Benedetto XVI
Benedetto XVI

 

 

di Michael Galster

 

Nella sua lettera di risposta alle accuse contenute nel rapporto sugli abusi dello studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco, il papa emerito Benedetto XVI si scusa ancora una volta per le “offese e gli errori che si sono verificati in vari luoghi durante il suo mandato”. Parla pubblicamente del suo “grande dolore” e della sua “profonda vergogna”. Esprime la “sincera richiesta di scuse a tutte le vittime di abusi sessuali” da parte di sacerdoti. Molte persone attente sentono letteralmente come soffre ancora oggi, ed è per questo che chiede a tutti i fedeli di pregare per lui. Questo è ciò che ogni persona imparziale può leggere nella dichiarazione dell’8 febbraio sulla perizia del suddetto studio legale riguardo alle accuse di abuso nella diocesi di Monaco. Si può vedere il modo in cui affronta profondamente la questione della colpa e come si affida al suo giudice finale. Ed è quello che percepisce la maggior parte della gente in Italia e in tutto il mondo, anche oltre l’ambiente cattolico e cristiano.

Non così nel suo paese d’origine, la Germania. Anche sul portale ufficiale della Chiesa cattolica www.katholisch.de predominano i commenti negativi: “Colpa senza responsabilità personale – Benedetto XVI vuole avere la coscienza pulita. Ma l’emerito rimane vago – invece di un esame di coscienza, c’è una catechesi”, è il commento del giornalista Felix Neumann pubblicato in data 9.2.22. Oppure: “La dichiarazione personale di Benedetto non può soddisfare. Era sì attesa con ansia, e ora è arrivata: ma la dichiarazione personale di Benedetto sul rapporto sugli abusi di Monaco lascia domande aperte e non può soddisfare”, commenta Tobias Glenz lo stesso giorno sullo stesso portale. Oppure, il rinomato canonista Thomas Schüller, che già prima della dichiarazione di Benedetto, nel corso di una trasmissione televisiva sul primo canale tv pubblico, di fronte a milioni di spettatori, ha definito il Papa emerito un “bugiardo”, sostenendo che “lui (Benedetto XIV) avrebbe parlato di errori e misfatti, senza fare però nessun addebito a se stesso. Non sarebbe disposto ad accettare la “responsabilità personale” e a trarre “conseguenze personali”. Così facendo, “ri-traumatizzerebbe i sopravvissuti alla violenza sessualizzata”.

Tutto questo nonostante il fatto che nell’indagine non è stata provata nessun’errata condotta personale da parte di Benedetto. Il suddetto studio legale, incaricato dell’indagine, esprime un sospetto, parlando di “alta probabilità” di favoreggiamento e di copertura degli abusi. Ma allo stesso tempo ammette di non essere in grado di confermare il sospetto con i fatti.

La “supposizione” degli avvocati ignora completamente il fatto che Benedetto è stato un pioniere nella lotta contro gli abusi già negli anni ’80, in un periodo in cui la società e l’opinione pubblica in Germania erano generalmente ancora insensibili verso la questione degli abusi sessuali sui minori. Ma non tutti: le avanguardie progressiste nelle scienze e nella politica dell’epoca chiedevano la legalizzazione degli atti sessuali tra adulti e bambini e spingevano per un corrispondente adattamento del diritto penale. Negli anni ’70 e ’80 fino agli anni ’90, hanno sostenuto che gli atti sessuali tra adulti e minori non generano necessariamente effetti dannosi sullo sviluppo dei bambini. Tali effetti negativi dovrebbero essere provati per ogni singolo caso. Molto più dannose, sostenevano, erano le domande rivolte ai bambini nel corso delle indagini di polizia o giudiziarie, oltre che alle reazioni isteriche dei genitori. Di conseguenza, hanno chiesto la modifica del paragrafo 176 del codice penale, in cui era trattato l’abuso sessuale. E questa stessa richiesta ha trovato la sua strada nel programma del partito dei Verdi nel 1980, così come – nello spettro dei partiti di destra – nel programma dei Giovani Liberali. La misura in cui il teorema dell’innocuità degli atti pedofili ha trovato la sua strada nella cultura delle élite avanguardistiche dell’epoca è documentata nella ricerca Die Pädophiliedebatte (Il dibattito sulla pedofilia), commissionata nel 2013 dallo stesso Partito Verde (qui). Negli anni ’90, sotto la pressione del movimento femminista, questa posizione fu rivista, ma senza mettere in alcun modo in discussione le sue radici nella rivoluzione sessuale del 68 e degli anni successivi.

