Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

 

Preambolo

Dopo aver preso in mano il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, mi sembra utile aiutarci ad approfondire come la verità della “dottrina cristiana” sia chiamata a divenire “esperienza cristiana”. Per fare questo occorre un “metodo”. A questo scopo ci sono stati “maestri”, e tuttora lo sono, Karol Wojtyła, divenuto poi Giovanni Paolo II, e santo canonizzato, e con lui e dopo di lui Benedetto XVI.

È un metodo che parte dalle domande “esistenziali” – chiaramente non in senso “modernista”, ma dove con questa parola intendo “incarnare” quegli aspetti che un tempo si sarebbero qualificati con il termine, oggi troppo spesso sbiaditosi e snaturatosi, di “spirituali” – di ogni essere umano.

Dalla ricerca del “senso” della vita e della realtà, al “senso religioso”, fino al rapporto tra fede e ragione. Un cammino solido, che sappia «rendere ragione della speranza» (1Pt 3,15) cristiana necessita di fondare la “morale” su una concezione dell’uomo, un’“antropologia”; e di fondare a sua volta l’“antropologia” su una concezione di tutto, dell’essere, su una “metafisica”, insieme alla quale radicare il dato della Rivelazione.

Una lettura “fenomenologica” (nel senso etimologico della parola) dell’esperienza dell’uomo giunge, in tal modo, a riscoprire la “metafisica” come suo “fondamento” e a incontrare in un modo non meccanicamente ripetitivo, ma interessante, l’intera sintesi tomista.

Un riscontro non secondario, in tal senso, viene offerto anche dal percorso compiuto delle nostre scienze più avanzate che, messesi alla ricerca di una “teoria dei fondamenti” per poter procedere nell’affronto dei nuovi problemi legati alla “complessità” degli organismi viventi, di quelli fisici organizzati, e alle teorie cognitive, stanno ampliandosi, con la “possibilità” di riscoprire con i loro metodi e il loro linguaggio, proprio una metafisica che ben si confronta con quella antica, aristotelico-tomista.

L’esperienza cristiana ne guadagna un “respiro” che dà il coraggio di sostenere quella “sfida culturale”, con il mondo contemporaneo, che Giovanni Paolo II lanciò con il suo grido «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (Omelia del 22 aprile 1978) e Benedetto XVI rilanciò provocando l’umanità a «vivere come se Dio esistesse» (Ai giornalisti, 7 ottobre 2010).

L’essere accomunati idealmente da questa “sfida”, ma anche fisicamente riunendosi periodicamente – magari anche in videoconferenza se si è impediti dal farlo “in presenza” – per un lavoro “positivo” di formazione basato sul Catechismo e su un testo che guidi anche “esistenzialmente” (“spiritualmente”) il cammino comune, percorso a piccoli gruppi di persone che cercano di essere fedeli alla vera natura della Chiesa, restituisce l’esperienza di avere un “luogo” al quale riferirsi e nel quale potersi sentire “a casa propria”, pur nella provvisorietà dell’esistenza terrena.

Di questi “luoghi” che un tempo sono stati oltre alle parrocchie, i monasteri, i conventi le confraternite di famiglie nelle contrade cittadine, e negli anni più vicini a noi, i “movimenti ecclesiali”, oggi sembra non esserci rimasta quasi più traccia. Tutto sembra essersi “liquefatto” e diluito nel conformismo al nulla del “pensiero unico” e dei poteri del mondo.

Il lavoro “positivo” che siamo chiamati a fare, ora, per la salvezza della nostra e altrui anima, cioè per la “verità della vita”, è allora quello di ripristinare e rigenerare, anche in piccolo, questi “luoghi della fede” nei quali si può respirare l’ossigeno della sana dottrina, il clima buono della Chiesa, il “buon profumo di Cristo”.

 

Il punto di partenza

Il problema dei cristiani del nostro tempo insieme a quello primario di un arricchimento dottrinale del patrimonio della loro fede, sempre più necessario, è anche quello di individuare un “metodo” per “viverla”. Senza questo non c’è vita di fede, non ci può essere di conseguenza neppure missione, perché ciò che non è vissuto non è credibile, ciò che non è illuminato con la giusta luce non risalta in tutto il suo valore né agli occhi di se stessi né a quelli altrui. Un tempo, in luogo del termine “metodo”, si sarebbe parlato di una “regola”, guidati dalla quale percorrere il cammino cristiano. Non c’era confraternita laica che, analogamente agli ordini religiosi, non avesse una sua “regola”, un suo modo proprio di guidare spiritualmente i suoi appartenenti.

Da dove partire allora per mettersi, oggi, nella giusta prospettiva? Potremmo, un po’ schematicamente, riassumere in due dati elementari il tracciato che l’enciclica Redemptor hominis di san Giovanni Paolo II percorre nel suo giudizio sul mondo odierno.

– Il primo dato riguarda la condizione di “smarrimento” in cui l’uomo d’oggi si trova dopo l’inizio della “crisi” di quei “miti moderni” che sono le ideologie, come è descritto nei nn. 15 e 16.

«L’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani, e, ancor più del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme attività dell’uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di alienazione, nel senso che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno, parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi frutti si rivolgono contro l’uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono essere diretti contro di lui.

In questo sembra consistere l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga e universale dimensione. L’uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire.

Deve nascere, quindi, un interrogativo: per quale ragione questo potere, dato sin dall’inizio all’uomo, potere per il quale egli doveva dominare la terra, si rivolge contro lui stesso, provocando un comprensibile stato d’inquietudine, di cosciente o incosciente paura, di minaccia, che in vari modi si comunica a tutta la famiglia umana contemporanea e si manifesta sotto vari aspetti?» (Redemptor Hominis, n. 15).

Si tratta di quella che successivamente si è manifestata come una, sempre più drammatica “crisi di vivibilità” della condizione umana, sia a livello “individuale”, che “domestico-familiare”, che “sociale”.

– Il secondo dato dato riguarda il “motivo fondamentale” (le “cause” profonde e non appena quelle strutturali di livello più materiale, o al massimo psicologico) di questo smarrimento che viene identificato nello stesso testo – attraverso un giudizio suggerito dalla fede, oltre che da un’evidenza di per sé naturale – nella perdita del “senso della creaturalità”, ovvero dell’appartenenza dell’uomo a Dio. La sfida culturale alla modernità, che ha fondato tutta la sua civiltà sul principio di autonomia totale dell’uomo rispetto a Dio, fino alla dichiarazione dell’inutilità di Dio – o che è lo stesso della sua morte – è stata lanciata dal Papa con la ricostruzione e la riproposizione di una “antropologia della creaturalità” ovvero dell’appartenenza dell’uomo al Creatore.

Significativamente, anni dopo, sarà Benedetto XVI a farci intendere, quasi suggerendolo indirettamente, che la perdita della “coscienza della creazione” ha la sua origine più radicale nel “peccato originale”, il primo peccato contro Dio Creatore. Emblematica è la sua lapidaria affermazione: «Questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”», riportata da Francesco parlando ai vescovi Polacchi, in occasione della GMG, tenutasi a Cracovia nel luglio del 2016.

Questa “antropologia della creaturalità” è alla base di quell’approfondimento della coscienza che anche ai credenti tocca compiere e che il Concilio sollecita. Si tratta di un approfondimento di quel livello della coscienza che nello studio sul Concilio dell’allora cardinale K. Wojtyla è chiamato «coscienza della creazione», nel senso di coscienza della creaturalità dell’uomo (K. Wojtyla, Alle fonti del Rinnovamento, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1981).

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