“La salvezza della Chiesa e la difesa della verità dipende ormai persino più da noi laici che dal clero, tanta è la confusione che regna ovunque: Dante sembra proprio che abbia parlato per noi, sembra avere vissuto la nostra stessa situazione.”

 

Dante-e-il-girone-degli-usurai

 

 

di Anima Misteriosa

 

 

Nella notte tra il 13 ed il 14 settembre 1321, Dante moriva di malaria a Ravenna. Il 13 settembre 2023 ne è il 702° anniversario, per cui propongo ai nostri lettori una meditazione un po’ insolita sul nostro sommo poeta.

Dante era un profeta. Non nel senso di chi prevede il futuro (anche se questo può essere un sottoprodotto della profezia): Dante era profeta perché parlava per Dio. La parola “profeta”, infatti, significa alla lettera “colui che parla in nome di qualcuno”. Più volte, nel corso della sua opera, Dante rivendica un ruolo profetico, di colui che deve alzare la sua voce per difendere il Vangelo e la verità rivelata e portare i suoi contemporanei alla conversione.

Già nel II canto dell’Inferno egli evoca il parallelo con S. Paolo, Vas d’elezione, colui che aveva visto l’aldilà prima di lui e aveva così corroborato la propria attività apostolica (cfr. Inferno 2,28); e S. Paolo rimane un precedente per tutto il corso del poema. Nel canto 19 dell’Inferno, nella bolgia dei simoniaci, egli si trova di fronte vari ecclesiastici indegni; descrivendo la loro pena (i simoniaci sono immersi a capofitto dentro dei pozzi ristretti e le piante dei loro piedi sono in fiamme) il poeta rievoca un episodio avvenuto anni prima a Firenze: egli aveva salvato un ragazzino che stava affogando dentro uno dei fonti battesimali del battistero di S. Giovanni Battista, spaccando la struttura. Alcuni suoi concittadini lo avevano biasimato per questo, ma Dante, implicitamente, rinvia al celebre passo di Geremia 19, in cui il profeta spezza una brocca davanti agl’Israeliti colpevoli per annunciare loro il castigo e la presa di Gerusalemme.

 

Geremia 19,1-2 e 10-11: 1 Così disse il Signore a Geremia: «Va’ a comprarti una brocca di terracotta; prendi alcuni anziani del popolo e alcuni sacerdoti con te ed esci nella valle di Ben-Hinnòn, che è all’ingresso della Porta dei cocci. Là proclamerai le parole che io ti dirò.(…)  Tu poi, spezzerai la brocca sotto gli occhi degli uomini che saranno venuti con te e riferirai loro: Così dice il Signore degli eserciti: Spezzerò questo popolo e questa città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può più accomodare.

 

Inferno 19,13-21

Io vidi per le coste e per lo fondo                                            Io vidi lungo il pendio e nel fondo
piena la pietra livida di fóri,                                                   
la pietra grigiastra traforata
d’un largo tutti e ciascun era tondo.15                                  
da buchi tondi e della stessa larghezza.

Non mi parean men ampi né maggiori                                 
Non mi sembravano maggiori, né minori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,                           
di quelli del mio bel battistero di S. Giovanni
fatti per loco d’i battezzatori;18                                              
utilizzati da chi battezza.

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,                                    
Alcuni anni fa ne ruppi uno,
rupp’io per un che dentro v’annegava:                                   
per salvare uno che ci annegava dentro:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.                                   
E questo sia il sigillo che toglie ognuno all’errore.

 

Dante così rivendica il ruolo del profeta Geremia e, tra l’altro, preannuncia il castigo di Dio sulla città peccatrice che pure lo ha visto nascere e crescere[1]. Lo scopo è sempre lo stesso: portare gli esseri umani a Dio, alla conversione e quindi alla felicità. Per spiegare lo scopo della Divina Commedia, dice il poeta nell’Epistola 13 (scritta in latino), diretta al suo mecenate Cangrande della Scala e ormai riconosciuta dalla maggior parte degli studiosi come autentica:

 

….Si può dire in breve che il fine di tutta l’opera e della parte consiste nell’allontanare quelli che vivono questa vita dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità (par. 39).

 

Questa intenzione corrisponde espressamente a quel che Dante afferma all’inizio della sua opera politica, la Monarchia[2]:

 

  1. A tutti gli uomini, che una forza soprannaturale ha improntato all’amore della verità, questo spetta sopra ogni cosa: come essi si sono arricchiti dall’opera degli antichi, così a loro volta proiettare l’opera propria verso la posterità, tanto che questa trovi in essi di che arricchirsi.
  2. Stia certo di essere lontano dalla propria missione chi, formatosi agli insegnamenti ricevuti dalla società, non si cura di portare qualche contributo al bene della comunità.

