di Sabino Paciolla

 

Da settimane all’estero si sta parlando della quarta dose di vaccini COVID, ma da noi il malumore riguarda già la terza dose.

Ricordiamo che i vaccini ci erano stati proposti come la soluzione alla pandemia. Fatte due dosi di vaccino, una per il Johnson & Johnson, il problema della pandemia sarebbe per magia sparito. Il vaccino sarebbe stato il nostro scacciapensieri. Purtroppo, le due dosi non sono bastate e il Ministero ha fortemente sostenuto l’iniezione di una terza a poca distanza dalle prime due. A parte una minoranza, e questo blog era in questa, che diceva che avendo a che fare con un virus altamente mutante il vaccino non sarebbe stato capace di risolvere il problema, nessuno immaginava che si sarebbe entrati in un circolo vizioso di dosi ripetute. Quali i rischi di questa spirale? Al momento, credo nessuno lo sappia con certezza. 

La gente, presa da una comprensibile e tremenda paura, ha salutato con giubilo l’arrivo del vaccino, considerato l’arma letale (per il virus), l’armageddon pandemica, la soluzione finale. Si è per questo offerta con grande trasporto a farsi inoculare con un vaccino sperimentato, prodotto e distribuito a tempo di record, pochi mesi, nella convinzione fideistica che sarebbe tornata a ballare, mangiare una pizza, viaggiare, andare al cinema, insomma, che sarebbe tornata alla solita vita normale senza mai più alcun intoppo. Tutto giusto, tutto comprensibile. La gente non voleva sentire altro se non che la risposta fosse già lì, a portata di mano. Bastava solo afferrarla. Ogni dubbio, ogni domanda, ogni perplessità sulla sicurezza venivano considerati solo espressione di cattiveria, di complottismo, di ignoranza, di irresponsabilità, di egoismo, ecc. ecc. E’ stata così accecata dalla paura che ha accettato la più grande soppressione di diritti di libertà della storia della democrazia moderna. Del resto, a chi ti chiedeva del vaccino, appena provavi ad aprir bocca, ti sentivi subito rispondere con un candore che faceva tenerezza….”IO INVECE mi sono FIDATO della scienza”. 

Il livello più basso in questo periodo è stato raggiunto da tre virologi, onnipresenti in TV, quando hanno cantato una canzoncina i cui versi hanno rasentato il ridicolo e la vergogna scientifica. Uno di essi recitava: “Sì sì sì sì sì sì vax vacciniamoci, il covid non ci sarà più se ci aiuti pure tu”. Tenuto conto che veniva cantato mentre i contagi esplodevano, lo spettacolino di basso livello avrà probabilmente contribuito ad abbassare le quotazioni dei virostar e ad allontanare dalla scienza le future generazioni.

Eppure, nonostante il fideismo scientifico e le dosi dei vaccini somministrate pure ai cactus, oggi siamo qui a contemplare una esplosione di contagi mai visti in questi ultimi due anni, con la terza dose oramai completata in Israele, alle prese con il tentativo di iniziare la somministrazione della quarta.

Questo fatto della quarta dose comincia a far serpeggiare nei più un certo sconforto, perché dà l’impressione che si stia navigando a vista. A volte si ha la sensazione di avere a che fare con degli insaziabili ingordi di fatturato e utili. Incuranti della gente semplice, del suo desiderio di pace e di vita normale e, soprattutto, della tutela della salute. Anzi, sembra che si parta proprio da queste esigenze per aumentare sempre più gli utili.

Quello del trenino dei vaccini è il modo più giusto di affrontare il problema? Ne dubito. Mi conforta il fatto che anche la comunità scientifica sia divisa. E questa divisione si fa evidente nonostante una grande pressione che mira a tacitare il dissenso, una pressione frutto di mastodontici interessi in gioco.

Da quando è iniziata la vicenda dei vaccini COVID, Israele è sempre stato all’avanguardia. E’ stato l’unico a sottoscrivere un contratto in esclusiva con la Pfizer che gli assicurasse la completa fornitura di vaccini, con l’obiettivo di vaccinare tutta la popolazione e uscire per primo dall’incubo. Purtroppo, non è stato così. Vista la successiva ondata di contagi, ospedalizzazioni, terapie intensive e morti, ha iniziato, sempre in anticipo sugli altri paesi, il ciclo della terza dose. In questi giorni, con la variante Omicron alle porte e la ripresa dei contagi, Israele ha preso a sperimentare la sicurezza e l’efficacia della quarta dose. 

I funzionari dello Sheba Medical Center, un ospedale vicino a Tel Aviv, hanno detto che il loro studio è il primo del suo genere nel mondo e vede la somministrazione della quarta iniezione covid a 150 membri del personale medico che avevano ricevuto una terza dose del vaccino Pfizer-BioNTech almeno quattro mesi prima.

Questa sarebbe una iniziativa, diciamo pure un esperimento, dell’ospedale. Non vi è cioè una presa di posizione ufficiale da parte del governo che preveda una campagna per estendere la quarta dose a tutta la popolazione israeliana.

Questa mossa, come già avvenuto per la terza dose, viene attentamente osservata da tutti gli altri paesi del mondo che stanno già sperimentando impennate senza precedenti delle curve dei contagi, i quali, però, paiono mostrare sintomi molto più blandi, simili a quelli di un comune raffreddore, rispetto a quelli delle precedenti varianti. 

E qui sorge il primo interrogativo. Se gli esperti dicono che le prime due dosi, a cui si aggiunge la terza, coprono già dalla malattia grave, allora perché utilizzare una quarta con un vaccino che è fatto sulla fotografia di un virus che ora è molto diverso? Perché usare un vaccino che le prime esperienze dicono venire “bucato” dalla variante Omicron? 

E tuttavia, i consulenti del governo israeliano spingono per una estensione a tutta la popolazione della quarta dose, a cominciare dalle persone dai 60 anni in su, da quelle con un’immunità più debole e dagli operatori sanitari. Pur riconoscendo la mitezza dei sintomi della Omicron, la loro motivazione è legata al fatto che la protezione dei vaccini scema dopo alcuni mesi. I consulenti del governo israeliano portano l’evidenza di una diminuzione dell’immunità nelle persone che sono state tra le prime a ricevere una terza dose in agosto, cioè solo quattro mesi fa.

La proposta è in attesa di approvazione formale da parte del Ministero della Salute, ma sono state sollevate domande sul fatto che la raccomandazione sarebbe prematura data la mancanza di dati sugli effetti di una quarta iniezione. Non è chiaro infine se il ministero aspetterà i risultati dello studio dell’ospedale per prendere la sua decisione.

E’ di tutta evidenza, però, che di questo passo si corre il rischio di entrare in una spirale senza fine in cui il tempo tra una dose di vaccino e l’altra si potrebbe accorciare sempre più, fino ad arrivare ad appena qualche mese, con tutti i rischi del caso. A questo proposito, altri esperti hanno sostenuto che non si sa abbastanza sugli effetti di una quarta dose, e alcuni scienziati hanno sollevato la preoccupazione che troppe dosi potrebbero causare una sorta di affaticamento del sistema immunitario, compromettendo la capacità del corpo di combattere il virus, in particolare tra le persone anziane. In sostanza, sembrano dire, la toppa potrebbe rivelarsi peggiore del buco.

A tal proposito, la prof.ssa Gili Regev-Yochay (nel video in alto), direttrice dell’unità di epidemiologia delle malattie infettive dello Sheba Medical Center, e responsabile dello studio, ha detto ai giornalisti di essere stata una voce dissenziente alla riunione della settimana scorsa del comitato consultivo. Ritiene infatti che con la terza dose la difesa rimane alta per gli ultrasessantenni e operatori sanitari, anche se, ha precisato, la sua opinione è legata ai dati al momento conosciuti. 

Per tornare all’Italia, ma la cosa si può estendere anche agli altri paesi, la gente vaccinata, dopo l’iniziale entusiasmo, dopo aver preso sempre più coscienza di avere a che fare con un vaccino sperimentale, dopo aver appreso della sua conseguente rischiosità evidenziata da numerosi e gravi effetti collaterali, dopo aver appreso con disappunto della riduzione dell’efficacia del vaccino e della conseguente riduzione della validità a sei mesi del green pass, dopo essere stata informata che pur vaccinata potrebbe addirittura essere obbligata a fare il tampone, comincia ad essere sempre più refrattaria e ad avere sempre più timore di sottoporsi alla terza dose. I media, per definire il fenomeno, hanno cominciato a parlare di una terza categoria, quella dei “No booster”, che si affianca a quella dei “No vax” e “No green pass”. C’è chi dice che i “No booster” sarebbero una fetta consistente, pari a circa il 33% dei vaccinati, quasi 15 milioni di persone. Sono coloro che appaiono disincantati e quasi delusi dalla tanto decantata “certezza” della scienza, che non sono più disposti a ripetere con tanta facilità il mantra “io mi fido della scienza”.

A testimoniare l’esistenza del popolo “No booster” non solo i social ma anche una recente indagine fatta dal Centro di ricerca dell’Università Cattolica di Cremona, EngageMinds HUB: «Un italiano su tre, ossia circa il 33% degli italiani è dubbioso sulla terza dose, uno su dieci si dichiara apertamente contrario e un’altra parte consistente del 30% è convinto che la terza dose non è necessaria». Una ricerca condotta su un campione di oltre 6mila italiani e che conferma l’orientamento comparso anche sui social. «Questo 33% di italiani che hanno poca o nessuna intenzione di sottoporsi alla terza dose deve far riflettere, perché non si tratta di No vax, visto che sono già regolarmente vaccinati», ha commentato Guendalina Graffigna, direttrice dell’EngageMinds Hub. «Inoltre, dai dati emerge che questa espressione di forte scetticismo rispetto all’ulteriore immunizzazione è un’inclinazione omogenea nella popolazione, non si riscontrano infatti differenze tra sesso, fasce di età, provenienza geografica e titolo di studio».

In conclusione e per quel che ci riguarda, essendo la COVID-19 una malattia essenzialmente caratterizzata da una letalità legata alle persone avanti con l’età (circa 80 anni) e con comorbilità, su questo blog abbiamo sempre sostenuto che i vaccini potrebbero essere un’arma a disposizione per le persone fragili di tutte le età, e che dunque non occorresse somministrare insieme alle iniezione quella dose di rischi legati ad un vaccino sperimentale, che presenta effetti avversi notevolmente superiori a tutti gli altri vaccini, a persone in salute e soprattutto di età non elevata. Abbiamo inoltre sempre sostenuto che occorresse puntare sulle cure precoci domiciliari con farmaci disponibili (qui e qui), già ampiamente sperimentati, sicuri e a basso costo. Una cura efficace è indipendente dalle mutazioni del virus. Abbiamo infine sempre affermato che la immunità di gregge è stata una frottola propagandata per spingere sempre più gente a vaccinarsi e che l’inseguimento del virus super mutante con un vaccino riprogrammabile è una misera e vana pretesa. Si sarà sempre in ritardo sulla mutazione del virus. Quando il vaccino arriverà sul mercato tarato per una certa variante, il virus l’avrà rimpiazzata con un’altra nuova di zecca.

Non sarà il vaccino a domare il virus, ma è quest’ultimo che divenendo naturalmente più mite ed endemico ci salverà dalle nostre illusioni e dalla ingordigia degli utili di alcuni potenti.

 

 

 

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