di Giuseppe Russo
Le parole di Maria Rita Gismondo sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid meritano attenzione, ma anche una necessaria distinzione. Non perché tutto ciò che afferma debba essere condiviso, né perché debba essere liquidato come una posizione “negazionista”. Il punto, oggi, è un altro: capire che cosa accadde realmente quando, nel pieno della pandemia, la scienza entrò nelle decisioni politiche.
La Commissione sta ascoltando protagonisti di quella stagione e alcune audizioni stanno riportando alla luce una questione fondamentale: quale fu il rapporto tra il sapere scientifico, le indicazioni degli esperti e le decisioni assunte dalla politica? Tra le persone ascoltate figurano anche Giuseppe Ippolito, componente del Comitato tecnico-scientifico, e Nicola Magrini, già direttore generale dell’AIFA.
È precisamente su questo terreno che le parole della Gismondo diventano interessanti.
Non basta dire oggi: “abbiamo seguito la scienza”
Durante la pandemia la formula “lo dice la scienza” è diventata una delle espressioni più utilizzate nel dibattito pubblico. Aveva una sua ragione d’essere: il virus era nuovo, le conoscenze erano incomplete e le istituzioni dovevano prendere decisioni in condizioni di emergenza.
Ma proprio per questo occorre ricordare una verità elementare: la scienza non è un soggetto politico e non produce ordini. Produce conoscenze, dati, ipotesi, probabilità, indicazioni e, spesso, anche incertezze.
La decisione finale appartiene alla politica.
È una distinzione essenziale. Un virologo può dire che una determinata misura appare utile sulla base delle conoscenze disponibili; un governo deve decidere se quella misura sia proporzionata, per quanto tempo debba essere mantenuta, quali costi sociali produca e quali conseguenze possa avere.
Se questa distinzione viene cancellata, accade qualcosa di pericoloso: una decisione politica viene presentata come se fosse una necessità scientifica.
E allora chi la contesta non appare più come una persona che discute una scelta politica, ma come qualcuno che “contesta la scienza”.
È probabilmente questo uno degli aspetti più importanti che la Commissione dovrebbe chiarire.
L’incertezza non è un difetto della scienza
Gismondo ha colto un punto quando osserva che Giuseppe Conte, nella sua audizione, ha richiamato l’incertezza come caratteristica propria della scienza. La questione non è stabilire se Conte abbia ragione nel descrivere così la scienza: naturalmente l’incertezza appartiene al metodo scientifico.
La domanda è piuttosto un’altra: quanto spazio fu realmente lasciato all’incertezza durante la pandemia?
Il dubbio scientifico è fecondo quando produce ricerca, confronto e verifica. Diventa invece un problema quando viene percepito come un ostacolo alla comunicazione istituzionale o alla costruzione del consenso.
Una democrazia matura dovrebbe poter dire ai cittadini: “Queste sono le evidenze disponibili; queste sono le nostre ragioni; questo è ciò che ancora non sappiamo”.
Non è una debolezza.
È precisamente il modo più corretto di rispettare la scienza.
Il caso dei vaccini e del Green Pass
Qui occorre evitare due estremi opposti.
Da una parte è semplicistico sostenere oggi che i vaccini fossero privi di qualsiasi efficacia. Dall’altra è altrettanto problematico trasferire retroattivamente sulle conoscenze del 2021 tutte le acquisizioni maturate negli anni successivi.
Il vero problema riguarda dunque la corrispondenza tra ciò che si sapeva allora e ciò che veniva comunicato ai cittadini.
Mario Draghi, il 22 luglio 2021, pronunciò parole rimaste emblematiche: «L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire», aggiungendo: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire». Nella stessa conferenza stampa difese il Green Pass come strumento necessario per mantenere aperte le attività economiche.
Oggi quelle parole possono essere sottoposte a una domanda legittima: quale evidenza scientifica sosteneva esattamente quel livello di certezza nella comunicazione pubblica?
Non è una domanda contro i vaccini.
È una domanda sulla comunicazione istituzionale della scienza.
Il vaccino poteva essere una misura utile e, nello stesso tempo, la comunicazione politica poteva averne rappresentato in maniera eccessivamente semplificata la capacità di impedire infezione e trasmissione. Le due cose non si escludono.