 

L’essere umano ha quindi il primo dovere di fare del bene per portare gli altri alla felicità e contribuire al bene della sua comunità. Come poeta, Dante ha il compito precipuo di insegnare e richiamare gli esseri umani a questo bene – e ci riesce magnificamente ancora oggi. Quando faccio lezione sulla Divina Commedia, anche le classi più irrequiete o refrattarie rimangono affascinate dalla potenza dei versi danteschi e dalla loro profonda verità: non conto più le magnifiche discussioni di soggetto spirituale ed esistenziale, che nascono spontaneamente su quei versi e questo anche negli orari più difficili (come il venerdì alla sesta ora). Lo vedo e ripeto da anni: la poesia di Dante calma i miei studenti. Veramente, attraverso di lui parla Dio.

Che Dante si sia considerato insignito di una missione profetica, lo ripetono da anni insigni specialisti del settore[3]. Una nota simpatica: il Signore deve avere preso questa missione di Dante estremamente sul serio, perché la mistica di Paravati, Natuzza Evolo, riferì una volta di avere appreso attraverso le sue molteplici visioni di anime del Purgatorio quanto segue: il poeta sarebbe rimasto per 300 anni in Purgatorio, anche se nella parte più prossima al Paradiso (il cosiddetto Prato verde) perché nella sua opera non era stato del tutto imparziale nell’attribuzione delle pene nell’aldilà[4].

In ogni caso, pare ormai assodato, Dante può essere considerato veramente un profeta. E che profeta…Quando si approfondisce la sua concezione politica, intrisa di spiritualità e di fede, si avverte con forza (o almeno questo è accaduto a me) che sta parlando di questioni cruciali che toccano pure il nostro tempo: anzi, sembra proprio che il nostro sommo poeta abbia profetizzato per noi. Vediamo le questioni, una per una.

 

Un’unità politica, un Impero

 

Tra gli studiosi danteschi vige la comune persuasione che Dante fosse a livello politico un conservatore, anzi, addirittura un reazionario[5], perché sosteneva istituzioni “ataviche” come l’Impero e il Papato a detrimento delle nascenti monarchie nazionali o signorie. Tutto ciò si spiega con la convinzione, scaturita dal nazionalismo ottocentesco, che gli Stati nazionali abbiano rappresentato per molto tempo il non plus ultra del progresso politico. 

Ora, nessuno dubita che le nazioni esistano, nel senso di popoli: il problema è proprio come sono state interpretate da un certo nazionalismo. Fate la prova: spesso gli Stati nazionali non coincidono affatto con le nazioni, anzi, la prospettiva che essi danno di queste ultime è un’illusione ottica. In Gran Bretagna, la corona riunisce 4 nazioni (Inghilterra, Galles, Scozia, per non parlare dell’Irlanda del Nord, che rientrerebbe invece culturalmente e storicamente nell’Eire); solo l’accentramento parigino può far credere che la Francia sia un’unica nazione, il che livella Provenza, Bretagna, Normandia ecc.; infine, provate a prelevare del contante da un Bancomat spagnolo…troverete 7-8 lingue disponibili, dal Castigliano, al Catalano, al Basco, Gallego e così via. Tutti sappiamo come è costituita la Svizzera (parte tedesca, francese, ladina e italiana), mentre, per quanto riguarda la nostra Italia, in fin dei conti varrebbe ancora in gran parte, almeno a livello culturale, la partizione in 14 zone dal volgare italico distinto, come postulato intelligentemente proprio da Dante nel suo De vulgari eloquentia. Insomma, far coincidere confini e nazioni è sempre stato un miraggio e il tentativo, tra l’altro, è costato parecchio sangue. 

Ora, chi legge la Monarchia dantesca si rende conto che Dante, più che parlare del Sacro Romano Impero dei suoi tempi, realizza una costruzione teorica, rigorosamente impostata sulle basi del razionalismo scolastico: così, egli intende descrivere un possibile Stato sovrannazionale che comprenda tutta l’Europa, sulla base dell’autorità che fu già dei Romani. Arretrato? Anacronistico? In realtà, oggigiorno le unioni sovrannazionali vanno molto di moda, ma sono cadute visibilmente preda dei grandi poteri finanziari (o piuttosto massonici o paramassonici, che si tratti dell’UE, del NAFTA ecc.). Quanto al radicamento nella tradizione dell’Impero Romano, se è anacronistica spiegatemi allora perché l’aquila (che originariamente era un’aquila romana) è il simbolo araldico più gettonato anche negli Stati odierni, specie quelli più potenti, in versione monocefala o bicefala: dalla Bold Eagle degli USA (che sarà anche una specie americana, l’aquila calva, ma non sarebbe certo stata scelta come stemma senza il precedente dell’aquila romana), alla Russia, alla Germania ecc.[6]. Uno Stato si regge su di un’autorità: il termine autorità deriva da augeo, il verbo latino che significa “faccio crescere”. L’autorità, che si tratti di famiglie, religioni, Stati, istituzioni, deve saper educare e far crescere e si fonda, imprescindibilmente, su una trasmissione dell’autorevolezza che viene dal passato e dall’esperienza acquisita. Che quindi Dante postulasse un’autorità politica europea unica, radicata nell’esperienza imperiale romana (ai suoi tempi Sacro Romano Impero, in versione cristiana), è perfettamente comprensibile e persino logico. Il problema delle autorità odierne è che si basano…spesso ci si chiede proprio su che cosa si basino, dato che di norma hanno fatto tabula rasa del meglio che ci viene dal passato e di solito infrangono la lealtà nei confronti del popolo che dovrebbe averle elette.

