Lituania, la collina delle croci

 

 

di Sabino Paciolla



A volte, dopo la lettura di certi articoli si corre il rischio di rimanere depressi o arrabbiati. E’ quello che mi è capitato leggendo un articolo a firma di Fernando De Haro, pubblicato su Il Sussidiario. Tenuto conto però dell’autore e, soprattutto, dell’ambiente cui appartiene, è il caso che esprima qualche osservazione.

Il contenuto dell’articolo può essere sintetizzato così: “Quello che scriveva von Balthasar quasi 70 anni fa è ancora oggi molto attuale: il cristianesimo non ha bisogno di fortezze e bastioni”. 

De Haro tenta di sostenere il suo (fragile) argomentare con un nome altisonante, il teologo Hans Urs von Balthasar, prendendo spunto da un suo libro intitolato: Abbattere i bastioni. E’ chiaro che quel libro riflette il periodo e le circostanze in cui è stato scritto (1952), De Haro però non tiene conto della parabola temporale dell’autore e, soprattutto, delle opere scritte nel periodo successivo, in particolare di quelle pubblicate a partire dalla chiusura del Concilio Vaticano II. 

Il von Balthasar dell’immediato post-Vaticano II parla con toni ben diversi da quelli di circa quindici anni prima, cioè di Abbattere i bastioni. Ad esempio, nel suo saggio Chi è il cristiano? (1965) mette in guardia verso la frenesia di troppo frettolosi “affratellamenti, discese dai troni e piedistalli, collegializzazioni, democratizzazioni, facilitazioni, livellamenti verso il basso (non ce sono verso l’alto)”. E ritiene che di molti cristiani moderni si deve temere “che abbiano fatto ricorso al termine missione per mascherare col Vangelo la loro fuga da Dio”.

Così anche nel libro Cordula ovverosia il caso serio (1966) sollecita a riscoprire il martirio (“il caso serio”) come forma originaria dell’essere del cristiano nel mondo (la parola di Gesù: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi”), denuncia i pericoli del sistema rahneriano (ponendo dei confini insuperabili oltre i quali si perderebbe il nucleo stesso della fede) e mette in guardia i cristiani dal diventare, a forza di volersi avvicinare al mondo, degli “atei anonimi” oppure sale scipito. Così il Balthasar di Punti fermi (1971) si muoveva ancora lungo questa direttrice: ribadendo ciò che è irrinunciabile e distintivo, la singolarità cristiana, diremmo “i valori non negoziabili”.

Egli non rinnegava quanto scritto in Abbattere i bastioni, ma si accorgeva che nel frattempo oltre che i bastioni erano stati abbattuti anche i semplici parapetti ed erano a rischio anche le fondamenta del cattolicesimo. Se dunque si cita Balthasar, occorre citarlo tutto. Egli nell’ultima parte della sua vita si è battuto perché il desiderio eccessivo di trovare accordi (o costruire ponti) con tutti e su tutto (religione universale dell’umanità, ecumenismo a buon mercato, ecc.) non conducesse i cattolici a perdere l’elemento distintivo della loro fede.

Non a caso, don Giussani incontrerà von Balthasar proprio qualche anno dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Nel gennaio 1971 Giussani partecipa agli Esercizi spirituali dei gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo, che si svolgono a Einsiedeln, sede di una storica abbazia benedettina. Le lezioni saranno tenute da lui stesso e da Hans Urs von Balthasar.

De Haro prosegue:

“Balthasar invitava a non aver paura del mondo. (…) Balthasar per fortuna non era solo. In quegli anni, altri indicarono che un’esperienza di fede sana è caratterizzata dal non trasformare il cristianesimo in una serie di posizioni da difendere, dal non porsi di fronte al nuovo come antitesi, dalla sua capacità di assumerlo, valorizzarlo e salvarlo.

È perciò sorprendente che vi sia chi si impegna ora nel costruire nuovi bastioni, opzioni per ritirarsi dal mondo per vivere senza menzogne. È sorprendente che vi sia chi denuncia un destino di persecuzione dell’ideologia dominante verso il cristianesimo in Europa e in America.

(…) in Occidente i cristiani sono lontani dal subire una persecuzione. La facilità con cui si parla degli attacchi al cristianesimo in Occidente da parte di un presunto sistema totalitario, paragonandolo al sistema sovietico, riflette una mancanza di rigore e visione. Parlare di totalitarismo morbido è un’irresponsabilità che alimenta il vittimismo.

