di Occhi Aperti!

 

Eccoci giunti nel tempo liturgico più importante per la Chiesa e per ogni fedele; un tempo che esprime il suo senso più profondo e arriva al suo culmine sulla vetta della Croce, la sola in grado di condurre alla Risurrezione.

Per crucem ad lucem.

Questo brevissimo motto porta con sé – racchiuso in quattro parole, proprio come fossero bracci del “legno” e sintesi dei quattro Vangeli – il messaggio universale più importante: non v’è luce né salvezza senza la Croce di Cristo.

Per comprendere la Pasqua come “passaggio”, la Lettera Apostolica Salvifici Doloris offre tuttora spunti densi e indimenticabili. San Giovanni Paolo II, il cui papato è stato all’insegna del dolore e della crocifissione, anche personale, in essa, così si esprimeva:

“La Croce di Cristo getta in modo tanto penetrante la luce salvifica sulla vita dell’uomo e, in particolare, sulla sua sofferenza, perché mediante la fede lo raggiunge insieme con la risurrezione: il mistero della passione è racchiuso nel mistero pasquale. […]

Alla prospettiva del Regno di Dio è unita la speranza di quella gloria, il cui inizio si trova nella Croce di Cristo. […] Il motivo della sofferenza e della gloria ha la sua caratteristica strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il riferimento alla Croce ed alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima di tutto la manifestazione della gloria, che corrisponde all’elevazione di Cristo per mezzo della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli uomini lo spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in tutta pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò insieme se stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e nell’umiliazione tutta la sua grandezza messianica. […]

 Nel mistero pasquale Cristo ha dato inizio all’unione con l’uomo nella comunità della Chiesa. Il mistero della Chiesa si esprime in questo: che già all’atto del Battesimo, che configura a Cristo, e poi mediante il suo Sacrificio – sacramentalmente mediante l’Eucaristia – la Chiesa di continuo si edifica spiritualmente come corpo di Cristo. In questo corpo Cristo vuole essere unito con tutti gli uomini, ed in modo particolare egli è unito con coloro che soffrono. […]

 Ecco, infatti, colui che soffre in unione con Cristo – come in unione con Cristo sopporta le sue «tribolazioni» l’apostolo Paolo – non solo attinge da Cristo quella forza, […] ma anche «completa» con la sua sofferenza «quello che manca ai patimenti di Cristo». In questo quadro evangelico è messa in risalto, in modo particolare, la verità sul carattere creativo della sofferenza. La sofferenza di Cristo ha creato il bene della redenzione del mondo. Questo bene in se stesso è inesauribile ed infinito. Nessun uomo può aggiungervi qualcosa. Allo stesso tempo, però, nel mistero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell’uomo. In quanto l’uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo – in qualsiasi luogo del mondo e tempo della storia -, in tanto egli completa a suo modo quella sofferenza, mediante la quale Cristo ha operato la redenzione del mondo.

 Questo vuol dire, forse, che la redenzione compiuta da Cristo non è completa? No. Questo significa solo che la redenzione, operata in forza dell’amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta ad ogni amore che si esprime nell’umana sofferenza. In questa dimensione – nella dimensione dell’amore – la redenzione già compiuta fino in fondo, si compie, in un certo senso, costantemente. Cristo ha operato la redenzione completamente e sino alla fine; al tempo stesso, però, non l’ha chiusa: in questa sofferenza redentiva, mediante la quale si è operata la redenzione del mondo, Cristo si è aperto sin dall’inizio, e costantemente si apre, ad ogni umana sofferenza. Sì, sembra far parte dell’essenza stessa della sofferenza redentiva di Cristo il fatto che essa richieda di essere incessantemente completata”.

L’attraversamento del Mar Rosso, come popolo di Dio e come individui, per catapultarci dalla sponda della morte a quella della vita con Cristo, necessita non solo di consapevolezza ma di adesione scelta e voluta in ogni istante. La vera sequela è esattamente questo.

La croce, già strumento del più terribile fra i supplizi […], per il cristiano è l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza: dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. […]

Nel legno della croce Tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché da dove sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero dell’Eden traeva la vittoria, dall’albero della croce venisse sconfitto” […]  (dal Messale Romano, ultima edizione).