D’altro canto, il ragionamento di Dante è esemplare: un sovrano unico manterrebbe tutti i suoi sudditi su di un piano di eguaglianza e unità, evitando le cruente faide che insanguinavano in passato comuni italiani, città libere tedesche, feudi di varia origine, Stati europei ecc.; c’è da pensare che Dante non parlava (come si fa oggi) di omologazione, ma di riconoscimento di un’autorità unica al di sopra della differenza dei vari attori politici. In fin dei conti, Dante non mi sembra affatto anacronistico, anzi: nella Monarchia postula uno stato sovrannazionale che mantenga la pace a livello europeo. Ha sperato che esso si realizzasse con Arrigo VII di Lussemburgo (morto prematuramente nel 1313), ma di certo la costruzione teorica possiede una sua validità a prescindere dalle condizioni storiche specifiche e dai colori politici.

Una mattina discutevo di questo concetto coi miei studenti durante un’interrogazione ed essi osservavano intelligentemente che, comunque, questa è pur sempre una costruzione teorica: nei fatti, le naturali differenze tra Stati portano per forza di cose alle frizioni. Vero, rispondevo io: e, in effetti, questo si verifica in continuazione (basti pensare all’Unione Europea, anche nei suoi momenti migliori, per non dire i peggiori). Però, risponderei ora, se colleghiamo la riflessione teorica della Monarchia (a leggerla si capisce proprio che è tutta teoria stricto sensu), alla profonda esigenza di conversione che Dante mostra in tutta la sua opera, ci rendiamo conto che la conversione dei singoli Stati porterebbe a eliminare le ingiustizie di cui essi si fanno complici e, quindi, gli attriti fra essi. Se ognuno cioè praticasse la giustizia, succederebbe quel che avveniva a certi monaci del deserto: una volta, due di loro volevano imitare noi profani e litigare; uno afferrò un vaso e disse: “Questo è mio”. E l’altro spontaneamente gli rispose: “Va bene, tientelo”; il primo allora se ne andò. I due eremiti erano talmente abituati a rispettarsi reciprocamente, che non riuscivano neanche più a discutere.

Ora, uno Stato sovrannazionale in Europa esisteva: era il Sacro Romano Impero, demolito però da Napoleone (massone) nel 1806 e che sopravvisse come Impero Austriaco o Asburgico, poi Austro-ungarico dal 1867, definitivamente smantellato dopo la I Guerra Mondiale nonostante gli sforzi di un imperatore santo, Carlo I d’Asburgo. Chiaramente si trattava di una costruzione antica e ben poco accetta a chi pensa le istituzioni sulla scia della Rivoluzione Francese, ma era uno Stato che si modernizzava, divenuto comunque una monarchia costituzionale, con un sistema burocratico funzionante ed efficiente e una cultura vivace.

Ora, questo Stato sovrannazionale aveva un immenso vantaggio: poteva contenere numerose etnie dai confini ibridi, perché l’idea di trovare un’etnia ben definita in termini di confini, compattezza linguistica e popolazione è un’amena fantasia (ripensate agli esempi di nazione esposti sopra). In definitiva, la Mittel-Europa o la zona balcanica – ma non solo, oserei affermare – è piena di “nazioni” grandi quanto un fazzoletto, di pochi milioni di persone ciascuna, con un territorio esiguo e confini culturali piuttosto altalenanti: l’immissione del nazionalismo ottocentesco in questo calderone ha provocato vere e proprie carneficine. Nell’Impero Austro-ungarico la maggior parte della popolazione era bilingue, se non trilingue, e permanentemente mista: la lingua d’ufficio era il tedesco, ma i funzionari dovevano conoscere anche quella del luogo in cui esercitavano (a Trieste l’italiano, per esempio), mentre ogni cittadino ne parlava una materna, poi una d’uso ecc. Così, gli Sloveni dell’interno si impegnavano ad apprendere l’italiano per salire socialmente a Trieste. Insomma, etnie e lingue erano mescolate tra loro e l’Impero permetteva perciò di coabitare a persone di appartenenza culturale o religiosa estremamente diversa, garantendo la pace tra loro. Appena è arrivato un certo nazionalismo, invece, sono cominciati i guai e non sono ancora finiti (basti pensare alla guerra dell’ex-Yugoslavia e agli attriti ancora attuali nei Balcani). Grandi storici come l’ungherese François Fejtö hanno chiarito nella loro opera che l’Impero asburgico è stato volutamente smantellato per le mene delle potenze dell’Intesa, tutte sotto egida massonica[7]: era odiato perché cattolico e prima di essere distrutto a livello politico, lo è stato a livello di propaganda ideologica. Il risultato? Il nazismo in Germania (ma Hitler era austriaco) e il fatto che il comunismo ha fagocitato per decenni l’Est Europa.