Tutto ciò si presenta in completo contrasto con l’opera del teologo, arcivescovo, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e infine Papa, che già a metà degli anni 80 non solo prende le prime contromisure per arginare gli abusi sui minori nella Chiesa, ma pone anche domande sulle cause del problema della pedofilia o efebofilia (inclinazione omosessuale verso ragazzi puberi e post-puberi) nella Chiesa e fuori, ponendo domande sul contesto del sistema sociale e culturale. A questo punto, si apre la prima frattura irreparabile tra le élite intellettuali della Germania e Benedetto, poiché la rivoluzione sessuale rappresenta un elemento centrale indispensabile nel cammino (ormai postmoderno) verso la libertà illimitata, verso l’autodeterminazione dell’Uomo Nuovo, propugnata dalle stesse élite. Il tema della dimensione sistemica degli abusi diventa un nuovo tabù sul quale in nessun caso non si devono fare domande. È quello il periodo in cui Ratzinger viene chiamato “Panzerkardinal”, in cui per l’élite d’avanguardia diventa una non persona. Non solo: per tutti il periodo precedente all’elezione di papa, cerca apertamente il dialogo con i grandi filosofi e teologi dell’area a sinistra della società. Le sue conversazioni con Jürgen Habermas, l’erede della Scuola di Francoforte, sono diventate particolarmente note. In questo dialogo sono emerse sorprendenti convergenze delle vedute, documentate nel volume Dialettica della secolarizzazione – Sulla ragione e sulla religione, pubblicato da Herder nel 2005. In effetti, si verificano profonde analogie tra il pensiero di Ratzinger e la Teoria critica della Scuola di Francoforte, soprattutto in merito ai rischi di una deriva tecnocratico-totalitaria. Le due scuole di pensiero sono unite dal dubbio verso l’assunto secondo il quale la liberazione delle forze produttive sola possa mettere l’emancipazione dell’umanità all’ordine del giorno della storia. Questo fatto da solo rende chiaro come l’opera di Ratzinger abbia rappresentata una sfida al monopolio delle nuove élite postmoderne di poter interpretare la realtà sociale e come tale sfida sia stata intesa da esse come una minaccia esistenziale.

Su questo sfondo può essere compreso lo spirito dell’articolo comparso l’8 febbraio 2022 sul settimanale Die Zeit, pubblicazione con cospicua influenza culturale in ambito universitario-accademico. L’autore Georg Löwisch intitola il suo articolo “I trucchi di Ratzinger” e cerca di dimostrare l’esistenza di un inganno e di un tentativo di insabbiamento intenzionale e riprovevole in ogni dichiarazione e azione dell’ex Papa. Critica la tempistica della lettera di risposta al dossier dello studio legale di Monaco, rimprovera il fatto che abbia risposto affatto, recrimina il fatto che abbia cercato l’aiuto di avvocati canonici e non, e così via. Questo articolo si inserisce in una lunga serie di pubblicazioni della rivista Die Zeit sul tema del cammino sinodale (Synodaler Weg) in Germania e delle riforme nella Chiesa, in cui la “pluralità dei punti di vista” è la grande assente. A questo punto, va notata l’enorme influenza che Die Zeit esercita attraverso il suo supplemento Christ & Welt nell’ambiente accademico cattolico.