Ed è proprio questo genere di distinzione che una Commissione d’inchiesta dovrebbe ricostruire.
“Tachipirina e vigile attesa”: la questione è più complessa
Anche sul cosiddetto protocollo “tachipirina e vigile attesa” sarebbe sbagliato sostituire una semplificazione con un’altra.
La questione seria non è sostenere che il paracetamolo fosse una terapia antivirale: non lo era.
La domanda è piuttosto se, soprattutto nelle prime fasi della malattia, le indicazioni domiciliari abbiano garantito ai medici sufficiente libertà di valutare tempestivamente il singolo paziente, oppure se abbiano finito per trasformarsi nella pratica in un percorso troppo rigido.
Qui emerge un principio che non riguarda soltanto il Covid: la medicina è sempre medicina della persona concreta.
Un protocollo può essere necessario. Una linea guida può essere preziosa. Ma nessun protocollo dovrebbe diventare un sostituto del giudizio clinico.
La Commissione dovrebbe quindi accertare non soltanto quali fossero le indicazioni ufficiali, ma come venissero applicate realmente, quali margini di autonomia avessero i medici e quali conseguenze abbiano prodotto.
E poi c’è Mario Draghi
Gismondo chiede che Draghi venga ascoltato dalla Commissione, ritenendo necessario che spieghi le ragioni scientifiche di alcune decisioni assunte durante il suo governo.
La richiesta, in sé, è tutt’altro che scandalosa.
Se la Commissione deve ricostruire la gestione dell’emergenza, è ragionevole ascoltare chi ha avuto responsabilità politiche di primo piano. Draghi non è certamente l’unico protagonista di quella stagione, ma il suo governo introdusse e ampliò misure di forte impatto sulla vita sociale e lavorativa del Paese.
Il punto, però, non dovrebbe essere “mettere Draghi spalle al muro”.
Dovrebbe essere mettere le decisioni davanti alle loro motivazioni.
Quali dati furono utilizzati?
Quali alternative furono considerate?
Quale fu il ruolo degli esperti?
Quale fu il margine di autonomia della politica?
Quali informazioni erano disponibili quando furono prese le decisioni?
E soprattutto: quanto di ciò che veniva presentato ai cittadini come certezza era realmente una certezza scientifica?
Queste sono domande molto più importanti di qualsiasi processo politico retrospettivo.
Non trasformiamo la Commissione in un nuovo tribunale ideologico
La tentazione è forte. Da una parte ci sono coloro che vorrebbero utilizzare la Commissione per dimostrare che tutto ciò che fu fatto durante la pandemia era necessario e corretto. Dall’altra coloro che vorrebbero utilizzarla per dimostrare che tutto fu sbagliato, manipolato o imposto senza alcun fondamento.
Entrambe le impostazioni rischiano di tradire lo scopo di una commissione d’inchiesta.
La pandemia non fu una rappresentazione teatrale con buoni e cattivi. Fu una crisi reale, drammatica, nella quale morirono moltissime persone e nella quale governi, medici e istituzioni dovettero decidere spesso senza possedere tutte le informazioni necessarie.
Ed è proprio per questo che bisogna evitare che la Commissione diventi oggi una nuova arena di scontro politico.
L’attuale maggioranza ha certamente il diritto, e in qualche misura anche il dovere, di verificare come siano state assunte le decisioni durante la pandemia e se vi siano state responsabilità politiche, amministrative o scientifiche. Ma il confine tra una doverosa ricerca della verità e una resa dei conti politica è sottile.
Il rischio è che la Commissione venga utilizzata non tanto per capire che cosa sia realmente accaduto, quanto per costruire un atto d’accusa contro chi governava allora e, indirettamente, contro l’attuale opposizione.
Sarebbe un errore.
Perché se ieri abbiamo contestato il rischio di una politica che utilizzava la scienza per legittimare le proprie decisioni, oggi dobbiamo evitare il rischio opposto: una politica che utilizzi la Commissione sulla pandemia per legittimare se stessa e delegittimare i propri avversari.
La verità sulla pandemia non appartiene né alla maggioranza né all’opposizione.