Bene, io sarò un tantino ingenua, ma pongo la domanda del bambino: perché a certi storici ed ai media della nostra società piacciono gli Stati ed enti sovrannazionali di un solo tipo? Perché USA sì e Impero Austro-ungarico no? Perché distruggere uno Stato sovrannazionale già esistente per affannarsi a costruirne un altro? Peggio, perché dobbiamo sorbirci una UE sempre più tirannica e nelle mani dei poteri finanziari e delle multinazionali, mentre invece l’Impero Austro-ungarico sarebbe da aborrire? Uno Stato sovrannazionale che, malgrado certi difetti, possedeva una secolare tradizione di autorità alle proprie spalle? E l’UE, così com’è ora, ben lungi dagl’ideali politici dei fondatori, la sua autorevolezza da dove la trae? Dal dio quattrino? Nonostante il fatto che tutti abbiano i propri limiti, provate a operare un confronto mentale tra chi comanda adesso a Bruxelles – ed è letteralmente irraggiungibile per il comune cittadino, mentre è raggiungibilissimo per le lobby economiche di alto bordo[8] – e Francesco Giuseppe: l’imperatore che considerava il suo impero come una casa e un rifugio per i popoli che lo abitavano; il sovrano che riceveva di persona in ufficio i propri sudditi con grande cortesia, che non lasciò la propria scrivania per senso del dovere fino a che non fu agonizzante per la polmonite e che per una vita si è alzato alle 4 del mattino per iniziare a lavorare presto e compiere responsabilmente il proprio dovere (proprio ieri mi dicevano che i nostri politici a Roma cominciano a vedersi in giro non prima delle 11.00 del mattino). In definitiva, la bontà dei sistemi politici dipende da quella degli uomini, ma gli uomini hanno bisogno di valori e del meglio messo a disposizione dalle tradizioni e dal passato per migliorare. Siamo ancora sicuri che Dante, a difendere l’Impero, fosse così “reazionario”?

 

La corruzione della Chiesa

 

Dante era un laico e si riconosceva pubblicamente un peccatore. Lo dichiara a chiare lettere nella Divina Commedia: nel Purgatorio condivide le pene dei superbi e dei lussuriosi, chinandosi assieme ai primi e passando in mezzo alla fiamma che tortura i secondi (canti 11 e 27). È vero che era altero e sicuro del proprio valore: ma non conosco molti altri letterati che abbiano riconosciuto così i propri peccati in pubblico. Petrarca, per esempio, non lo avrebbe mai fatto.

Eppure Dante, agli ecclesiastici del tempo, non le manda tanto a dire. In Inferno 19 fa una tirata magistrale contro i simoniaci, rivolgendosi al papa Niccolò III Orsini, che aveva privilegiato in varie maniere i propri parenti, rendendosi colpevole di nepotismo (Inferno 19,100-114): 

 

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta                                          E se non me lo proibisse
la reverenza de le somme chiavi                                             
la reverenza che nutro per le chiavi di S. Pietro
che tu tenesti ne la vita lieta,
102                                              che tu hai tenuto da vivo,

io userei parole ancor più gravi;                                             
io mi esprimerei in modo ancora peggiore;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,                                
la vostra avidità affligge il mondo,
calcando i buoni e sollevando i pravi.                                     
calpestando i buoni ed innalzando i malvagi.

 

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,                                       Riconobbe voi pastori iniqui S. Giovanni
quando colei che siede sopra l’acque                                       
quando vide Babilonia, la grande prostituta,
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
108                                   che fornicava con i re sopra le acque;

quella che con le sette teste nacque,                                         
quella seduta sulla bestia con sette teste
e da le diece corna ebbe argomento,                                         
e dieci corna, finché la virtù
fin che virtute al suo marito piacque.111                                 
piacque al suo sposo.

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;                                        
Vi siete fatti un dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,                                                 
e che differenza c’è tra voi e i pagani,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?                                  
Se non che loro adorano un dio e voi cento?