 

San Giovanni Paolo II, nell’Udienza che tenne il 18 aprile 1979, rimarcava la forza e la potenza salvifica della croce con queste parole, forse non sapendo ancora quanto la sua stessa vita avrebbe dato testimonianza al valore redentivo del dolore vissuto in sinu Jesu:

Un pensiero, ormai consueto, ma sempre nuovo e vivamente sentito, desidero rivolgere a quanti di voi sono sofferenti. Le piaghe gloriose di Cristo risorto valgano a illuminare e sanare le vostre ferite, fisiche e morali, tuttora aperte e doloranti. Ricordate la massima ascetica: Per crucem ad lucem”, cioè: attraverso le sofferenze della Croce si giunge alla beatitudine della luce. Sappiate che Cristo con la sua Risurrezione ha riscattato e redento il dolore, il quale ha così acquistato la sua dignità, essendo stato chiamato ad uscire dalla sua inutilità e a diventare fonte positiva di bene e segno luminoso di speranza non fallace”.

Oggi, disgraziatamente, lo spirito gaudente del mondo ha soffocato – all’interno della stessa Chiesa e in palese antitesi all’esortazione “Gaudete in Domino semper” – il grido di dolore in cui la crocifissione di Cristo rivelava di far nuove tutte le cose. Ma coloro che han scelto Cristo – e non Dioniso! – avranno come pegno, in eredità, la risurrezione dopo lo croce.

 Questo il messaggio di speranza trasmesso dal Papa polacco, sempre durante l’Udienza di quel lontano 1979:

“Haec dies quam fecit Dominus”.

Tutti questi giorni, fra la Domenica di Pasqua e la Domenica seconda dopo Pasqua “in Albis”, costituiscono in un certo senso l’Unico Giorno. La liturgia si concentra su un Avvenimento, sull’unico Mistero. “È risorto, non è qui” (Mc 16,6). Compì la Pasqua. Rivelò il significato del Passaggio. Confermò la verità delle sue parole. Disse l’ultima parola del suo messaggio: messaggio di Buona Novella del Vangelo. Dio stesso, che è Padre cioè datore della vita, Dio stesso che non vuole la morte (cf. Ez 18, 23-32) e “ha creato tutto per l’esistenza” (Sap 1,14), ha manifestato fino in fondo, in lui e per lui, il suo Amore. L’amore vuol dire la Vita.

La Risurrezione è la definitiva testimonianza della Vita cioè dell’Amore.

“Mors et vita duello / conflixere mirando. / Dux vitae mortuus / regnat Vivus!”.

“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa (Sequenza di Pasqua).

“Ecco il Giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24): “Excelsior cunctis, lucidior universis, in quo Dominus resurrerit, in quo sibi novam plebem… regenerationis spiritu conquisivit, in quo singulorum mentes gaudio et exsultatione perfudit” (“più sublime di tutti, più luminoso di tutti; nel quale il Signore è risorto; nel quale si è conquistato un nuovo popolo… mediante lo spirito di rigenerazione; nel quale ha riempito di gaudio e di esultanza l’anima di tutti” (S. Agostino, Sermo 168 in Pascha, X, 1; PL 39,2070).

Questo Unico Giorno corrisponde, in un certo modo, a tutti i sette giorni, di cui parla il libro della Genesi, e che erano i giorni della creazione (cf. Gen 1-2). Perciò li festeggiamo tutti in questo unico giorno. Per questi giorni durante l’ottava celebriamo il mistero della nuova Creazione. Questo mistero si esprime nella Persona di Cristo Risorto. Egli stesso è già questo Mistero e costituisce per noi il suo annunzio, l’invito ad esso. Il lievito. In virtù di questo invito diventiamo tutti in Gesù Cristo la “nuova creatura”.

Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio… ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5,8).

“Accetta la sconfitta per attuare la vittoria”, allora, è qualcosa che dovrebbe risuonare nel cuore di ogni cristiano, ben sapendo che, anche riguardo all’attuale situazione della Chiesa e secondo un ben noto pensiero del grande scrittore cattolico G. K. Chesterton:

Il Cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma, alla fine, è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro”.

 

Nota:

Occhi Aperti! è lo pseudonimo di una persona realmente esistente.

 

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