di Nicola Lorenzo Barile

 

Durante l’ultimo meeting di Comunione e liberazione, si è parlato anche di fantascienza in un’apposita sezione, in cui se ne sono esaltati gli aspetti quasi religiosi: secondo la sintesi di Marco Bersanelli per Il sussidiario.net, « (…) mi pare che il privilegio e la forza di quel genere letterario (…) stia nel suo dichiararsi svincolato dai limiti ciò che è possibile, nell’oggi e magari anche nel domani; il che consente di proporre vicende che spingono alla radice alcune grandi questioni esistenziali, quasi estremizzandole, questioni che toccano la nostra identità, il nostro destino, il senso del pericolo, dell’ignoto, della diversità, della libertà, dell’essere uomini».

Magari fosse sempre così. È vero che il genere della fantascienza ha spesso ospitato idee e autori controcorrente, che altrimenti non avrebbero trovato spazio: si pensi a un autore mainstream come George Orwell e alla sua critica dei totalitarismi affidata alla favola della Fattoria degli animali (1945) e alla distopia di 1984 (1949). Occorre però anche ricordare la disperante desolazione e il nichilismo radicale diffusi grazie alla distorsione dei fatti e della realtà determinati dall’applicazione di concetti scientifici e dalle estrapolazioni sul futuro.

È il caso dello scrittore americano Edgar Pangborn (1909-1976) che nel 1964, a ridosso delle rivolte nei campus, come lo Free Speech Movement tenuto a battesimo dallo studente Mario Savio a Berkeley (2 dicembre 1964), che sfociarono nella contestazione giovanile del ’68, pubblicò Davy, l’eretico (tit. orig. Davy), un romanzo di formazione dallo stile elusivo su un giovane ribelle, un «eretico», vissuto in un immaginario mondo futuro sfuggito ad una apocalisse nucleare, che divenne ben presto un cult.  

Attingendo ad una vecchia fonte (John Barth: vedremo più in là di chi è) del periodo della guerra fredda (i cosiddetti «Tempi Antichi»), Davy si rivolge direttamente ad un ipotetico lettore di un futuro auspicabilmente migliore, raccontando in prima persona il disastro occorso al suo mondo: «Nessuna bomba poteva essere caduta lì, in quello che John Barth chiama “il giorno dell’esplosione”. Le bombe che vennero sganciate furono pochissime, afferma, e più tardi vennero definite “incidenti” dai governi superstiti», concludendo con i toni di un malcelato pacifismo che «l’annientamento di venti e passa milioni di nuovayorchesi e di moscoviti venne considerato “un gigantesco incidente”». Inevitabile il riferimento, purtroppo sempre attuale, alla diffusione di virus e batteri: «Forse (…) la distruzione è stata causata dalle pestilenze che seguirono la guerra. John Barth si chiede quante di quelle pestilenze furono create dall’uomo, e quante furono il risultato di mutazioni dei virus e dei batteri, e giunge alla ragionevole conclusione che è impossibile stabilirlo». «Dopo il crollo», prosegue Davy, «gli esseri umani sono vissuti per qualche tempo in bande spaventate e pericolose, la cui vita preparava il ritorno alla foresta. A quelle bande interessava soltanto sopravvivere, e talvolta neppure quello (…)». 

Sembra quasi che Pangborn evochi allusivamente gli scenari post-apocalittici del quasi coevo Cantico per Leibowitz di Walter Miller, Jr. (di cui mi sono già occupato precedentemente), se non fosse per la sua analisi delle cause che portarono al collasso della civiltà, che però diverge completamente da quella del romanzo cattolico di Miller. Infatti, Davy scrive che «La vostra civiltà ha mostrato gli stessi sintomi di collasso morale, la stessa debolezza fondamentale, lo stesso declino nell’istruzione e l’aumento di analfabetismo, e soprattutto l’impossibilità dell’etica di mettersi al passo con la scienza». Attenzione, però, a non correre a conclusioni affrettate perché, secondo Pangborn/Davy, la religione cristiana e il marxismo, considerato alla stregua di una religione secolarizzata, si rivelano essere, in realtà, unicamente strumenti di oppressione, quando non addirittura di soppressione, dell’individuo: «Continuo a chiedermi se (…) la religione del Comunismo non sia andata in rovina insieme alla sua sorella più anziana, il cristianesimo [maiuscole e minuscole sono dello scrittore]. Chiunque abbia vinto, il perdente è stato l’individuo umano».