 

Lui laico, alza la voce per difendere la verità oltraggiata, “adulterata” da ecclesiastici corrotti. Idolatri, affascinati dall’oro e dalle ricchezze, capaci di calpestare i buoni ed esaltare i malvagi: questi gli ecclesiastici che hanno reso la Curia romana quale Babilonia la grande, la prostituta che simboleggia il potere corrotto ed è seduta sulla bestia dalle sette teste e dieci corna in Apocalisse 17 (secondo un interpretazione medievale, le sette teste sarebbero i sacramenti, le dieci corna i dieci comandamenti e il “marito” di cui si parla in questi versi sarebbe il papa, una volta virtuoso). E, nonostante tutto, Dante cerca di trattenersi per rispetto delle chiavi di S. Pietro. Ma non tace. 

Temo che in una situazione del genere ci siamo dentro fino al collo. Ormai è palese che corruzione ed eresia la fanno da padroni nella Curia romana: che Benedetto XVI è stato perseguitato fino al punto di doversi dimettere per la gravità della situazione e l’opposizione contro di lui: si ricorderà il dossier sulla tremenda situazione interna alla Curia che ricevette nel dicembre 2012; si ricorderà lo scandalo Vatileaks, ma anche che agl’inizi del 2013 era stato bloccato l’accesso del Vaticano ai circuiti internazionali ATM e che essi furono riattivati proprio mentre papa Benedetto XVI volava via in elicottero verso Castel Gandolfo[9].

La salvezza della Chiesa e la difesa della verità dipende ormai persino più da noi laici che dal clero, tanta è la confusione che regna ovunque: Dante sembra proprio che abbia parlato per noi, sembra avere vissuto la nostra stessa situazione. Quindi, senza perdere il rispetto anche per chi sbaglia e il senso di preghiera, per cui siamo tenuti ad intercedere per chi pecca gravemente, e senza indulgere al giudizio ed alla maldicenza, non possiamo tacere, bensì parlare con fermezza; dobbiamo anzi pregare lo Spirito Santo perché conceda anche a noi nel nostro piccolo, come già al sommo poeta, di essere “profeti”, cioè di potere parlare per Dio e di difendere la verità.

 

Il problema della cupidigia

 

Forse però il problema riguardo al quale la perspicacia profetica di Dante è stata più lungimirante è quello della cupidigia. 

In Inferno 6, Ciacco, un fiorentino dannato per il peccato di gola, spiega la tremenda situazione politica di Firenze menzionando i peccati capitali che vi albergano e provocano discordia:

 

Inferno 6, 74-75

Superbia, invidia e avarizia                                                                

Son le tre faville ch’hanno i cuori accesi.

 

I vizi capitali citati qui sono caratteristici delle varie classi sociali: mentre la superbia è tipicamente aristocratica e si manifesta in modo prettamente riconoscibile – mento alzato, sguardo sprezzante, atteggiamento altero – l’invidia è nutrita dai ceti umili e non è una forma di gelosia, bensì di astio – l’invidia, dal latino invidere, è il “non poter vedere” qualcuno, alla lettera -; invece la cupidigia, per ovvi motivi, è il vizio dei mercanti e della borghesia, che tutto basano sul denaro. Ma Dante, che ha potuto assistere all’ascesa del ceto finanziario e mercantile nella Firenze del Duecento, una specie di New York dell’epoca e il cui fiorino era una sorta di dollaro ante litteram, detestava le devastazioni provocate dall’avidità. Lo dimostra fin dal primo canto, con i termini che impiega per descrivere la famosa lupa, allegoria di questo vizio:

 

Inferno I,49-51

Ed una lupa che di tutte brame                                                E una lupa che sembrava sovraccarica

Sembiava carca ne la sua magrezza,                                      di tutte le cupidigie tanto era magra,

e molte genti fe’ già viver grame….                                          E afflisse già molti popoli…

 

Dire che oggi il vero dio della nostra società è mammona è probabilmente eufemistico. La politica è stata completamente fagocitata dall’economia, o, per meglio dire, dagl’interessi delle imprese multinazionali; il denaro domina nel campo dell’istruzione, dell’educazione, della ricerca e delle arti, là dove ci sarebbe il maggiore bisogno di disinteresse (pensate solo alla mania di definire le conoscenze acquisite con la formazione come crediti, come se si parlasse di azioni bancarie); e lasciamo perdere il campo delle truffe, degl’inganni e delle menzogne, ormai globali, che avviluppano la nostra esistenza quotidiana e che menano sempre al medesimo punto: l’avidità di denaro.

