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di Daniele Trabucco

 

Vi sono trasformazioni della vita ecclesiale che non si compiono attraverso una negazione esplicita della fede, bensì mediante un mutamento più discreto e, proprio per questo, più difficile da riconoscere, perché le parole fondamentali continuano a essere pronunciate, i simboli restano al loro posto e le opere conservano un evidente valore umano, mentre il centro teologico che dovrebbe conferire unità a tutto arretra lentamente fino a diventare uno sfondo. È quanto accade quando la carità, la solidarietà, l’accoglienza e la promozione sociale, che appartengono in modo essenziale alla missione della Chiesa, vengono presentate come se possedessero in se stesse la propria ragione ultima, senza che appaia con sufficiente chiarezza Colui dal quale esse nascono e verso il quale dovrebbero condurre. Il problema, dunque, non riguarda il bene compiuto, che può essere grande e persino eroico, bensì il rapporto tra quel bene e il suo principio, tra l’opera visibile e il fine soprannaturale che la rende propriamente cristiana.

La riflessione di san Tommaso d’Aquino permette di mettere a fuoco questo nodo con una precisione che va ben oltre la semplice citazione di autorità. Per l’Aquinate ogni agire riceve forma e intelligibilità dal fine al quale è ordinato, poiché non basta che un atto produca effetti positivi perché esso sia compreso nella sua verità piena. Il fine non si aggiunge dall’esterno all’azione, come una motivazione accessoria, ma ne determina l’ordine interno e ne chiarisce il significato. Per questa ragione la carità non coincide con la beneficenza, né può essere ridotta a una disposizione filantropica particolarmente generosa. Essa è virtù teologale perché ha Dio come origine e come termine, e perché nell’amore concreto del prossimo tende a ricondurre la persona alla comunione con Dio. Quando questo orientamento si attenua, l’opera non diventa per ciò stesso cattiva, tuttavia cambia il suo statuto, poiché resta moralmente apprezzabile sul piano umano, mentre perde quella trasparenza che dovrebbe renderla segno dell’amore di Cristo.

È precisamente questa perdita di trasparenza che sembra affiorare in non poche associazioni, movimenti e realtà ecclesiali, spesso nati dall’esempio di un santo, da un carisma riconosciuto o da una tradizione spirituale di grande ricchezza. Il loro servizio ai poveri, agli ammalati, alle persone sole, ai migranti e a quanti vivono ai margini costituisce un patrimonio che sarebbe ingiusto sottovalutare. Eppure, nella comunicazione pubblica, nella formazione interna e perfino nel modo di descrivere la propria identità, Cristo appare talvolta come il presupposto tacito di un impegno che preferisce definirsi attraverso categorie sociali e umanitarie. Si ritiene forse che le opere parlino da sole, che l’annuncio esplicito possa risultare divisivo o che la fede debba essere riconosciuta soltanto per via indiretta. In questo modo, però, la testimonianza non rimanda più con la necessaria evidenza a una Presenza che la precede, bensì tende a chiudersi nella propria esemplarità, fino al punto in cui il mezzo e il fine quasi coincidono.

Una simile impostazione non produce soltanto un impoverimento del linguaggio religioso, ma incide sulla stessa autocoscienza della Chiesa. Il cristianesimo, infatti, non nasce dalla condivisione di alcuni valori, per quanto alti, né dalla decisione di costruire una società più solidale, benché da esso derivino anche conseguenze sociali e civili di enorme rilievo. La fede cristiana nasce dall’incontro con Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, crocifisso e risorto, e ogni opera ecclesiale è autentica nella misura in cui rende percepibile questo incontro senza pretendere di sostituirlo. Quando l’utilità sociale diventa il principale criterio di legittimazione della presenza cristiana, la Chiesa finisce per cercare il riconoscimento del mondo sul terreno nel quale altre istituzioni possono agire con la stessa efficacia, mentre tace proprio ciò che nessun’altra realtà può annunciare al suo posto. Ne deriva una presenza pubblica rispettabile, talvolta ammirata, eppure sempre meno capace di generare fede.

Alla radice di questo slittamento vi è anche una precisa scelta pastorale, secondo la quale l’annuncio dovrebbe arretrare per lasciare spazio alla sola testimonianza, quasi che tra i due momenti esistesse una tensione inevitabile. La tradizione cattolica ha sempre conosciuto, invece, la loro unità profonda. La parola senza la carità diventa sterile, mentre la carità che non conduce alla verità rischia di non sapere più quale bene ultimo desideri per l’uomo. San Tommaso aiuta ancora una volta a comprendere che amare qualcuno significa volere per lui il bene, e che il bene supremo dell’uomo non può essere circoscritto al sollievo di una necessità immediata, per quanto urgente, poiché consiste nel compimento della sua vocazione a Dio. La carità cristiana non serve il povero per trasformarlo in destinatario di una prestazione, ma lo riconosce come persona chiamata alla stessa beatitudine. Se questa apertura viene rimossa, la pastorale può conservare una grande efficienza organizzativa e smarrire, nello stesso tempo, il proprio orizzonte escatologico.

In tale contesto diventa comprensibile anche la maggiore forza identitaria con cui altre religioni, tra le quali l’Islam, trasmettono i propri contenuti fondamentali. Il confronto non dovrebbe alimentare contrapposizioni sommarie, né suggerire imitazioni estranee alla natura della fede cristiana, ma dovrebbe suscitare una domanda seria sulla capacità dei cattolici di conoscere e comunicare ciò che professano. Una comunità che parla con chiarezza del proprio credo può certamente incontrare resistenze, ma rimane riconoscibile. Una comunità che preferisce limitarsi alle conseguenze morali della fede, rinunciando a dichiararne il principio, rischia invece di essere apprezzata per le opere e ignorata per la verità che quelle opere dovrebbero testimoniare. Non è dunque sorprendente che, proprio mentre si moltiplicano le iniziative ecclesiali, diminuisca la familiarità con il Vangelo, con i sacramenti, con la dottrina e con il significato stesso della redenzione.

Le parole di san Pio X sull’ignoranza delle cose religiose, indicata come causa di gravi mali, acquistano così un significato che non appartiene soltanto alla catechesi, perché l’ignoranza religiosa è anche incapacità di riconoscere l’ordine dei fini. Là dove Cristo non è più chiaramente conosciuto come principio e termine della vita cristiana, anche la carità viene interpretata secondo categorie insufficienti e la Chiesa rischia di ridursi a un’agenzia morale del corpo sociale. La risposta non consiste nel diminuire l’impegno verso l’uomo, bensì nel restituirgli tutta la sua altezza, ricordando che l’uomo non è veramente servito quando viene assistito soltanto nei suoi bisogni temporali e lasciato nell’ignoranza del proprio destino eterno. La questione decisiva, pertanto, non è scegliere tra Cristo e le opere, tra evangelizzazione e solidarietà, ma ricomporre ciò che una pastorale troppo timorosa ha separato, affinché ogni gesto di carità torni a essere ciò che dovrebbe essere, non il sostituto dell’annuncio, bensì la sua forma concreta e credibile, nella quale il mezzo non divora il fine e Cristo non rimane sullo sfondo, ma torna a essere il centro che illumina, ordina e compie l’intera missione della Chiesa.

 


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