Come insegna il caso di John Barth, autore realmente esistito, conosciuto soprattutto per il suo romanzo satirico The Sot-Weed Factor (1960), trasformato da Pangborn in fonte storica dei Tempi Antichi: «(…) così ci dice John Barth che ha visto l’inizio degli Anni della Confusione. Indica questo nome nel suo frammento di diario, che termina con una frase incompleta nell’anno chiamato 1993 secondo il calendario dei Tempi Antichi. Il libro di John Barth è naturalmente proibito nelle nazioni che ci siamo lasciati alle spalle, e il suo possesso significa morte “per ordine speciale”, vale a dire, sotto diretta supervisione della Chiesa. Dobbiamo farne altre copie non appena avremo montato il nostro piccolo torchio, sulla terra ferma, e se avremo la possibilità di trovare altra carta».

Anche Un cantico per Leibowitz propone lo scontro tra fede e scienza, ma in maniera più complessa e problematica, suggerendo una via originale per risolvere il contrasto: quella di un’alleanza tra la fede e la scienza contro l’ignoranza dell’umanità. Nel monastero di San Leibowitz, attraverso i secoli che scandiscono il ritmo della storia, i monaci gradualmente riscoprono il torchio da stampa, l’elettricità, l’informatica e, infine, la propulsione per le astronavi. Inizialmente timorosi di avere a che fare con i ritrovati della tecnologia, apparentemente blasfemi, gradualmente ne accettano i benefici pur conservando il proprio discernimento tra bene e male. Non furono quindi né la scienza né la tecnologia la causa dell’olocausto atomico, secondo San Leibowitz/Miller, quanto piuttosto il cattivo uso dei ritrovati tecnologici fatto dall’uomo nella sua naturale, incontenibile e inguaribile brama di potere. Walter Miller scioglieva così un vero inno al ruolo del monachesimo medievale, così barbaramente colpito dai bombardamenti alleati della Seconda guerra mondiale, come ho già avuto modo di raccontare.

Niente di nuovo, invece, per quel che riguarda il futuro post-apocalittico di Davy, l’eretico, costruito, a ben vedere, sul pregiudizio illuministico secondo il quale la religione, intesa come mera superstizione umana, si deve opporre sempre al progresso promosso dalla ragione e dalla scienza, se vuole mantenere l’umanità a sé sottomessa: «Senza dubbio la religione doveva essere stata inventata per anime semplici e miti (…), e forse la gente (…) non se la caverebbe, senza religione, più di quanto io me la caverei se fossi costretto a seguirla».  

A tal proposito, vale la pena di ricordare quanto scriveva G. K. Chesterton in Eretici (1998; tit. orig. Heretics, 1905): «Il vizio nel concetto moderno di progresso intellettuale è quello di alludere sempre a qualcosa collegato con vincoli infranti, confini cancellati, dogmi scartati. Se esiste una cosa come la crescita intellettuale, questa deve indicare una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. (…) L’uomo può essere definito come un animale che produce dogmi. Quando accumula dottrina su dottrina e conclusione su conclusione creando qualche formidabile schema filosofico o religioso, allora, nel solo significato legittimo di cui l’espressione è suscettibile, egli sta diventando sempre più umano. Quando abbandona una dottrina dopo l’altra in un raffinato scetticismo, quando rifiuta di legarsi a un sistema, quando dice che ha superato le definizioni, quando dice che non crede nella finalità, quando, nella sua immaginazione, siede come Dio, senza serbare alcuna forma di fede ma contemplando tutto, allora, per quello stesso processo, sta lentamente affondando a ritroso nella vaghezza degli animali errabondi e nell’inconsapevolezza dell’erba. Gli alberi non hanno dogmi. Le rape sono di vedute singolarmente ampie».     

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