Dio Padre onnipotente

 

 

Domenica XI del Tempo Ordinario (Anno B)

(Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34)

 

di Alberto Strumia

 

Il “clima” delle letture della liturgia di domenica scorsa è stato tutto determinato dall’azione divisiva del demonio, che:

– prima ha messo in atto l’origine di ogni divisione innescando la contrapposizione tra l’umanità appena creata – i progenitori Adamo ed Eva – e le Leggi immesse in essa da Dio Creatore («Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato», prima lettura di domenica scorsa);

– e poi ha tentato di screditare Gesù stesso facendolo apparire come uno squilibrato mentale («Dicevano infatti: “È fuori di sé”», Vangelo di domenica scorsa) e addirittura un indemoniato e un satanista («Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni»).

Al contrario il “clima” delle letture di questa domenica è tutto determinato dalla “fiducia positiva” in una “vita giusta ritrovata”, ad opera del Signore, che ha riaperto l’accesso a quella armonia tra la creatura e il suo Creatore. È a questa “fiducia positiva” (è questa, infatti, la Fede!) che le letture di questa domenica sembrano proprio volerci guidare, prendendoci quasi per mano perché non ci perdiamo d’animo.

Qui ci viene fatto toccare con mano il dato di fatto che Cristo ha vinto, che Dio è Onnipotente, che il “piano buono” del Signore va avanti inesorabilmente e i tempi del suo esito finale sono ormai sempre più brevi e ravvicinati.

In Cristo la promessa della “riparazione della giustizia” con Dio è stata realizzata e tutto si muove nella tensione verso la pienezza dell’esperienza di questo “giusto modo” di esistere. Finalmente, viene voglia di dire…

Per chi lo vuole liberamente, c’è già da ora su questa terra, l’inizio tangibile dell’esperienza di tale vita rigenerata attraverso la Fede, «già al presente cento volte tanto» (Mc 10,30).

E la vita tende “quasi” naturalmente – e in quel “quasi” si nasconde tutta l’azione della Grazia – verso quella pienezza che sta tutta intera nell’Eternità dove si vede come in un incanto la Gloria di Dio.

– Così la prima lettura si conclude con la promessa di Dio: «Io, il Signore, ho parlato e lo farò». Dichiarazione che si ritrova simile anche altrove nella Sacra Scrittura: la «parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11). E sulla bocca dello stesso Signore Gesù Cristo: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35).

Tutta la creazione rinasce e rifiorisce, non più neppure scalfita da qualsiasi forma di privazione del bene che le spetta per diritto di natura: «Sapranno tutti […] che Io Sono il Signore» (prima lettura).

L’immagine del cedro ripiantato e portato al suo pieno rigoglio profetizza e descrive tutta la positività della Redenzione operata da Cristo. È la descrizione del Paradiso restituito.

– Il salmo responsoriale è un canto di ringraziamento al Signore che anticipa quello che inizia già timidamente ora sulla terra in ogni preghiera e liturgia adeguatamente celebrata, percorrendo tutta la storia della santità, della cultura, dell’arte e della carità cristiana lungo i secoli del tempo, per arrivare a culminare nella lode eterna di Dio, nella dolce armonia di Paradiso (Dante, La divina Commenidia, Paradiso, Canto XXI).

– Nella seconda lettura san Paolo descrive l’esperienza cristiana vissuta in questo clima positivo di fiducia di chi si sente ormai, da tempo, provvisorio sulla terra e del tutto preso dalla “pienezza” eterna della quale non può ormai più fare a meno.

La terra, da tempo, “gli sta stretta”; e per quanto la vita di Apostolo gli abbia fatto toccare con mano la “portata universale” dell’Annuncio cristiano, non certo limitata ad un solo popolo, ma destinato all’umanità intera, ormai neppure questa prospettiva universale nello spazio e nel tempo gli basta più. E quando il tempo non basta più ci vuole l’Eternità.

Ma chi di noi, se ha un po’ di senso della realtà, non si sente “stretto” e in esilio nel mondo di questi nostri ultimi anni e non esige dal Signore quanto ancora gli manca, pur avendo vissuto una vita ricca di esperienza cristiana, e pur avendo conosciuto anche dei santi, avendo avuto dei maestri di vita che a pochi sono stati concessi?

Perché «camminiamo infatti nella fede e non nella visione» e questa condizione transitoria non ci basta più da tempo.

– Nel Vangelo, con le Sue parabole, il Signore descrive questo “clima positivo” di “fiducia” nel quale si sa che, comunque, le cose procedono e la verità della vita si fa inesorabilmente strada. Come un seme sotto terra che «germoglia e cresce. Come egli stesso non sa».

A Gesù stesso sembrano quasi “stare strette” le parole del nostro linguaggio umano per esprimere la pienezza del destino verso la quale il Creatore ci vuole indirizzare: «A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?».

La Vergine Maria sembra essere riuscita a racchiudere tutta questa pienezza in un semplice atto di consenso al piano del Signore su di lei («Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto», Lc 1,38). E san Giuseppe, suo sposo, addirittura nel suo agire in silenzio per favorire in tutto un piano di Dio che sapeva essere ben più grande di lui.

Con loro tutti i santi del presente e del passato sembrano ormai attrarci più di tutto il resto a voler prendere parte di questo qualcosa che è ben più grande di noi ed è voluto per il nostro bene.

È alla loro potente intercessione che ci affidiamo con “positiva fiducia”.

 

Bologna, 16 giugno 2024.

 

Facebook Comments