Una Commissione seria dovrebbe mettere sotto esame le decisioni di tutti, senza preoccuparsi del colore politico di chi le ha assunte. Conte, Speranza, Draghi e tutti gli altri protagonisti di quella stagione devono poter essere chiamati a rispondere delle proprie decisioni, ma non per essere esposti a una gogna politica: perché il Paese ha diritto di sapere come furono prese quelle decisioni, quali informazioni le sostenevano e quali alternative furono considerate.
La domanda, dunque, non dovrebbe essere: chi possiamo mettere sotto accusa?
Dovrebbe essere: che cosa è realmente accaduto?
È questa la differenza tra un’inchiesta e una gogna.
Sbagliare, in quelle condizioni, era possibile e in alcuni casi inevitabile. Ma proprio per questo è necessario capire quali errori siano stati inevitabili e quali, invece, avrebbero potuto essere evitati; quali dubbi siano stati ascoltati e quali siano stati ignorati; quali decisioni fossero realmente fondate sulle evidenze disponibili e quali siano state accompagnate da una comunicazione politica più categorica di quanto la scienza consentisse.
Solo così la Commissione potrà essere utile al Paese.
Perché conoscere gli errori della pandemia non dovrebbe servire a stabilire chi debba vincere oggi una battaglia politica. Dovrebbe servire a fare in modo che domani, davanti a una nuova emergenza, la politica sia più prudente, la scienza più libera, l’informazione più trasparente e i cittadini più consapevoli.
La vera lezione
Forse, dunque, la questione più importante che emerge dalle parole di Gismondo non riguarda Gismondo, Draghi o Speranza.
Riguarda il rapporto tra scienza, politica e libertà.
La scienza non deve diventare una religione civile alla quale il cittadino deve semplicemente obbedire. Ma nemmeno può essere delegittimata ogni volta che una sua previsione si dimostra imperfetta.
La scienza vive del dubbio.
La politica vive della responsabilità.
La democrazia vive della possibilità di discutere entrambe.
Per questo la domanda decisiva della Commissione Covid non dovrebbe essere: “Chi aveva ragione?”
Dovrebbe essere: “Su quali conoscenze furono prese quelle decisioni, quali alternative furono valutate e quanto fu realmente detto ai cittadini sul grado di incertezza che le accompagnava?”
È una domanda molto più difficile.
Ma è anche l’unica che possa trasformare la Commissione da un regolamento di conti sul passato in un’occasione utile per il futuro.
Perché la prossima emergenza arriverà. E quando arriverà non avremo bisogno di una nuova autorità che ci dica semplicemente: “fidatevi della scienza”.
Avremo bisogno di istituzioni capaci di dire una cosa molto più difficile e molto più onesta:
“Queste sono le evidenze che abbiamo. Queste sono le decisioni che assumiamo. E queste sono le cose che, per ora, ancora non sappiamo.
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Il tema vero è il meccanismo di eversione socio-politico-antropologico che un problema sanitario le cui origini sono a dir poco dubbie ha favorito. Questo meccanismo viene da lontano e si situa in quel filone emergenzialistico che in qualche modo è stato avviato con l’11/9. Basterebbe ricordare il discorso di “Giuseppi” poco dopo l’inizio della crisi sanitaria in cui prefigurava un’epoca di profonde trasformazioni, e molte cose si spiegherebbero. C’è un problema? Passerà un po’ si tempo ma lo si risolve. Invece: “Nulla sarà più come prima”. Sarebbe bastato un approccio diverso: non sappiamo, ma nessuno sa tutto. Proponiamo queste soluzioni, di cui esponiamo rischi e benefici, serenamente. Invece si è scelta la strada della violenza, della coercizione, della minaccia, del ricatto. E io ovviamente dovrei credere che è per il nostro sommo bene. E come no.
È proprio questo, secondo me, il punto sul quale vale la pena riflettere. Al di là delle singole responsabilità, che devono essere accertate sulla base di fatti e documenti, la pandemia ha mostrato quanto facilmente una situazione emergenziale possa modificare il rapporto tra libertà individuale, autorità politica e sapere scientifico. Il problema non è soltanto ciò che è stato deciso, ma anche il modo in cui quelle decisioni sono state comunicate e fatte accettare: troppo spesso non attraverso il confronto tra evidenze, rischi e benefici, ma attraverso la contrapposizione tra chi “si fidava della scienza” e chi veniva considerato irresponsabile o pericoloso.
