di Anima Misteriosa

 

L’Islanda per gl’Italiani è una terra davvero lontana, che sopravvive un po’ al margine della nostra cultura, tra immagini di geyser, vulcani e memorie leopardiane. Leopardi, infatti, traendo spunto dall’estrema asperità del suo ambiente, di cui aveva letto solo sui libri, immaginò il Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui un abitante afflitto da continue catastrofi cerca salvezza dalla “Natura matrigna” vagando per il mondo, ma ritrovandosela sempre dietro. Per Leopardi era la Natura la responsabile dei nostri mali: in realtà, molto è dovuto agli esseri umani. Lo dimostra la gestione della pandemia in corso e che in Islanda appunto ha raggiunto degli effetti surreali. Ne parlo con un ragazzo la cui famiglia si è trasferita lì due anni fa, Leo, che, nonostante la giovane età offre uno sguardo molto maturo e critico sulla situazione cui assiste. Suddividerò il dialogo con lui in due articoli (questo è il primo) e in alcune sezioni, ciascuna di esse corredata da fonti che suffragano quello che Leo ha osservato.

Partiamo così dalla prima, per così dire, introduttiva sul paese; seguirà invece il dettaglio su come è stata gestita in questo paese nordico la prima parte dell’epidemia. Grazie a Leo, sia io che i miei lettori possiamo così venire a conoscenza di una realtà molto lontana – e che svela aspetti inquietanti della nostra società.

L’Islanda, questa sconosciuta

Grazie per essere venuto qui! Quando sei arrivato in Islanda, come e quali sono state le tue impressioni all’inizio?

  • Sono arrivato là nel maggio del 2019. Le impressioni sono state subito di sconforto, visto che la popolazione è chiusa, specialmente nella parte est, estremo est, dove sono praticamente lì da sempre, isolati fra di loro. Quindi la vita sociale non c’è.

Anche fra loro o solo con gli stranieri?

  • Fra loro è solo online. Comunque, gli stranieri sono esclusi perché è come dire che sono in casa loro, il loro paese.

La popolazione è abbastanza scarsa, sono 350.00 abitanti, più o meno; quindi, la popolazione è piuttosto ridotta in un territorio abbastanza desolato.

  • Ci sono dei punti, le zone popolate, le città, i paesi, ma se uno vuole trovare la tranquillità è facile: basta essere lontani, fuori da un paesino, e nessuno ti cerca.

Hai detto una cosa che mi ha suscitato molto interesse: il fatto è che la popolazione è già abituata, a prescindere dalla pandemia in atto, è già abituata

  • …fa tutto online ed è isolata in casa; comunque, è abituata a non incontrarsi.

E questo secondo te, da quello che hai appreso, può avere avuto delle conseguenze a livello psicologico, che so, crescita della depressione, dei suicidi

  • Quando sei là e vedi che non c’è nessuno, è un automatismo della mente: inizi a voler comunque star sempre fermo lì, in casa e a non cercare persone.

Quindi una sorta di ripiegamento su sé stessi, come effettivamente è successo ad alcune persone che conosco durante il lockdown dell’anno scorso, che, a furia di stare in casa, avevano paura ad uscire.

  • È quello che succede: non escono dal paese e, comunque, se escono, per poco.

Quindi gl’Islandesi fanno viaggi all’estero, sono abituati ad andare all’estero, hanno un contatto con l’estero, con gli stranieri, abbastanza frequente, come succede per esempio qui da noi in Italia?

  • Nella città di Reykjavjk quasi come da noi: e quindi escono, viaggiano durante le ferie. Però nei paesi, quelli esterni, anche solo 200 km fuori dalla capitale, tutti quelli che sono lì, 1 su 10 non è mai uscito dall’Islanda. Non escono, insomma, sono abituati a star lì. Gli altri sono usciti solo se avevano delle commissioni, diciamo così, per motivi di lavoro, o simili.

Poi il mio amico parla di una specie di QR code che esiste in Islanda già da anni per tutti i cittadini.