Per comprendere la freddezza e l’astio che persiste da anni nella Chiesa cattolica tedesca nei confronti di Josef Ratzinger, è necessario dare uno sguardo alla storia. Anche se in termini numerici i cattolici da circa venti anni rappresentino il più grande gruppo religioso in Germania, questo fatto è quasi interamente dovuto al declino decennale della Chiesa protestante, alla quale all’inizio del dopoguerra appartenevano ancora i due terzi dei tedeschi. Culturalmente, la Germania rimane una nazione prevalentemente plasmata dal protestantesimo e – oggi – dal secolarismo. Nello stato nazionale tedesco, fondato nel 1871, il  cattolicesimo ha avuto per molto tempo un ruolo piuttosto subordinato e a volte è diventato un corpo estraneo nello Stato (Kulturkampfbattaglia di civiltà sotto Bismarck, pochi cattolici in posizioni di leadership e di potere nello Stato e nell’economia, ecc.). Questo sarebbe cambiato fondamentalmente solo dopo la seconda guerra mondiale, quando i cattolici si integrarono pienamente nella società, assumendo d’ora in poi anche posizioni di potere in egual misura agli altri gruppi. Da questo momento in poi, il cattolicesimo, i laici, i teologi e il clero tendevano in modo rafforzato ad adattarsi ai valori della società secolare. Ciò avrebbe presto portato a una divergenza con la Chiesa universale. Nel 1968, nella Dichiarazione di Königstein, i vescovi tedeschi rifiutarono pubblicamente l’enciclica Humanae vitae. Un’altra tappa del processo di distacco da Roma fu il Sinodo di Würzburg (1971-1975), quando furono confermate le differenze dal Magistero della Chiesa universale in merito alle questioni del celibato, della morale sessuale, del matrimonio e della famiglia.

Queste differenze non solo dovevano persistere negli anni seguenti, ma anche portare alla rottura con la dottrina cattolica universale a livello teologico, come è diventato ben visibile nel contesto del Cammino Sinodale degli ultimi due anni. Nella loro maggioranza, i teologi cattolici in Germania hanno adottato un concetto di etica della responsabilità sul campo delle tematiche Genere e Morale sessuale, il quale, rifiutando qualsiasi legame al diritto naturale, riconosce il soggettivo “voler fare il bene dell’Altro” come unico criterio a fronte del quale valutare la bontà di un’azione. La dimensione creaturale dell’essere umano risulta radicalmente svalutata, la binarietà del genere umano a livello biblico (e scientifico) è considerata socialmente irrilevante, se non viene del tutto negata. Con ripetuti riferimenti alle “nuove scoperte delle scienze sociali”, questa nuova teologia tedesca abbandona essenzialmente il suo riferimento alla teologia della creazione in favore di una radicale autodeterminazione dell’essere umano.

Come noto, il concetto brevemente descritto qui sopra rappresenta un elemento centrale del pensiero postmoderno, che ambisce al dominio culturale in tutti i paesi occidentali altamente sviluppati, mette in difficoltà il cristianesimo a livello mondiale. A tale proposito, Papa Francesco parla spesso di processo di colonizzazione ideologica. La Chiesa cattolica tedesca si trova in una posizione estremamente debole nei confronti del potere secolare. Non solo vive in un ambiente culturale fondato su una spiccata matrice protestante-secolare, ma, per di più, a livello economico dipende dalla benevolenza dello Stato, in quanto quest’ultimo, attraverso il sistema fiscale, unico al mondo sui generis, procura alla Chiesa cospicui proventi finanziari. Di conseguenza, visto che la Chiesa è finanziata dallo Stato, l’opinione pubblica, l’opinione pubblicata e lo stesso Stato si sentono legittimati a esigere che la Chiesa attui al suo interno riforme secondo i propri criteri. Riforme richieste in nome della lotta contro gli abusi sessuali che non hanno alcuna relazione con le cause reali degli abusi, né con gli abusi all’interno della Chiesa cattolica né con quelli all’esterno. Per riforme si intendono soprattutto riforme riguardanti la morale sessuale, il sacerdozio femminile, la benedizione delle coppie omosessuali, il celibato e il ruolo dei vescovi, i quali – a prescindere dalla ragione insita alle stesse riforme – non hanno alcun legame con il problema degli abusi. Invece, il problema della pedofilia è presentato al pubblico in prevalenza come un fenomeno specificamente cattolico, anche se i dati di confronto dimostrino che si tratta di un problema sociale di più ampia portata. Per esempio, lo Spiegel, insieme alla pubblicazione Die Zeit il settimanale più importante in Germania, in data 11.05.2020 riporta 15.936 denunce per abusi sessuali registrate dalla polizia o dal pubblico ministero. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, in un articolo della stessa rivista del 03.07.2019, si legge: “Il numero assoluto di denunce fatte nel settore ecclesiastico durante il periodo in esame ammonta a una cifra sotto i dieci casi l’anno”. L’articolo che fornisce questa informazione – la quale va vista comunque con prudenza, data l’approssimazione con cui i media trattano l’argomento – porta il titolo: “Il numero di accuse di abuso contro il clero cattolico è rimasto invariato durante gli ultimi dieci anni”. Un altro esempio per il modo come il potere secolare esercita il potere sulla Chiesa viene fornito da un articolo, pubblicata in data 11 febbraio, sempre sullo Spiegel. È intitolato: “Lo Stato deve finalmente rompere con la Chiesa cattolica. Non c’è più motivo per riservare particolare rispetto verso essa: la Chiesa cattolica sta guardando in un abisso che si è scavata da sola. Il governo deve prendere le distanze – è già tardi”. La pressione sulla Chiesa tedesca per conformarsi alle cosiddette riforme è difficile da contrastare e il Papa Emerito Benedetto XVI simboleggia una Chiesa diversa da quella che il potere secolare esige. Su questo sfondo, per paradosso, l’astio dimostrato in Germania verso il Papa Emerito ha senso. La superficialità sul piano dei contenuti e la freddezza umana nei confronti di Benedetto da parte dell’establishment cattolico laico e clericale forse non ha nulla di personale. Potrebbe semplicemente far parte del tentativo di salvare la vita della propria Istituzione. 

