Una riflessione di Robi Ronza, ripresa dal suo blog, che conosce molto da vicino il movimento di Comunione e Liberazione.

 

Giussani don Luigi
don Luigi Giussani

 

«Seguendo Giussani siamo dunque invitati a vivere sempre intensamente il reale», ricorda Julián Carrón nelle prime pagine del suo recente C’è speranza? Il fascino della scoperta, «senza negare e censurare nulla. Un conto è, infatti, non potere ignorare o schivare l’urto della circostanza, un altro conto è viverla cogliendo la provocazione che porta con sé».

Nella loro generale validità a mio avviso tali parole bene si applicano anche al caso del decreto del pontificio Dicastero per i Laici dello scorso 11 giugno di cui qui già si era detto (cfr. Il richiamo del Dicastero dei Laici a CL e quel silenzio attonito da evitare, 14 giugno u.s.). Frattanto però a quel primo silenzio attonito hanno fatto seguito pure altri atteggiamenti, magari umanamente comprensibili, ma comunque remoti da quel solido e ben fondato sensus Ecclesiae che è una delle fondamentali eredità dell’insegnamento, della vita e del pensiero di Luigi Giussani. C’è chi cerca di fare come se nulla fosse successo, c’è chi pensa che non ci hanno capito, e c’è chi è convinto si tratti di una tempesta cui resistere a denti stretti nell’attesa che finisca e che tutto torni come prima.  

Non va bene: nello spirito di cui più sopra si diceva il decreto non va sopportato bensì accolto, non va subito bensì cordialmente attuato. Quella che con tale decreto la Santa Sede ha posto ai movimenti ecclesiali nati nel secolo XX, tra cui Comunione e Liberazione, è una questione cruciale, non un capriccio burocratico. Come è ovvio, alla loro origine c’è sempre una personalità carismatica nella quale per definizione carisma e autorità si sommano. Al venir meno del fondatore o della fondatrice — il cui essere tale non è qualcosa di ereditabile — la questione complessa e delicata dell’intreccio fra autorità e carisma si viene a porre nei movimenti ecclesiali analogamente a come da sempre si pone nella Chiesa in quanto tale.

In tale prospettiva il Decreto «che dovrà essere evidentemente attuato» e «sul quale nessuno ha sollevato obiezioni sostanziali», ha scritto Giancarlo Cesana su Tempi/Magazine di questo meseper il vastissimo mondo dei movimenti ecclesiali «è occasione importante per riflettere su concetto e funzione di autorità e carisma, che inevitabilmente investono l’esperienza e l’impegno di tutta l’esistenza». «Come abbiamo visto in molti», conclude poi Cesana, «il carisma ha una forza di verità che convince inaspettatamente le persone – quante ne ha portate Giussani alla Chiesa in tempi certamente non favorevoli! – e più lentamente l’istituzione, che riconoscendolo e ordinandolo ne rafforza il suo essere dono per tutti. Questa è la speranza per la Chiesa e per ciascuno di noi. Non dobbiamo avere timore». Per tutti questi buoni motivi non è né giusto né opportuno fare appunto come se nulla fosse successo, parlare d’altro, cullarci nell’idea che non saremmo stati capiti, e che dobbiamo semplicemente resistere nell’attesa che la tempesta finisca e tutto torni come prima.

È adesso della più grande importanza che chi ne ha titolo avvii pubblicamente il cammino che con il decreto del Dicastero per i Laici ci è stato chiesto di percorrere e che come si sa deve compiersi in due anni. Per quanto ne posso capire immagino che sia utile distinguerlo in due fasi.

Una prima fase dedicata ai fondamenti: dal rapporto fra autorità e carisma alla necessità di riaprire spazi pubblici di confronto e di condecisione (mancando i quali il riconoscimento di nuove personalità autorevoli diviene arduo se non impossibile) fino al chiarimento del significato dell’elezione in un contesto ecclesiale e non politico, nell’alveo di una tradizione che, essendo antica come la Chiesa, non solo precede da decine di secoli la moderna democrazia politica ma se ne differenzia sostanzialmente.

Una seconda fase dedicata a un rinnovo dello statuto della Fraternità, che tenga conto del suo specifico essere oggi una realtà internazionale, e infine alle elezioni dei suoi nuovi organi di governo.

 

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