Indi-Gregory
Indi-Gregory

 

 

di Mattia Spanò

 

Negli anni ’60 del secolo scorso il sociologo marxista francese Guy Debord pubblicò il saggio La società dello spettacolo. L’autore riprende l’incipit de Il Capitale di Karl Marx, che descrive la modernità come una “immensa accumulazione di spettacoli”.

In questi giorni l’opinione pubblica si è divisa – strano: non lo fa mai – a proposito della morte di Indi Gregory, la bambina inglese terminale alla quale sono state sospese le cure e l’assistenza.

Dapprima le è stata conferita d’urgenza la cittadinanza italiana, nella speranza di trasferirla al Bambin Gesù di Roma per le cure palliative (e forse non solo), dopo di che è stata sequestrata dallo Stato inglese sottraendola alla potestà dei genitori, che non hanno potuto far altro che guardarla morire.

Uno supplizio di cui è difficile anche parlare. Non si è uccisa soltanto la bambina –sarebbe morta comunque, ma esiste un modo di morire che è diverso da tutti gli altri – ma anche il ruolo del padre e della madre. Per certi versi, è l’aspetto più cupo della vicenda.

Cosa c’entrano Debord e Marx con la piccola Indi? C’entrano perché della piccola Indi si è fatto immagine e spettacolo, come di Alfie Evans e Charlie Gard prima di lei (e diversi altri bambini). Un genere molto particolare di spettacolo: l’esecuzione pubblica.

Non per impiccagione, non con la ghigliottina o la sedia elettrica ma per estinzione. Con un surplus di perfidia: l’obbligo per i parenti stretti di assistere all’abominio. Sottoponendo l’opinione pubblica – in genere sentimentale e poco incline alla speculazione – all’ordalia della speranza puntualmente castigata dalla cruda realtà: non morte naturale, ma omicidio plurimo. Si capisce bene l’espressione finale del padre: nostra figlia è morta, e noi con lei. Questo è l’uccisione di un figlio per i genitori.

Dunque, lo Stato, nella sua forma più degradata di barbarie, ha eseguito la condanna a morte di un’innocente per vili motivi: curare costa.

Non esiste bambino piccolo che sopravviverebbe più di qualche giorno senza che ci si prenda cura di lui. Tutto è cura: allattarlo, cambiargli il pannolino, pulirgli il nasino, tenerlo al caldo, cantargli una nenia, accarezzarlo. Quello che si è consumato è stato un sacrificio umano, con il soprammercato della spettacolarizzazione. Che tutti vedano l’accumulo di spettacoli. Tutti capiscano non a chi appartiene la vita, ma chi detiene la morte. Il che include naturalmente le manifestazioni di sentimenti pelosi: ciao piccolo angelo, buon viaggio e via dicendo.

Il messaggio della rappresentazione spettacolare è di elementare potenza: i bambini appartengono allo Stato – né più né meno un demonio, puro spirito, disincarnato nelle parole – che può ucciderli a piacimento sotto il naso di coloro che li amano. Ciò che in nessun modo dà la vita, la può distruggere nella sua forma più pura e vicina a Dio.

La nascita e l’agonia sono i due momenti della vita in cui chiunque fa i conti con il proprio nonnulla. Qualcosa che non è nulla ma quasi, in equilibrio precario fra la grazia e l’oblio. Lo Stato mette il proprio marchio su questo fatto contro l’amore dei genitori. Lo stesso Stato che punisce una madre, Alessia Pifferi, che lascia morire la figlia di stenti per futili motivi.

Qual è allora la differenza? La semplice rivendicazione della potestà di morte. Indi Gregory sarebbe morta? Certamente. Allora perché ucciderla? Non si sfugge a questa evidenza elementare che riguarda la vita di ognuno.

Prima o poi dovremo fare i conti con l’odio omicida che la nostra società nutre nei confronti dell’infanzia. L’aborto di massa, questi omicidi rituali stabiliti per provvedimenti legali e giochi di parole – la morte “best interest” – la pedofilia, il rifiuto pervicace della natalità – le donne non vogliono più avere figli – le transizioni sessuali in giovanissima età, il restringimento degli spazi pubblici destinati ai bambini, la compressione e lo snaturamento della scuola.

Viene da domandarsi, su un piano più elevato, se gran parte del nostro benessere ormai scemante non sia dovuto ad un patto col diavolo che esige un tributo massiccio di sangue innocente. Ad esempio, barattando la domotica – puoi dialogare col frigorifero e la lavatrice, povero idiota – con la presenza di bambini in case sempre più vaste e sempre più vuote.

Mi rendo conto che sia un’ipotesi ardita e impopolare, tuttavia andrebbe esaminata. Bisogna affidarsi a conoscenze e credenze antiche per farlo, come quella che il diavolo non rispetta mai i suoi patti.

Per il resto, in ambito civile la nostra opulenza si riduce ad un fatto basico: il diritto di morire, possibilmente crepare. Tutto ormai ci parla di morte, e quel che è peggio nessuna speranza nella vita eterna.

 


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