 

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Versione in lingua tedesca

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Woher die Kälte der deutschen Katholischen Kirche gegenüber Benedikt XVI kommt


In seinem Antwortbrief auf die im Missbrauchsgutachten der Münchner Anwaltskanzlei Westpfahl-Spilker-Wastl enthaltenen Vorwürfe entschuldigt sich der emeritierte Papst Benedikt XVI. erneut für die „Vergehen und Fehler, die in seiner Amtszeit an verschiedenen Orten geschehen sind“. Er spricht öffentlich von seinem „großen Schmerz“ und seiner „tiefen Scham”. Er bringt die „aufrichtige Bitte um Entschuldigung gegenüber allen Opfern sexuellen Missbrauchs“ durch Priester zum Ausdruck. Viele aufmerksame Menschen spüren förmlich, wie er heute noch leidet, und deshalb bittet er alle Gläubigen um ein Gebet für sich. Das ist das, was jeder unvoreingenommen Mensch in der Stellungnahme vom 8. Februar zu dem Gutachten einer Anwaltskanzlei die Missbrauchsvorwürfe im Bistum München betreffend lesen kann. Es wird erfahrbar, wie er sich tief mit der Frage der Schuld auseinandersetzt und wie er sich seinem letzten Richter anvertraut. Und es ist das, was in Italien und auf der ganzen Welt wahrgenommen wird, weit über das katholische und christliche „Milieu“ hinaus.

Nicht so in seinem Heimatland Deutschland. Selbst auf dem offiziellen Portal der Katholischen Kirche www.katholisch.de überwiegen die negativen Kommentare: „Schuld ohne Verantwortung – Benedikt XVI. will ohne Fehl und Tadel bleiben. Doch der Emeritus bleibt im Ungefähren – statt einer Gewissenserforschung gibt es eine Katechese“, gezeichnet von Felix Neumann am 9.2.22. Oder: „Benedikts persönliche Stellungnahme kann nicht zufriedenstellen. Mit Spannung wurde sie erwartet, nun ist sie da: Doch Benedikts persönliche Stellungnahme zum Münchner Missbrauchsgutachten lässt Fragen aufkommen und kann nicht zufriedenstellen“ kommentiert Tobias Glenz am selben Tag auf demselben Portal. Oder, der renommierte Kirchenrechtler Thomas Schüller, der bereits im Vorfeld der Stellungnahme den emeritierten Papst im Rahmen einer Fernsehübertragung in der ARD vor einem Millionenpublikum als Lügner bezeichnet, meint, „dass er (Benedikt XIV) zwar von Fehlern und Vergehen spreche, sich diese aber nicht selbst anlasten würde. Er sei nicht bereit, «persönliche Verantwortung» zu übernehmen und «persönliche Konsequenzen» zu ziehen“. Damit würde er „die Überlebenden sexualisierter Gewalt erneut traumatisieren“.

Dies alles vor dem Hintergrund der Tatsache, dass Benedikt kein persönliches Fehlverhalten in der Untersuchung nachgewiesen wurde. Die oben genannte mit der Untersuchung beauftragte Kanzlei äußert einen Verdacht und spricht von „hoher Wahrscheinlichkeit“ der Begünstigung und Vertuschung des Missbrauchs, räumt im selben Moment jedoch selbst ein, diese nicht durch Fakten bestätigen zu können.

