Papa Francesco (Foto AP Photo/Markus Schreiber)
Papa Francesco (Foto AP Photo/Markus Schreiber)

 

 

di Salvatore Scaglia

 

Effettuando un’osservazione di lungo periodo e non atomistica, che leghi cioè tra loro diversi atti di questi ultimi anni, si possono cogliere nell’odierna realtà ecclesiale una serie di indicazioni del fatto che l’inclusione prende sempre più il posto della salvazione: l’imperativo categorico, infatti, è ormai quello di accogliere, integrare, includere appunto, ma non di salvare.

Meglio: l’obbiettivo è quello di salvare sì, ma alle condizioni dell’uomo, non a quelle di Dio.

A tracciare questo alveo opera già l’ambiguo capitolo VIII di Amoris Laetitia (2016), così problematico da avere indotto quattro Cardinali a redigere cinque Dubia, cui la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere semplicemente con un sì o con un no; è vero o è falso; secondo l’insegnamento di Gesù nel Vangelo (cf. Matteo 5, 37). È noto, però, come ai Cardinali, ancorchè figure istituzionali che “assistono il Romano Pontefice” e gli prestano “la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale” (Codice di Diritto Canonico, can. 349), non sia mai stata data risposta, mentre due dei quattro nelle more sono passati a miglior vita.

Tuttavia, e d’altro canto, proprio sulla base di Amoris Laetitia, i Vescovi Argentini hanno stabilito che la convivenza more uxorio, in certi casi, non costituirebbe un ostacolo per l’assoluzione sacramentale e l’accesso all’Eucarestia degli stessi conviventi e Francesco, con apposita e sollecita lettera, ha confermato la loro posizione perchè “non c’è altra interpretazione”, ha scritto.

Non era sufficiente, dunque, la precedente riforma dei processi canonici di nullità matrimoniale (2015), che nei fatti ha reso assai più agevoli e celeri le dichiarazioni di invalidità del sacramento matrimoniale, anche attraverso l’eliminazione del principio della doppia decisione conforme, stabilito a tutela dell’indissolubilità delle nozze dal Papa Benedetto XIV nel 1741. Ad avviso di Bergoglio occorreva estendere ancora di più le possibilità di fruizione dei sacramenti, a prescindere dall’interruzione dello stato di peccato.

Secondo la Dichiarazione di Abu Dhabi (2019), poi, siglata dallo stesso Francesco assieme al Grande Imam Al-Tayyeb, tutte le religioni sarebbero riferibili non solo alla “sapiente volontà divina”, ma anche all’atto della creazione, a smentita de facto della pienezza della verità che è solo in Cristo. Che, anzi, è Cristo (cf. Giovanni 14, 6) e che la Chiesa ha il dovere (non la mera facoltà) di annunciare sempre e in ogni luogo perchè Egli è la luce del mondo (cf. Concilio ecumenico Vaticano II, Lumen Gentium 3). Se, dunque, non “è mai lecito” per “alcuno indurre gli uomini con la costrizione ad abbracciare la fede cattolica contro la loro coscienza” (Codice di Diritto Canonico, can. 748, § 2), non ogni religione, sotto il profilo della verità, è uguale o assimilabile all’altra, a tal segno che si possa sostenere – come fa Bergoglio ad Abu Dhabi – che il pluralismo religioso sia frutto di una “sapiente” e creazionale “volontà divina”. il verbo attuale, però, anche in questo caso, non è quello della verità, bensì quello dell’inclusione, la più ampia possibile.

Invero dalla celebrazione in Vaticano della divinità pagana Pachamama – oggetto persino di una moneta pubblicizzata nell’Ottobre 2020 – allo sdoganamento dell’uso di linee cellulari di feti abortiti nei vaccini, segnatamente in quelli anti-Covid, si nota come le vedute in materia di fede e morale di Jorge Mario Bergoglio si traducano in una sempre maggiore confusione tra Chiesa, mondo e altre religioni, in una inclusione ad ogni livello che fa perdere di vista la salvezza. La salvezza, in altri termini, dev’essere immanente, già su questa terra, alle condizioni degli uomini, non a quelle di Dio.

Da questo punto di vista non può destare quindi meraviglia la recentissima Dichiarazione Fiducia supplicans, emanata dal neo-nominato Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede Cardinal Víctor Manuel Fernández, che permette la benedizione di coppie irregolari –  non unite cioè da vincolo matrimoniale -, anche dello stesso sesso. Benedizione che di fatto, anche se non formalmente, accosta queste relazioni a quelle matrimoniali e genera ulteriore confusione, come dimostra la pronta e ferma opposizione di numerose Conferenze Episcopali nazionali nonché di singoli Vescovi della cattolicità. 