  • C’è questo numero identificativo, che è come dire un codice fiscale e non hai carta d’identità, non hai niente; hai questo codice che è, come dire, il database dove va ogni cosa che tu fai. Compri Ikea? Compri qualcosa su un sito? Devi inserire quel numero lì. Se non lo inserisci, non compri. Vai al mercato a fare un acquisto che costa di più di 10.000 corone, che sono sui 60-70 euro? Devi darlo a contatto e loro tracciano ogni cosa che fai con quello.

Quindi è come se ci fosse già un sistema di tracciamento alla cinese?

  • C’era già da prima: da vent’anni, anche di più. Come dire, usano il codice fiscale per ogni cosa e va tutto in un database centrale, dove loro sanno tutto quello che hai fatto, sempre.

Quindi c’è una raccolta centralizzata di dati che è impressionante?

  •  

E chi gestisce questi dati?

  • Non so; il governo; il numero è governativo.

Probabilmente però l’onere sarà demandato a qualche grande azienda.

  • Non dall’estero, perché loro fanno più o meno tutto all’interno quello che combinano; quella lì è una questione tutta interna.

Ci sono grandi aziende interne, che hanno degl’interessi particolarmente forti?

  • Ci sono delle fabbriche del pesce, chiamiamole così; mandano tutto all’estero, tutto il prodotto che viene pescato viene mandato all’estero e il giro dei soldi viene manipolato da quelle fabbriche. Della gente dice che il governo prende delle decisioni, anche decisioni importanti, in base agli affari di questo settore.

Quindi, i poteri forti in Islanda…

  • Sono i produttori di pesce.

Dopo questa prima parte del nostro dialogo, presento qui alcuni dati sull’Islanda. Isola situata nel Nord Atlantico, all’estremo NO dell’Europa, ormai nella regione dell’Artico, si estende per ben 100.250 kmq. Come è noto, l’Islanda possiede un paesaggio mozzafiato e inquietante nella sua natura quasi lunare: il factbook della CIA mostra alcune foto estremamente suggestive di montagne, rocce, laghi, cascate, geyser e cielo grigio, in cui non si indovina neanche un albero. Pianoro punteggiato da alcune elevazioni e ghiacciai, con una costa tormentata da fiordi, il paese ha scarsissima superficie agricola (1,2%), mentre l’unica attività diffusa del primario è il pascolo (17,5% del suolo). Il paesaggio è punteggiato da ghiacciai e vulcani dai nomi impronunciabili, con un’intensa attività geologica: molto famosi i geyser. Nonostante la latitudine, il clima è temperato dalla corrente del Nord Atlantico, specie a Sud; la posizione dell’Islanda possiede grande importanza strategica, tanto che è stato uno dei primi paesi a entrare nella NATO.

La popolazione (354.234 abitanti) è per metà concentrata nella capitale Reykjavik, la capitale più settentrionale del pianeta, mentre il resto si addensa per lo più in villaggi e cittadine costiere, specie a N e O (tasso di urbanizzazione, quindi, del 93,9%); la capitale ha da sola 216.000 abitanti. La densità non supera le 4 persone al kmq [1]. Si tratta di una repubblica parlamentare (unicamerale: il Parlamento, con 63 membri, si chiama Althingi ed è uno dei più antichi al mondo), divenuta indipendente dalla Danimarca il 17 giugno 1944, con una costituzione ratificata ed entrata in vigore proprio allora. La lingua prevalente è l’islandese, di origine germanica, mentre la religione più corrente è quella luterana (62% degli abitanti) [2]. La cultura luterana è importante da ricordare perché essa rafforza molto il legame tra lo Stato e il cittadino: infatti, quando Lutero attribuì il ruolo della Riforma non più al clero, ma ai governanti, intesi come vescovi esterni, si creò uno sbilanciamento di poteri a loro favore, particolarità di cui si avverte ancora l’influenza nei paesi appartenenti a questa confessione religiosa. Ciò serve a spiegare vari atteggiamenti di conformismo nei confronti dello Stato individuati nel seguito.