Ed è proprio qui che torna il tema del mio articolo: in una democrazia non dovrebbe mai essere necessario trasformare l’incertezza scientifica in certezza politica per ottenere consenso. Anche in un’emergenza si dovrebbe poter dire: queste sono le evidenze che abbiamo, queste le misure che riteniamo necessarie, questi i loro costi e questi i margini di incertezza. Senza ricatti morali e senza criminalizzare il dissenso.
Sul resto — soprattutto sull’ipotesi di un disegno preordinato e sulle origini della pandemia — credo sia necessario mantenere una distinzione rigorosa tra ciò che è documentato, ciò che è plausibile e ciò che resta da dimostrare. Ma la questione che poni sul modello emergenziale, secondo me, è assolutamente seria.
Si dovrebbe anche considerare che la Sars-Cov-2, prima designazione di questa epidemia, è collegata o discenda alla Sars scoppiata in Asia a inizio del nuovo millennio, come testimonia il nome.
La prima Sars, molto temuta all’inizio, venne poi contenuta e debellata, e il caso e i metodi impiegati avrebbe potuto essere d’esempio per il contrasto alla seconda Sars. Ma non fu così: nel frattempo una branca della farmacologia e del mondo della finanza aveva deciso di puntare su soli “vaccini” per prevenire le malattie, e vecchie regole d’igiene medica (“le vaccinazioni in caso di pandemia sono da evitare”) sono state buttate a mare.
Dimenticare questo per soggiacere all’interesse delle case farmaceutiche è stato un grosso errore, che non va dimenticato.
Il punto che solleva è interessante, soprattutto per quanto riguarda il confronto con la prima SARS e la necessità di verificare quali conoscenze e quali strategie fossero già disponibili prima del 2020. Su questo la Commissione dovrebbe effettivamente fare chiarezza: quali esperienze della SARS del 2002-2003 furono considerate? Quali protocolli furono ripresi e quali invece abbandonati? E sulla base di quali evidenze?
Sarei però più prudente nell’affermare che esistesse una decisione preordinata dell’industria farmaceutica di puntare esclusivamente sui vaccini o che siano state abbandonate “vecchie regole” per questo motivo. È una tesi che, se vogliamo inserirla in un articolo serio, va documentata. Altrimenti rischiamo di passare proprio da una critica fondata sulla necessità di verificare i fatti a un’affermazione che i fatti devono ancora dimostrare.
Il tema degli interessi economici dell’industria farmaceutica è certamente legittimo. Ma proprio perché è importante, merita di essere affrontato con documenti, contratti, rapporti tra istituzioni e aziende, decisioni regolatorie e conflitti d’interesse, non con una presunzione di colpevolezza. È esattamente il metodo che vorrei mantenere nel mio articolo. E aggiungerei, proprio per essere ancora più preciso, che SARS-CoV-2 non è la “prima designazione di questa epidemia”: è il nome del virus, mentre COVID-19 è il nome della malattia. Il collegamento terminologico con la SARS del 2002-2003 è reale, ma questo non dimostra da solo che le due epidemie fossero trattabili nello stesso modo.
A suo tempo scrissi un pezzo proprio qui
https://shorturl.at/yBUwX
La crisi sanitaria non venne dal nulla ma da un preciso processo decostruttivo che si avvalse dell’erosione della privacy, del drenaggio di risorse economiche dal basso verso l’alto, sino infine ad intaccare i più basilari diritti come quello al lavoro in un perfetto schema del tipo “rana bollita”, drammaticamente efficace in un mondo occidentale insulso e nichilista. Molte cose debbono essere certo rivelate nero su bianco ma unendo i puntini non emerge un quadro idilliaco… Per questo a chi mi domandò allora se non avessi paura di ammalarmi risposi affermativamente, ma che assai più avevo paura del potere e del suo falso ed ipocrita “paternalismo”. Dio ce ne liberi.