È del resto riconosciuto che gli ultimi tre secoli, almeno a partire dal Settecento, hanno visto il progressivo “trionfo della borghesia”[10], la classe sociale che incentra i propri valori proprio sul risparmio e sul denaro. La borghesia desiderava da secoli fare le scarpe alla nobiltà: intendiamoci, quest’ultima ha avuto i suoi torti secolari e, per quanto aderisse almeno formalmente al credo cristiano, spesso lo tradiva, soprattutto per orgoglio (il suo peccato tipico nella Divina Commedia). Con il Settecento la borghesia ha messo in atto il sorpasso politico, oltre che economico, dell’élite aristocratica e oggi viviamo a tutti gli effetti in un mondo dominato dalla sua prospettiva. Però, anche se all’epoca la maggioranza era, almeno nominalmente, cristiana, è stato in ambienti borghesi ed aristocratici che è nata la massoneria, a Londra, nel 1717. Da tempo nutro l’impressione che una parte di questa classe sociale così legata al denaro (assieme, per dirla tutta, ad alcuni nobili e militari) abbia sposato un credo alternativo a quello cristiano, uno esoterico, che solleticava l’orgoglio elitista dei suoi membri. Gramsci lo disse apertamente in Parlamento nel 1925: la massoneria è il “partito della borghesia”[11]. In effetti, quando si dice “massoneria”, si intende in realtà un tale coacervo di gruppi e gruppuscoli i più eterocliti a sfondo esoterico, se non occultistico, che condividono principalmente la scarsa trasparenza, la sete di potere e la mania di controllo; altrimenti non si capirebbe come facciano ad avere perennemente le mani in pasta, come abbiano fatto a condizionare costantemente la storia dell’Italia unita fin dal 1861, oppure ad attirare un terzo dei deputati francesi[12], o a condizionare notevolmente il governo statunitense (J.F.Kennedy fu il primo presidente non massone della storia degli USA); e questo, pur essendo in quattro gatti[13]. Semplicemente, si accaparrano i vertici.

Aggiungo che le due principali ideologie politiche degli ultimi secoli sono due facce della stessa medaglia del materialismo: da un lato il liberalismo, che altro non è, come sintetizzava una mia collega, che “la libertà di far quattrini”; infatti, in esso la libertà politica serve solo in funzione di quella economica e commerciale (col risultato che la seconda ha ormai fagocitato la prima); dall’altro, il  socialismo in versione marxista, che predica la violenza (la lotta di classe) e un duro materialismo, per cui contano solo le strutture economiche e il resto, tutto ciò che è ideale, spirituale e religioso è una “sovrastruttura” (cioè un’elucubrazione vuota, sovrapposta alla dura realtà materiale). Pochi poi si sono accorti che i partiti socialisti, comunisti e di varia appartenenza alla sinistra, sono sempre stati dominati da “sporchi borghesi”: anzi, Lenin teorizzava proprio l’esistenza di un’élite borghese di rivoluzionari professionisti che dirigesse il partito, altrimenti i proletari da soli non ci sarebbero riusciti, né avrebbero sviluppato la corretta “coscienza di classe”[14]. Questa è la modalità standard con cui i poveri di ogni genere si lasciano turlupinare dal marxismo: gl’intellettuali borghesi marxisti sanno di norma meglio di loro come proteggere i loro interessi. Ovviamente, pro domo sua.

Dante detestava la cupidigia. Pur ammettendone i limiti, preferiva i valori dell’aristocrazia, la sua sete di distinzione e raffinatezza; come rivela nel Convivio, amava pensare che la differenza la facesse sul serio una nobiltà d’animo accessibile agli spiriti migliori e al di là dell’appartenenza del sangue. Diffidava profondamente del ceto mercantile, troppo legato al denaro (lui che era sempre in bolletta, bisogna ammetterlo): che cosa direbbe oggi, al vedere come l’adorazione del denaro abbia fagocitato tutto, compresi i valori più sacri, preferisco non immaginarlo. Sembra proprio che, anche in questo, egli parli per i nostri tempi e che ci chiami alla fine di un “nuovo ordine”, che altro non è se non avidità e disordine, che ci chiami alla conversione. Difatti, egli profetizzò la fine della “lupa”, cioè della cupidigia: un ultimo aspetto che vale la pena approfondire.

 

Il “Veltro”

 

Inferno 1,101-2

infin che ‘l Veltro verrà, che la farà morir con doglia…

 

Il I canto dell’Inferno è celebre anche per la famosa profezia del “Veltro” (= levriero) una specie di essere messianico che ricaccerà definitivamente la lupa – cupidigia nell’Inferno. Sono più di sette secoli che gli studiosi si accapigliano per capire chi sia: di solito ripiegano su Cangrande della Scala, mecenate del poeta, ma che Dante conobbe dopo la stesura di questo passo; del resto, mi pare che il tono profetico di questi versi sia talmente elevato, da non potere sbiadire in una scipita adulazione cortigiana. In alternativa, gli studiosi pensano a un papa, un imperatore, un magistrato non ben precisato, a un movimento riformatore o addirittura a Dante stesso[15]. Di solito, quando spiego ai miei allievi, opto per la spiegazione che identifica il Veltro con il Cristo, come se la profezia fosse un’anticipazione della Sua seconda venuta. In effetti, il Medioevo ben conosceva la profezia del puer, il bambino misterioso dell’Egloga 4 di Virgilio (scritta nel 40 a.C., circa, all’epoca delle ultime guerre civili a Roma), destinato a riportare la pace in terra e in cui i cristiani riconobbero il Cristo. Il Veltro, quindi, potrebbe essere analogamente il Cristo, così come all’epoca si intendevano i versi di Virgilio.

Però…c’è qualcosa che non torna. Nessuno, a mia conoscenza, si è accorto che il verso sua nazion sarà tra feltro e feltro (la sua nascita sarà tra feltro e feltro) non può applicarsi né a Cangrande della Scala, né al Cristo, né a un personaggio contemporaneo a Dante, né, tantomeno, a Dante stesso: il verso, infatti, ci dice che il Veltro “nascerà”. Quindi, nel 1300, anno in cui è ambientato il viaggio all’Inferno, non era ancora nato e sarebbe nato solo dopo (probabilmente, molto dopo). Non può trattarsi quindi neanche del Cristo, che è già nato, a rigore, né della Sua seconda venuta. Una profezia analoga, quella del cinquecento diece e cinque (DXV, evidente anagramma di dux) si trova in Purgatorio 33,43. Il tema della caccia (attività aristocratica), l’anagramma dux mi fa pensare a un comandante militare di origine aristocratica; nel passo del Purgatorio si dice che ridurrà al nulla Babilonia, la grande prostituta, per cui ci si aspetta che salvi la Chiesa e l’Italia. Chi è? È possibile che Dante abbia adombrato in questi versi un non identificato re o imperatore, ben sapendo che non poteva prevederne l’esistenza?

Condivido qui alcune suggestioni che devo esclusivamente alla mia immaginazione, quindi non pretendo che i lettori mi seguano; però, vale la pena interrogarsi. Ebbene, nelle profezie dell’ultimo secolo e di cui ho già parlato in un altro articolo[16], specie in quella della affidabilissima mistica francese Marie Julie Jahenny e nel quadro della drammatica invasione dell’Europa e di Italia e Francia, si parla del “Gran Monarca”. Il termine “Gran Monarca” risale all’epistolario di S.Margherita – Maria Alacoque, che così denominava re Luigi XIV, a cui cercò di trasmettere la richiesta di consacrazione pervenutale nel giugno 1689 da parte del Sacro Cuore[17]; ma in questo caso, il termine è reimpiegato per indicare un re, una figura politica di grande santità e virtù, discendente di S.Luigi, re di Francia, e vissuto nel nascondimento e nella povertà, che salverà prima la Francia, poi l’Italia e l’Europa dalla guerra e dalle forze anticristiane nella crisi (ormai vicina) precedente il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e un lungo periodo di pace. Il tono di Dante è decisamente apocalittico e proiettato verso il futuro; sta parlando di un essere umano, verosimilmente di un sovrano; nella Monarchia egli aveva preconizzato una costruzione politica in cui un solo imperatore governasse su tutta Europa e forse in questo quadro potrebbe avere presentito una figura del genere per il periodo di grande crisi in cui l’Europa dovrebbe risolversi definitivamente per la conversione.

Ora, leggendo la Bibbia, dai profeti ai discorsi escatologici di Gesù, all’Apocalisse, ricorre in continuazione l’evocazione non tanto della fine del mondo, quanto della crisi escatologica per cui l’umanità si libererà del peccato nella sofferenza, si convertirà e accetterà (finalmente) la Redenzione; di qui, un lungo periodo di pace (i famosi mille anni di Ap. 20, definizione simbolica, ma che non può che tradursi prima o poi in una realtà storica), periodo di pace che nelle apparizioni mariane degli ultimi secoli viene continuamente indicato col nome di “trionfo del Cuore Immacolato di Maria” e che è innanzitutto un dono di Dio. Anche Dante ci sperava, perché credeva nella santità e nelle predizioni del monaco calabrese Gioacchino da Fiore, il quale aveva pronosticato l’”era dello Spirito Santo” proprio in questi termini. Sbaglierò, ma io ho la sensazione che Dante mediante la metafora del Veltro e del cinquecento diece e cinque parlasse di una figura del genere, di un re santo che finalmente, in epoca apocalittica, porterà l’Europa alla pace e la Chiesa alla purificazione. E’ un mistero affascinante, ma sembra proprio che Dante abbia presentito i nostri tempi e ne abbia vissuto un’anticipazione agl’inizi del 1300: dalla sua esperienza, si leva a indicarci la strada della conversione, cioè, come riteneva giustamente, della felicità.

 

P.S. Il “Gran Monarca” dovrebbe essere già in giro ed avere bisogno di preghiere.