Diese Vermutung der Rechtsanwälte sieht vollkommen von der Tatsache ab, dass Benedikt bereits in den achtziger Jahren Vorreiter der Bekämpfung des Missbrauchs war, zu einem Zeitpunkt als die Gesellschaft und öffentliche Meinung in Deutschland im allgemeinen noch unsensibel gegenüber dem Thema Missbrauch waren. Aber eben nicht alle gesellschaftlichen Kräfte: Die progressiven Avantgarden in Wissenschaft und Politik forderten zu eben jener Zeit die Legalisierung sexueller Handlungen zwischen Erwachsenen und Kindern und trieben eine dementsprechende Anpassung des Strafrechts voran. In den 70er und 80er Jahren bis in die 90er hinein behaupteten sie, dass sexuelle Handlungen zwischen Erwachsenen und Minderjährigen nicht notwendigerweise schädliche Wirkungen auf die Entwicklung der Kinder hätten. Solche negativen Effekte müssten überhaupt erst in jedem einzelnen Fall bewiesen werden. Viel schädlicher seien die an die Kinder gerichteten Fragen im Rahmen polizeilicher oder gerichtlicher Ermittlungen sowie die hysterischen Reaktionen der Eltern. Folglich forderten sie die Streichung bzw. Entschärfung des Paragraphs 176 des Missbrauchs aus dem Strafgesetzbuch. Und eben diese Forderung fand Eingang in das Parteiprogramm der Grünen von 1980, ebenso wie – im rechten Parteienspektrum – in das Programm der Jungliberalen. In welchem Umfang seinerzeit das Theorem der Unschädlichkeit pädophiler Akte in die Kultur der avantgardistischen Eliten Eingang gefunden hat, ist in der Recherche Die Pädophiliedebatte, die vor von der Partei Die Grünen  in Auftrag gegeben wurde, dokumentiert ( http://www.demokratiegoettingen.de/content/uploads/2013/12/Paedophiliedebatte-Gruene-Zwischenbericht.pdf   ). In den folgenden Jahren revidiert man unter dem Druck der Feministinnen diese Position, ohne allerdings in irgendeiner Weise deren Ursprung in der sexuellen Revolution zu hinterfragen. Ganz im Gegensatz zu dem Theologen, Erzbischof und Präfekten der Glaubenskongregation und späterem Papst, der eben nicht nur erste Gegenmaßnehmen zur Eindämmung des Missbrauchs Minderjähriger in der Kirche ergreift, sondern nach den Ursachen des Problems der Pädophilie bzw. Ephebophilie (homosexuelle Neigung zu pubertären und postpubertären Jungen) in der Kirche und außerhalb in einen gesellschaftlichen Systemzusammenhang stellt. An dieser Stelle öffnet sich ein erster nicht mehr sanierbarer Riss zwischen den intellektuellen Eliten Deutschlands und Benedikt, stellt doch die sexuelle Revolution ein unverzichtbares Kernstück auf dem inzwischen postmodernen Weg zur unbegrenzten Freiheit, zur Selbstdetermination des Neuen Menschen dar. Das Thema des systemischen Zusammenhangs wird ein neues Tabu, zu dem auf keinen Fall Fragen gestellt werden dürfen. Stattdessen wird Ratzinger zum „Panzerkardinal“ und für die „progressive“ intellektuelle Elite zur Unperson. Nicht nur: In seiner „deutschen Zeit“ sucht er in seinem Ringen nach Wahrheit offen die dialogische Auseinandersetzung mit den bedeutenden Philosophen und Theologen im linken Spektrum der Gesellschaft. Besonders bekannt wurden seine Gespräche mit Jürgen Habermas, dem Erben der Frankfurter Schule. In diesem Dialog ergaben sich überraschende Übereinstimmungen der Sichtweisen, wie in dem 2005 bei Herder erschienenen Band Dialektik der Säkularisierung – Über Vernunft und Religion dokumentiert ist. In der Tat existieren weitgehende Analogien zwischen den Gedanken Ratzingers und der Kritischen Theorie der Frankfurter Schule, vor allem gegenüber der Gefahr eines technokratisch-totalitären Abgleitens der demokratischen Gesellschaften. Allein dieser Umstand macht deutlich, wie die Arbeit Ratzingers das Monopol der neuen postmodernen Eliten auf Deutungshoheit in Frage gestellt hat und von dieser als existenzielle Bedrohung verstanden wurde.