Dopo aver letto questi passaggi mi è venuto spontaneo domandarmi se De Haro non viva nel “paese delle meraviglie”. Mi sono chiesto pure se De Haro abbia mai sentito parlare della perniciosa, in termini di libertà religiosa, proposta di legge Equality Act in discussione negli Stati Uniti o degli episodi giudiziari azionati da esponenti del mondo LGBT a carico di artigiani (qui e qui) in odio alla loro fede, o della battaglia legale delle Piccole sorelle dei poveri. Mi sono domandato se De Haro abbia mai sentito parlare di 6 anni di carcere per l’indefinito reato di omofobia previsto nel DDL Zan, reato che potrebbe ricomprendere l’affermazione pubblica dell’unica famiglia stabilita da Dio, quella formata da un uomo e una donna, come Lui li creò. Mi sono chiesto se De Haro abbia mai sentito parlare di una “Nota Verbale” inviata alcuni giorni fa dal Vaticano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede con la quale viene evidenziata viva preoccupazione per l’eventuale approvazione del testo del DDL Zan, una proposta i cui articoli “avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli”, una proposta che metterebbe a rischio “la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione” sancite con il Concordato. 

Se si è mosso persino il Vaticano invocando il rispetto del Concordato, prima volta nella storia, vorrà dire che una qualche forma di persecuzione giudiziaria il Vaticano la intravvede all’orizzonte persino in Italia. 

Ma De Haro forse dimentica che fu proprio don Giussani, in uno dei tantissimi colloqui, a mettere in guardia i cristiani richiamando le parole di Gesù ai discepoli:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

e alla osservazione di uno degli astanti che diceva: “Una persecuzione sottile, una emarginazione culturale….”

don Giussani con decisione rispondeva: 

“Ma quale sottigliezza. Intendo proprio una persecuzione.”

e alla domanda: Una persecuzione vera?

Don giussani rispondeva: 

“E così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come un’autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a malapena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi ai cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione.”

E allora chiedo a De Haro: Anche don Giussani era un “irresponsabile” che alimentava il “vittimismo”? Anche don Giussani era affetto da “mancanza di rigore e visione”? Non sarà piuttosto che ci siamo dimenticati di quello che ci ha detto don Giussani, ovvero che lo abbiamo messo tra parentesi?

E allora, piuttosto che pensare che De Haro sia una persona sprovveduta, devo dedurre che sia affetto da quel clericale politicamente corretto oggi così in voga, frutto della riduzione della fede ad un nocivo sentimentalismo, affogato nell’intimismo. Due aspetti della riduzione della fede che la rendono evanescente fino a scomparire, priva di giudizio, ininfluente nella società. Una fede che non diventa cultura, una fede che non afferma la verità nella carità, una fede che evita di dire che c’è un bene e un male, una fede che fa a meno di dire che c’è una verità che ci libera dal peccato, una fede che non diventa giudizio per paura di diventare offensiva e divisiva è una fede scipita, una fede che priva l’uomo della sua statura veramente umana, una fede che taglia un effettivo rapporto con la realtà.

Ricordiamo a tal proposito l’avvertimento di San Giovanni Paolo II: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Quella di De Haro, dunque, sembra essere l’espressione di un cristianesimo ingenuamente allegro, tutto teso ad abbattere fantomatici muri e bastioni perché dimentico che Cristo è “la pietra di scandalo”, quella che i costruttori hanno scartato. Un cristianesimo in cui è assente la drammaticità del reale e la testimonianza che ad ognuno è esigita, Dio non voglia, fino al martirio. Non basta indicare che ai cristiani dei primi tempi era richiesto di incensare la statua dell’imperatore come fosse un dio, occorre aggiungere che ANCHE OGGI ci viene richiesto di genufletterci e incensare la statua dell’”imperatore” di turno, che si presenta sotto mentite spoglie, consone ai tempi che corrono. De Haro dimentica, o fa finta di dimenticare, che ogni tempo ha il suo “imperatore”, perché in ogni epoca il “principe di questo mondo” impersona l’”imperatore” che pretende di essere lodato e incensato. A tal proposito, sarebbe bene che De Haro riascoltasse la canzone di Claudio Chieffo intitolata “Martino e l’imperatore”.

Non accenno alla questione de L’Opzione Benedetto di Rod Dreher, evocata chiaramente nell’articolo, perché ci porterebbe lontano (di Dreher e della sua Opzione Benedetto abbiamo parlato tante volte).

Un ultima osservazione, emblematica della distanza dal reale di De Haro. Egli, riferendosi ai cristiani dei primi tempi, a sottolineare il buio dell’epoca, dice: ”Erano tempi in cui i bambini indesiderati si gettavano nel Tevere”. De Haro sveglia!!! Oggi i bambini vengono orribilmente macellati a decine di milioni ogni anno nel grembo materno. E questo genocidio viene chiamato “diritto umano” (Rapporto Matić), espressione della liberazione della donna, nobile manifestazione di civiltà. Caro Fernando De Haro, non ti pare che oggi i tempi siano bui come allora?

 

(se il video qui sotto non si apre, cliccare qui)

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