 

*****

 

Note:

[1] Su questo passo e il suo valore profetico, si veda per es. Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Milano, A.Mondadori, 2012, pp. 270-72.

[2] Si veda il testo tradotto dal latino in https://www.danteonline.it/italiano/opere2.asp  

[3]Cfr. per esempio Giuseppe Ledda, Modelli biblici nella Commedia. Dante e San Paolo, in Giuseppe Ledda (a c. di.), La Bibbia di Dante. Esperienza mistica, profezia e teologia biblica in Dante. Atti del Convegno internazionale di Studi. Ravenna, 7 novembre 2009, Ravenna, Centro dantesco, 2011, pp. 179-216.

[4] Cfr.Luca Scapatello, Natuzza Evolo: “Ho visto la vita nell’aldilà ed ho incontrato Dante Alighieri, La Luce di Maria 6 aprile 2019, https://www.lalucedimaria.it/natuzza-evolo-dante-alighieri-vita-nellaldila/

[5] Questa è la prospettiva, per esempio, del succitato Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Milano, A.Mondadori, 2012.

[6] Basti notare la molteplicità di Stati e città che possiedono come stemma l’aquila bicipite: cfr. Aquila bicipite, Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Aquila_bicipite

[7] Cfr. François Fejtö, Requiem per un Impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, Collana La Storia, Milano, Mondadori, 1990; si veda anche la riflessione, ricca di materiale proveniente da vari storici, ne Il beato Carlo, modello per una politica a misura di Vangelo, IMG Press 7 aprile 2022, https://www.imgpress.it/culture/il-beato-carlo-modello-per-una-politica-a-misura-di-vangelo/  Da questo articolo viene anche la citazione successiva.

[8] Si veda il mio articolo https://www.sabinopaciolla.com/quanto-potere-ha-la-lobby-di-big-pharma-il-caso-dellunione-europea/

[9]Cfr. una sintesi della situazione in Taylor Marshall, 4 Reasons why pope Benedict XVI resigned, 28 dicembre 2022, https://www.youtube.com/watch?v=1WFhO7ZdhR8 ; si veda anche l’articolo di Piero Laporta, riportato dal vaticanista Marco Tosatti sulle pressioni operate dai servizi segreti americani contro Benedetto XVI, in https://www.marcotosatti.com/2023/01/03/laporta-la-cerchia-romana-e-usa-che-lavoro-per-far-dimettere-benedetto/   

[10] E’ la corrente vulgata storiografica, consacrata per esempio dai lavori dello storico inglese Eric Hobsbawm: Le Rivoluzioni Borghesi. 1789-1848 (trad.it.), Bologna, Res Gestae, 2016 Il Trionfo della borghesia. 1848-1875 (trad.it.), Roma – Bari, Laterza, 2003; L’Età degli Imperi. 1875-1914 (trad.it., Roma – Bari, Laterza 2003-2012; Il Secolo breve. 1914-1991: l’Era dei grandi cataclismi (trad.it), Milano, Rizzoli, BUR, 2014.

[11] Cfr. Ferruccio Pinotti, Potere massonico, Milano, Chiare Lettere, 2021, cit.p.16. Per la storia della massoneria, si veda anche il mio articolo di un anno fa https://www.sabinopaciolla.com/la-vera-regina-dinghilterra-geopolitica-storia-e-profezie/#_ftn4

[12] Cfr. la testimonianza del massone francese convertito Abad Gallardo in Serge Abad Gallardo, ex franc-maçon converti: “La franc maçonnerie est luciférienne”, Reinformation.tv 4 settembre 2017, https://www.youtube.com/watch?v=kCZQnT_6sLE

[13] Cfr, ancora Ferruccio Pinotti, Potere massonico, Milano, Chiare Lettere, 2021.

[14] Cfr. Sergio Moravia, Filosofia 3. Dal Romanticismo al pensiero contemporaneo, Firenze, Le Monnier, 1990, p.682.

[15] Cfr. il  sito specializzato online https://divinacommedia.weebly.com/inferno-canto-i.html e Dante Alighieri, Divina Commedia. Inferno, cur. G.Giacalone, Roma, Signorelli, 1988 (nuova ed.), pp.87-89.

[16] Cfr. https://www.sabinopaciolla.com/il-futuro-dellitalia-geopolitica-e-profezie/#_ftn4

[17] Cfr. Marguérite – Marie Alacoque, Lettres de la sainte, in Monastère de la Visitation de Paray – le – Monial ed., Vie et œuvres de Sainte Marguérite – Marie Alacoque, Autobiographie, Paris – Fribourg, Ed.Saint-Paul, 1991, to.2, pp. 101-536 ; il messaggio per il re si trova nella lettera 100 a madre de Saumaise, giugno 1689, to.2, pp.335-39 (336-37) e nella lettera 107 a madre de Saumaise, 28 agosto 1689, to.2, pp. 354-57 (355).

 



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