Vor diesem Hintergrund lässt sich der Artikel vom 8. Februar 2022 des Wochenmagazins Die Zeit verstehen, einer Publikation mit erheblichem kulturellen Einfluss und einer universitär-akademischen Leserschaft. Der Redakteur Georg Löwisch betitelt seinen Artikel „Ratzingers Tricks“ und versucht in jeder Äußerung und in jedem Handeln des ehemaligen Papstes ein vorsätzliches und schuldhaftes Täuschungs- und Vertuschungsmanöver nachzuweisen. Er beginnt mit der Kritik am Zeitpunkt des Antwortbriefes auf das Dossier der Münchner Rechtsanwaltskanzlei, daran dass er überhaupt geantwortet hat, dass er die Hilfe von Kirchenrechtlern und Rechtsanwälten in Anspruch genommen hat und so weiter und so fort. Dieser Artikel reiht sich reibungslos in eine lange Serie von Publikationen des Magazins zum Thema Synodaler Weg in Deutschland und Reformen in der Kirche ein, in denen das Wort Pluralität der Standpunkte als Fremdwort klassifiziert ist. An dieser Stelle ist auf den enormen Einfluss hinzuweisen, den Die Zeit durch ihre Beilage Christ & Welt vor allem im akademischen katholischen Milieu ausübt.

Um die seit Jahren anhaltende Kälte und die Hässlichkeiten, die Josef Ratzinger auch in der Katholischen Kirche entgegengebracht werden, ist es notwendig, einen Blick auf die Geschichte zu werfen. Die Katholiken stellen zwar in Deutschland seit zwanzig Jahren die zahlenmäßig größte Religionsgruppe dar, dies ist jedoch nahezu ausschließlich auf den seit Jahrzehnten anhaltenden Niedergang der Evangelischen Kirche zurückzuführen, der noch zu Beginn der Nachkriegszeit zwei Drittel der Deutschen angehörten. Kulturell bleibt Deutschland eine überwiegend durch den Protestantismus und – heute – Säkularismus geprägte Nation. Im 1871 gegründeten deutschen Nationalstaat spielt der Katholizismus lange eine eher untergeordnete Rolle und wurde zeitweise zum Fremdkörper im Staat (Kulturkampf unter Bismarck, geringe Präsenz von Katholiken in Führungs- und Machtpositionen in Staat und Wirtschaft, usw.). Dies sollte sich erst nach dem Zweiten Weltkrieg grundlegend ändern, als sich die Katholiken vollständig in die Gesellschaft integrierten und von nun an auch gleichermaßen Machtpositionen einnahmen. Von nun an tendierte der Katholizismus, Laien, Theologen und Klerus dazu, sich an die Werte der weltlichen Gesellschaft anzupassen. Und dieses Streben nach Harmonie sollte bald zu einem anhaltenden Konflikt mit der Weltkirche führen, als 1968 von den deutschen Bischöfen in der Königsteiner Erklärung die Enzyklika Humanae vitae öffentlich abgelehnt wurde. Eine weitere Etappe in dem Ablösungsprozess von Rom stellt die Würzburger Synode (1971 bis 1975) dar, als sich bei den Themen Zölibat, Sexualmoral, Ehe und Familie die Differenzen zum Lehramt der Weltkirche bestätigten.

Diese Differenzen sollten in den folgenden Jahren nicht nur fortbestehen, sondern auch auf theologischer Ebene zu dem Bruch mit der katholischen Glaubenslehre führen, wie er im Rahmen des Synodalen Wegs der letzten zwei Jahre offenbar wurde. In ihrer Mehrheit haben sich die katholischen Theologen in Deutschland in den Fragen betreffs Sexualmoral und Geschlecht ein Konzept von Verantwortungsethik zu eigen gemacht, das „das Gute zu wollen“ und zu tun als einzigen Maßstab anerkennt und jede naturrechtliche Bindung von Handlungsethik – zumindest in den Fragen von Geschlecht und Sexualmoral – verwirft. Die kreatürliche Dimension des Menschen erfährt eine radikale Abwertung, die biblische (und naturwissenschaftliche) Zweigeschlechtlichkeit des Menschen wird als sozial irrelevant eingestuft, d.h. geleugnet. Unter wiederholtem Verweis auf die “neueren sozialwissenschaftlichen Erkenntnisse” gibt diese neuere deutsche Theologie im Wesentlichen ihren Bezug zur Schöpfungsgeschichte auf, zugunsten einer radikalen Selbstdeterminierung des Menschen.

