibile non solo nel modo in cui siamo indotti a vestirci, ma anche nel viaggiare low cost, nel divertirci, in una bulimia imposta che si estende anche alle nostre relazioni. Siamo tutti costretti a correre, forsennati come criceti, ad accumulare cose inutili (tra le quali metterei anche i viaggi, ad esempio) e consumare tutto con sempre maggiore voracità. In fondo se smettiamo di comprare i nostri cenci e le nostre costosissime Nike, come vivranno gli schiavi che li producono in Bangladesh?

Hanno spinto la bicicletta, ma questa resta in piedi finché si muove: nel momento in cui si ferma- e si fermerà, già sta sbandando- cadrà rovinosamente.

So bene che l’età dell’oro è bell’e che dimenticata, se mai ci sia stata e che il mito rispecchia solo la nostalgia verso ciò che è stato o più veritativamente verso ciò che avrebbe potuto essere e non è. Ed anche sul cartello dell’Eden c’era scritto “fine pena mai”, nel senso che la possibilità di rientrarvi durante la vita terrena ce la siamo allegramente giocata.

Eppure fino a settant’anni fa la gente, tra disastri e tragedie senza fine, camminava verso una meta seppure offuscata per sentieri incerti, tra segnali divelti ed incuria generale, il cui tracciato si poteva però ancora scorgere.

Ora siamo nella boscaglia fitta e per di più la gente è convinta di andare dove vuole lei. La differenza non è da poco.

 



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