disumanesimo

 

 

di Roberto Allieri

 

Richiamo due miei precedenti articoli (QUI e QUI)  per continuare quella che mi piacerebbe proporre come rubrica, di scandaglio degli odierni aspetti di disumanesimo.

C’è un filmato di un giornalista che personalmente apprezzo molto, Luca Marfè, che tiene un interessantissimo programma su ByoBlu (canale 262 del digitale terrestre), dal titolo ‘USA e getta’, incentrato sulla realtà americana in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Ve lo ripropongo qui sotto (cliccare sulla foto), invitandovi a seguire attentamente i primi sette minuti dopo la sigla.

Poiché le parole di Marfè non abbisognano di alcun commento, mi limito a riportarle pedissequamente, nella loro freschezza e con tutte le loro coloriture.

 

 

Mentre abbiamo un paio di guerre in corso in Ucraina a Gaza, mentre continuano a morire persone, mentre il quadro delle relazioni internazionali si va contorcendo, complicandosi di ora in ora e mentre si avvicinano le elezioni americane, ciò di cui (qui) si discute accanitamente questa settimana versando fiumi di inchiostro, ci porta a parlare di surrealtà. La surrealtà sta in un episodio legato ad una partita di football. E non mettendo al centro l’importanza di una finale o di qualche evento sportivo particolarmente importante. Protagonista è un bambino di nove anni.

 

 

Questo bambino, Holden Armenta, è finito sulle pagine di tutti i giornali d’America e in tutti i palinsesti televisivi. È andato allo stadio per fare il tifo per la sua squadra di Kansas City che tradizionalmente ha questa mascotte, che è il volto un indiano d’America (così come in Italia il Milan ha il diavolo e l’Inter un biscione). Si è presentato con il volto dipinto dei colori della propria squadra e con il tipico copricapo. Orrore! In America sono impazziti tutti, è impazzito il giornalismo, le televisioni, sono stati montati dei processi mediatici senza appello, di condanna assoluta: è impazzita la società americana, letteralmente. L’accusa è razzismo, addirittura in una doppia chiave di lettura. La prima riguarda gli indiani d’America. Viene accusato un bambino di nove anni di essere razzista nei confronti degli indiani d’America quando la mascotte è esattamente questa. Non solo: c’è una ulteriore accusa di razzismo e riguarda la popolazione di colore, perché la faccia pitturata (per una metà) di nero richiama la black face, quella simbologia estetica con cui si richiamava, in termini comici oramai superati, lo schiavismo di una volta. Che scandalo, che oltraggia tutta l’America a parlare di questo. Ma c’è una surrealtà nella surrealtà perché a intervenire in questo dibattito è anche la mamma di questo bambino – abbiamo una schermata di questo post – che sottolinea l’inverosimile. Nella parte finale del post potete leggere che il bambino ha addirittura delle origini di nativo americano. Suo nonno era un nativo americano, un ‘pellerossa’ come si diceva una volta; oggi qualcuno inorridirebbe (a dirlo). Quindi si sta parlando di razzismo nei confronti di un bambino di nove anni, nei confronti di un discendente di nativi americani. Siamo veramente alla follia. E questa fotografia è interessantissima perché rappresenta una società in cui i palinsesti televisivi passano notizie drammatiche con dei flash: ‘Gaza ci sono 6000 bambini morti’… un titolo, pochi secondi e via. ‘Ucraina si continua a combattere… Il fronte dell’inverno… i morti… i russi da una parte, gli ucraini dall’altra… i civili… i bambini: un altro flash, su un tema ormai passato di moda. E invece ore e ore di palinsesto su questo, un bambino che si dipinge la faccia per andare a vedere una partita di football. Lo abbiamo visto anche ritratto con delle splendide ragazze al margine di questo match. Eccolo… insomma, un’immagine di divertimento, di sport, di una goliardia colorata di un bambino che dovrebbe ispirare solo simpatia; e invece viene massacrato, bullizzato sui social, sulle televisioni proprio da quelli buoni che intendono difendere la nostra società in termini di diritti e di valori e di quant’altro. Questo dibattito del politicamente corretto che però non esita a massacrare mediaticamente un bambino di nove anni, questo (avviene) mentre d’altro canto 6000 bambini morti diventano un titolo di pochi secondi.  

***

Questo affresco, che ci restituisce impietosamente alcuni effetti perversi dell’ideologia woke americana, si ricollega alle parole di Rampini (QUI),  riproposte pochi giorni fa su questo blog.

Ideologia woke, razzismo contro bianchi/maschi/cattolici mascherato da buonismo verso le minoranze etniche e sessuali, suprematismo rosa, fucsia, arcobaleno: vogliamo abbeverarci anche noi a queste fonti che l’estabilishment ha messo nelle sue agende? Vogliamo anche noi abbracciare il totalitarismo del politicamente corretto e diventare buoni come gli implacabili buonisti americani?

 


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