Bekanntlich handelt es sich bei diesen Positionen um Kernelemente der Postmoderne, die in allen westlichen hochentwickelten Ländern die Vorherrschaft einfordert und das Christentum generell in Bedrängnis bringt. Papst Franziskus spricht hier häufig von einem Prozess der   ideologischen Kolonialisierung. Die deutsche katholische Kirche befindet sich in einer äußerst schwachen Position gegenüber der weltlichen Macht. Sie lebt nicht nur in einem Umfeld protestantisch-säkular geprägter Kultur, sondern hängt auf der wirtschaftlichen Ebene vom Wohlwollen des Staates ab, der ihr über ein auf der Welt einzigartiges System der steuerlichen Finanzierung zu erheblichen Einkünften verhilft. Dadurch fühlen sich die öffentliche Meinung, die veröffentlichte Meinung und der Staat berechtigt, die Reformen von der Kirche zu fordern, die man nach weltlichen Kriterien für richtig erachtet – wird doch die Kirche von eben den weltlichen Instanzen finanziert. Es werden im Namen der Bekämpfung des sexuellen Missbrauchs Reformen gefordert, die in keinem Verhältnis zu den  tatsächlichen Ursachen des Missbrauchs stehen, weder zu dem Missbrauch innerhalb der Katholischen Kirche noch zu dem außerhalb. Mit Reformen sind vor allem Sexualmoral, Frauenpriestertum, Segnung homosexueller Paare, Zölibat und die Rolle der Bischöfe gemeint, und – völlig unabhängig von der Sinnhaftigkeit der Forderungen oder ihrem Gegenteil – ist kein wirklicher Bezug zum Problem des Missbrauchs ersichtlich. Stattdessen wird das Pädophilieproblem als katholisches Phänomen dargestellt, obwohl es die Vergleichsdaten als gesellschaftliches Problem ausweisen. So berichtet der Spiegel, zusammen mit der Publikation Die Zeit das bedeutendste Wochenmagazin in Deutschland, am 11.05.2020 von 15.936 polizeilich bzw. staatsanwaltschaftlich registrierten Fällen sexuellen Missbrauchs. Im Artikel desselben Magazins vom 03.07.2019 heißt es: „Die absolute Anzahl der im Untersuchungszeitraum im kirchlichen Bereich ergangenen Anzeigen liegt in einem kleinen einstelligen Bereich pro Jahr“. Eben zu dieser Information trägt der Artikel die Überschrift: „Die Zahl der Missbrauchsvorwürfe gegen katholische Geistliche ist laut einer Studie in den vergangenen zehn Jahren weitgehend gleich geblieben“. Beispielhaft für den Druck der weltlichen Macht zum gegenwärtigen Zeitpunkt ist der Titel eines am 11. Februar im Spiegel erschienen Artikels: „Der Staat muss sich endlich lossagen von der katholischen Kirche. Es gibt keinen Grund mehr für Rücksicht: Die katholische Kirche blickt in einen Abgrund, den sie sich selbst gegraben hat. Die Regierung muss auf Distanz gehen – spät genug.“ Dem Anpassungsdruck auf die deutsche Kirche bezüglich der sogenannten Reformen ist schwer standzuhalten, und der emeritierte Papst Benedikt XVI. symbolisiert eine andere Kirche als die, die die weltliche Macht fordert. Vor diesem Hintergrund ergibt die Feindseligkeit in Deutschland gegenüber dem emeritierten Papst einen Sinn. Die inhaltliche Oberflächlichkeit und menschliche Kälte gegenüber Benedikt seitens des laikalen und klerikalen Kirchenestablishment hat wahrscheinlich nichts Persönliches, sie gehören wohl nur zu dem Versuch, das Leben der eigenen Institution zu retten.

 

 

 

 

 

 

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