Ma, al netto di altre considerazioni, è oltremodo interessante quanto scritto sul finire della Dichiarazione appena menzionata, che vuole “offrire un contributo specifico e innovativo al significato pastorale delle benedizioni, che permette di ampliarne e arricchirne la comprensione classica strettamente legata a una prospettiva liturgica. Tale riflessione teologica, basata sulla visione pastorale di Papa Francesco, implica un vero sviluppo rispetto a quanto è stato detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa”.

Ora, a parte l’infelicità della formula che confessa il legame di stretta dipendenza personale tra Fernández e Bergoglio, ancora una volta il “Magistero” e i “testi ufficiali della Chiesa” poco o nulla contano di fronte alla “visione pastorale di Papa Francesco”.

È chiaro perciò come si stia sempre più sviluppando (per usare lo stesso termine testè citato nella Dichiarazione) una chiesa svincolata dai fondamenti perenni della Chiesa Cattolica: la Scrittura e la Tradizione. Tradizione che è anche il portato di quanto prodotto dal cammino del Popolo di Dio in duemila anni di storia, pure grazie al contributo di Padri e Dottori, santi e martiri.

Produzione, questa, che Isaia in compendio definisce come la roccia: “Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati […]. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Isaia 51, 1-2).

È a questa roccia, peraltro, che è profondamente avvinta la “pietra” di Simon Pietro (cf. Matteo 16, 18). Una roccia-pietra formata da continuità, che, certamente, non esclude la novità, ma che la fonda, perché sia senza rottura, su Abramo, su Sara, su Cristo stesso. È, insomma, questa una roccia-pietra che garantisce che la Chiesa edificata sia, non già quella degli uomini, ma quella di Gesù (cf. Matteo 16, 18), per cui è solo su questa che non prevarranno le porte degli inferi (cf. ibidem).

Invero è esclusivamente a tali condizioni che uno solo, Abramo e Simone, può essere chiamato e moltiplicato, per dirla con Isaia; che uno solo non esprimerà la sua, individuale e fallibile, parola, ma la Parola, infallibile, di Dio, che parla attraverso un popolo e ad un popolo.

Pertanto, essenzialmente, si dovrebbe porre una domanda al Cardinale Fernández: su quale roccia-pietra è impostata la “visione pastorale di Papa Francesco” ?

Perché da troppo tempo e con riferimento a troppe posizioni di Bergoglio è vieppiù evidente come sia emersa una chiesa personale nella Chiesa universale, ossia – dal latino “universus”, tutto – di tutti i tempi e di tutti i luoghi; e in questo senso Cattolica (dal greco καθολικός, appunto “universale”).

Una chiesa personale perché imperniata sulle visioni di uno.

Personale perché alla persona umana di uno risponde, come dimostrano, tra l’altro, i trattamenti molto poco misericordiosi riservati a chi (dal Vescovo Strickland al Cardinal Burke), nel nome della verità di sempre, ha il coraggio di non uniformarsi al ‘nuovo corso’ o di non fare finta di nulla, come invece preferiscono in tanti, in attesa che passi la buriana.

Una chiesa personale perchè include e salva alle condizioni degli uomini, non a quelle di Dio. Laddove le condizioni degli uomini sono quasi la pretesa che il peccato diventi diritto. Pretesa ammantata dalla convinzione che l’uomo contemporaneo sia talmente fragile da non potere fruire della grazia divina, il che giustificherebbe la necessità di una salvezza tutta terrena, inclusiva, proprio a causa di questa sfiducia nell’uomo. Sfiducia che, tuttavia, è contemporaneamente anche nei confronti di Dio, che quest’uomo – pure quest’uomo, come quello di ogni tempo – ha redento mediante il sacrificio della croce di suo Figlio Gesù Cristo.

La Chiesa Una Santa Cattolica e Apostolica non dimentica la roccia-pietra, la Parola inequivoca che Cristo rivolge all’adultera, come ad ogni peccatore (in Giovanni 8, 11): “Neanch’io ti condanno” (misericordia), ma “va’ e d’ora in poi non peccare più” (verità). La misericordia precede, sì, la verità, ma non la scalza perché “Misericordia e verità s’incontreranno” (Salmo 84, 11): procedono insieme, indissolubilmente, cattolicamente.

È questa la vera benedizione di Dio: il “bene” “dicere”, il bene che il Signore annuncia ad ogni persona per il suo bene, costituito non dalla sua inclusione a prescindere, bensì dalla sua conversione e salvezza.  

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments