di Salvatore Scaglia

 

C’è ancora chi su Facebook, chiedendo una preghiera, informa: “sono caduto anche io nella rete del Covid” (sic). Verosimilmente ignaro dell’originaria bassa letalità del virus (0,25-0,50 %), della sua incidenza su 100.000 abitanti (qualche giorno fa intorno a 200 persone) nonché del tasso dei contagiati (appena il 5 %) aventi sintomi di una qualche importanza. Figuriamoci se sa che, in realtà, il virus – peraltro curabilissimo con farmaci di uso comune – non è stato mai isolato e gli stessi tamponi sono di dubbia utilità diagnostica. Insomma molti danno ancora credito alla propaganda politico-mediatica, a base peraltro delle odiose restrizioni ai diritti umani attuate in Italia.

Si potrebbe proseguire quasi ad infinitum con situazioni analoghe. Qualche settimana fa, infatti, una parente mi diceva: “il Covid è un nemico invisibile” (sic); persino in giorni caldi come questi molti, troppi, ancora vanno in giro con la mascherina, anche la FFP2, persino all’aperto, quando, almeno per ora, essa è obbligatoria solo in pochissimi luoghi; e molti, troppi, fedeli ancora indossano la mascherina durante la Santa Messa, ridotta spesso a grottesco teatro di ossessive igienizzazioni, quasi rituali omaggi al dio-Salute.

Cosa accade nel nostro paese benchè siano trascorsi due anni e mezzo dalla dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria – formalmente cessato – del 31 Gennaio 2020 ? Molti, troppi, sembrano ancora in preda all’impressione che li ha colpiti in quel periodo e che, all’inizio, era in qualche modo giustificabile.

L’impressione perdurante, tuttavia, è ben altro rispetto all’informazione, alla conoscenza. L’impressione, invero, genera paura estrema, eccessiva, al livello della fobia.

La paura, va sottolineato, non è un male in sé: essa, invero, è tra le emozioni tipiche della persona umana. Però va regolata, per evitare che trasmodi facendo perdere all’uomo la lucidità, necessaria per l’analisi di quanto lo circonda e lo coinvolge.

L’uomo privo della lucidità, incapace di valutare adeguatamente il proprio contesto individuale e sociale, compie scelte inadeguate, se non erronee o esiziali. Uti intellectus ita volutas, è uno dei principii-cardine del rapporto tra ragione e volontà, facoltà che caratterizzano l’uomo, rendendolo quel che è ontologicamente: l’unico ente libero del creato e, per ciò, fatto ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Genesi 1, 26).

L’uso insufficiente della ragione pertanto toglie, in misura variabile caso per caso, la libertà e l’uomo è così condizionabile, manovrabile. Persino dominabile.

All’opposto, una persona debitamente informata è rassicurata, è più serena e libera.

Può informarsi, tuttavia, chi rimane lucido, chi si sottrae – fin da subito o nel prosieguo – alle spire dell’impressione e della paura esercitando la volontà di sapere, mediante l’ordinario meccanismo della curiosità, produttiva di domande: fomite, da sempre, dei processi di conoscenza.

Ora, quanta impressione e paura sia stata prodotta dall’uso massivo e tambureggiante della propaganda politico-mediatica e quanta, invece, sia stata ingenerata in soggetti già predisposti alla suggestione non è facile dirlo. Resta però il fatto che la paura eccessiva, la fobia, ancora muove molti, troppi. A tal segno che per più di qualche soggetto si può ritenere che “non agit sed agitur”, tanto è impermeabile alle armi della razionalità.

Tutti quelli che sono animati dalla fobia coi loro comportamenti costituiscono la base per le, realizzate, odiose restrizioni ai diritti dell’uomo che, ahinoi, non è irragionevole temere che siano imposte nuovamente, magari in altre forme. Invero un potere con profili marcatamente anticristici può disporre a piacimento di un’umanità non libera perché in balia della paura irrazionale. Sicuro com’è, di più, che questa umanità si sentirà addirittura protetta da una sorta di Stato-mamma, desiderando essa stessa queste limitazioni.

Il problema, tuttavia, è ben lungi dall’essere di portata meramente individuale, riguardante solo le singole persone impressionate. Se così fosse poco importerebbe: chi è causa del suo mal pianga se stesso ! L’Italia è da anni vieppiù lacerata da individualismo e indifferentismo, ma nessuno è oggettivamente sganciabile dagli altri. Per quanto la società sia sempre meno intessuta di “socii”, compagni di cammino, rimane obbiettivamente tale: società. Per cui, purtroppo, gli effetti di quegli atteggiamenti – le restrizioni – ricadono anche sui più vigili.

 

Questo quadro di diffuse impressione e paura irrazionale è, poi, aggravato dall’evidente e ingravescente carenza di fede.

Riferimento, questo, alla fede che non è affatto casuale poichè anch’essa è radicata nella ragione ed è impossibile in tutti quegli enti del creato non rationabiles: solo l’uomo, quindi, è capace di fede. Come spiega eccellentemente San Tommaso d’Aquino, la fede è quel “supplementum” – né irragionevole né irrazionale – rispetto al “sensuum defectui” (inno liturgico Tantum Ergo), cioè ai limiti epistemologici della ragione naturale. Anche la fede, pertanto, è criterio di conoscenza, avente ad oggetto Dio. Gli stessi fini più alti della vita dell’uomo sono conoscere e amare Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, Prefazione I).

Un’umanità ferita perché già impressionata e impaurita, non lucida, non informata a maggior ragione risulta indebolita se non conosce, non domanda, non ricerca neanche il vero Dio. Se ha, insomma, uno sguardo basso e miope, non più avvezzo a pensieri elevati, ma immiserito piuttosto dalla febbrilità dei piaceri terreni e delle preoccupazioni del quotidiano, che sono divenuti in molti, troppi, l’orizzonte ultimo dell’esistenza umana: « Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose » (Luca 10, 41), dice il Signore all’amica di Betania.

Ma – prosegue – « una sola è la cosa di cui c’è bisogno » (Luca 10, 42): uno sguardo alto e lungimirante, che è il frutto di uno dei Doni dello Spirito Santo, l’Intelletto, che potenzia la facoltà umana di “intus” “legere”, di comprendere più in fondo le cose di Dio, ma anche le situazioni umane, fino a far leggere i “segni dei tempi” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et spes 4), intesi come “le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo” (ibidem), col “suo carattere spesso drammatico” (ibidem).

In questo scenario vanno denunciate pure le responsabilità dei vertici ecclesiastici, tra parole (Francesco, « Dobbiamo obbedire alle autorità civili », 8 Dicembre 2020) e sistematici silenzi (cf. la recente lettera di chi scrive, ai Vescovi d’Italia, a cui si rinvia per un quadro generale (qui), che incidono tutt’ora sullo spirito di molti.

A questi vertici, infatti, si deve chiedere quale intelligenza profonda abbiano circa l’effettiva pericolosità del virus, efficacia e sicurezza di mascherine e c. d. vaccini nonché su lock down e sistema del c. d. Green Pass, come complesso di misure dalla debole base scientifica, ma con costi sociali ed economici certi (cf. Donato Greco, ex membro del Comitato Tecnico Scientifico, leggi qui). La Chiesa attuale, invero, si presenta scarsamente veritativa e dunque ambigua, priva di profezia ed appiattita su visioni mondane.

Anche tra i credenti una delle frasi più ascoltate in questi due anni e mezzo è: “mi fido della scienza”. È usata, cioè, una parola, “fidarsi”, che è affine alla “fede”.

In verità la scienza, se è “scientia”, sapere, si acquisisce; rispetto ad essa ci si interroga, si riflette. La scienza non può essere oggetto di fede. Quell’espressione, però, probabilmente è significativa della sostituzione avvenuta in molti, troppi, tra fede e avanzamento scientifico e tecnologico, che, nelle sue impostazioni estreme sia teoretiche che pratiche, assume i connotati dello scientismo tecnologico: la scienza e la tecnica non come mezzo, ma come fine in sé, che in molti, troppi, è il nuovo dio. Come dimostra l’accoglienza del c. d. vaccino anti-Covid in una dimensione salvifica del tutto immanente.

Simili dei, però, si rivelano presto o tardi ingannatori: “opera delle mani dell’uomo”, essi hanno “bocca e non parlano, … occhi e non vedono, … orecchi e non odono” (Salmo 114, 4-6).  È forse per questa ragione che spesso tra i detti atteggiamenti e comportamenti di molti, troppi, e le citate misure restrittive si rileva un vero caos logico, la follia quale smarrimento della retta ragione e dunque della retta volontà, della giusta condotta, tra l’altro in un paradossale continuum esistenziale di paura: prima per i danni del virus e poi per i danni dal ricevuto, anche ripetutamente, vaccino. O nonostante il vaccino.

Forse, poiché gli uomini di oggi, anche presumendo di essere come Lui (cf. Genesi 3, 5), “hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata” (San Paolo, Lettera ai Romani 1, 28).

Diversamente è per colui, come insegna San Paolo, che sa in Chi ha posto la sua fiducia (cf. II Lettera a Timoteo 1, 12). La conoscenza di Dio e l’affidamento in Lui riposto, infatti, lo rendono pienamente libero (cf. Giovanni 8, 31-32) e capace di giudicare questo tempo (cf. Luca 12, 56).

         


 

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