Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Rob Mutsaerts, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica.
Curioso sermone della ministra Sterk
Lunedì scorso la ministra Mirjam Sterk ha tenuto un curioso sermone. Non dal pulpito di una chiesa, ma in qualità di ministra dell’Assistenza a Lungo Termine, della Gioventù e dello Sport, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Teologica Protestante. Il messaggio era più o meno questo: lo Stato sociale scricchiola, vacilla e sta diventando insostenibile, quindi forse la Chiesa potrebbe riprendere in carico alcuni compiti.
Per decenni il governo olandese ha lavorato con impressionante zelo alla creazione di una società in cui praticamente ogni bisogno umano fosse tradotto in una normativa, uno sportello, un professionista e, infine, una prestazione assistenziale rimborsabile. Ciò che un tempo si chiamava famiglia, vicinato, parrocchia, congregazione o associazione è stato gradualmente sostituito da istituzioni, protocolli e bilanci. Ora quel sistema si rivela insostenibile. E a chi si rivolge? Alla Chiesa.
Sterk rimprovera alle Chiese di essersi lasciate relegare, a causa dell’ascesa dello Stato assistenziale, a quella che lei definisce «cura dell’anima». Il primo compito della Chiesa è proprio ciò che Sterk indica, in modo un po’ sprezzante, come «cura dell’anima»: annunciare il Vangelo. Adorare Dio. Amministrare i sacramenti. Esortare i peccatori alla conversione. Preparare le persone all’eternità. Questo si chiama, in effetti, cura dell’anima. La fede cattolica, inoltre, non ha mai contrapposto corpo e anima. Al contrario. Proprio perché l’uomo è creato a immagine di Dio, proprio perché in Matteo 25 gli affamati, i malati e gli stranieri ci vengono incontro come Cristo stesso, la Chiesa ha sempre fondato ospedali, assistito i poveri, accolto gli orfani, accompagnato i morenti e costruito scuole.
La carità cristiana non è una versione al ribasso dell’assistenza statale. Non è uno strumento per colmare i buchi di bilancio. Non nasce da un documento programmatico, ma dall’amore per Dio e per il prossimo. Quando un governo afferma: «Non ci viene più pagato l’assistenza, quindi le Chiese devono tornare a formare comunità in cui le persone si prendono cura l’una dell’altra», la Chiesa deve rispondere: certo, le persone devono prendersi cura l’una dell’altra. È ciò che predichiamo da circa duemila anni. Ma forse il governo dovrebbe anche riflettere sulla propria parte di responsabilità nella scomparsa di quelle comunità. Perché lo Stato sociale non si è limitato ad assumere compiti. Ha anche assorbito responsabilità. Ciò che un tempo padre, madre, figli, vicini, parrocchiani e associazioni consideravano un loro compito, è diventato gradualmente un diritto che si poteva rivendicare presso un ente. Per anni lo Stato ha detto: «Lasciate fare a noi». Ora quello stesso Stato dice: «Potreste magari tornare a occuparvene voi stessi?». E questo in un’epoca in cui l’apparato statale è cresciuto notevolmente, mentre la Chiesa è stata decimata.
Sterk ha ragione quando afferma che la nostra società ha bisogno di comunità, misericordia e carità. La carità, tuttavia, non nasce perché lo Stato ne ha bisogno. La comunità non nasce perché un politico inserisce la parola «solidarietà» in un documento. E la misericordia non si produce con un regime di sussidi. Questi sono i frutti di una cultura. E quella cultura è alimentata da convinzioni su chi sia l’uomo, sul perché sia responsabile del prossimo e sul perché una vita umana vulnerabile abbia valore, anche quando non produce alcun profitto economico.
Se lo Stato vuole davvero una «società solidale», forse non dovrebbe limitarsi a chiedersi come le chiese possano colmare le lacune dello Stato sociale. Potrebbe anche chiedersi perché le famiglie abbiano sempre meno tempo per prendersi cura degli anziani, perché le associazioni stiano scomparendo, perché le comunità si stiano sgretolando, perché l’impegno volontario affoghi nelle regole e perché così tanti legami sociali siano diventati dipendenti dai fondi pubblici. Forse lo Stato non dovrebbe organizzarsi ancora meglio. Forse, a volte, dovrebbe proprio smettere di organizzare tutto. La dottrina sociale cattolica ha una parola meravigliosa per questo: sussidiarietà. Ciò che le persone possono fare da sole, lo Stato non deve sostituirsi. Ciò che le famiglie possono fare, non deve essere automaticamente istituzionalizzato. Ciò che le comunità locali possono sostenere, non deve essere gestito da L’Aia.
Il ministro Sterk vuole che la Chiesa torni ad essere un interlocutore del governo. Ecco già un contributo a tale dialogo:
Eccellenza, la Chiesa è lieta di aiutare. Ma non siamo i vostri subappaltatori. Noi daremo da mangiare agli affamati, visiteremo i malati e assisteremo i soli. E nel frattempo continueremo a fare ciò che a quanto pare persino alcuni politici cristiani hanno un po’ perso di vista: prenderci cura dell’anima. Perché in fin dei conti è proprio questa la cura per la quale nessun ministero al mondo dispone di un bilancio. La Chiesa continuerà a ricordare all’uomo la sua destinazione eterna. Forse questa non è una soluzione al deficit di bilancio. Ma potrebbe benissimo essere una soluzione per qualcosa di più importante.
+Rob Mutsaerts
Vescovo ausiliare della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch





















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