Quanto al numero identificativo, si tratta del kennitala, o Tax Identification Number, che esiste sia per privati, che per enti giuridici. Questo numero, come afferma Leo, è effettivamente onnipresente nella vita degl’Islandesi: si trova sulle carte di debito, sui documenti fiscali e bancari, sulla patente. Apparentemente, l’ente responsabile è il Directorate of Internal Revenue, paragonabile alla nostra Agenzia delle Entrate [3]. L’uso continuo di questo numero identificativo fa pensare a una società fortemente digitalizzata, in cui il singolo è costantemente raggiungibile dal controllo statale proprio attraverso questo strumento. Il processo di controllo dei dati pare più pervasivo che non da noi – anche se ormai siamo decisamente su quella strada.

Dal punto di vista economico, Leo, come abbiamo visto, ha insistito particolarmente sul ruolo forte tenuto dall’industria ittica: esisterebbe anzi una vera e propria “mafia” interna a questo ambiente, come mi ha ribadito in un secondo momento. Le conferme sono impressionanti. Nel 2019 è scoppiato un grande scandalo internazionale a scapito di uno dei maggiori produttori di pesce islandesi, l’impresa Samherji. La multinazionale, un vero e proprio gigante del settore ittico, è stata accusata sulla base di rivelazioni interne di avere pagato delle mazzette ad alcune autorità della Namibia, per assicurarsi lo sfruttamento del suo spazio marittimo. “Data la dimensione ridotta del paese e il ruolo sovradimensionato che il settore ittico gioca nell’economia della nazione, lo scandalo ha gettato una nube sulla reputazione del paese”, sostiene un periodico del settore; documenti che svelano questi loschi retroscena sono stati rivelati da Wikileaks e, come se non bastasse, è rimasta coinvolta anche una banca norvegese, la DNB, i cui conti sarebbero stati impiegati come paradiso fiscale per celare le manovre di corruzione. La questione è risultata tanto più sconvolgente per gl’Islandesi, perché l’isola figura al 14° posto nella classifica di Transparency International dei paesi meno corrotti al mondo [4]. C’è da temere però che, di questi tempi, la corruzione sia un problema abbastanza ubiquo, considerate le magagne del sistema neoliberista. Tornerò difatti in altro momento sugli scandali bancari che hanno sconvolto il paese nel 2008.

Quando ho scorso una lista delle aziende presenti in Islanda, specie nella capitale, ho comunque individuato alcune multinazionali straniere interessanti: l’inglese Vodafone, per la telefonia, Deloitte, specializzata in consulenza, e la grande multinazionale dell’alluminio con sede a Pittsburgh, PA, Alcoa. Difatti, l’Islanda produce alluminio e Leo mi ha confermato di conoscere la loro fabbrica, la maggiore dell’isola, dove si è recato anche per motivi di lavoro.

Tuttavia, ho notato soprattutto alcune grandi industrie farmaceutiche: Actavis, multinazionale collegata all’israeliana Teva, Allergan, con sede a Dublino, oppure Ossur, corporation statunitense specializzata in protesi (sul sito web c’è persino una foto della nostra Bebe Vio). Sono aziende di cui Leo ha effettivamente notizia. Ma ciò che è forse più interessante è che l’Islanda è il “paradiso” della ricerca genetica: infatti, in una popolazione così ristretta, con un albero genealogico in gran parte comune, i genetisti possono sbizzarrirsi e raggiungere risultati più lampanti. Difatti, Reykjavik è la sede centrale della DeCode Genetics, considerata un “leader globale” nel campo dell’analisi del genoma umano. DeCode è affiliata alla famosa multinazionale farmaceutica Amgen [5]. Tra gli studi di questa impresa, anche alcuni recentissimi sulla struttura molecolare in connessione con l’epidemiologia del SARS-Cov-2 [6]. Leo mi ha riferito in un secondo momento che i tumori sono molto diffusi tra la popolazione islandese e personalmente, mi viene il dubbio che questo possa anche essere favorito dallo scarso ricambio genetico; in ogni caso, i tumori compaiono molto spesso nella ricerca della DeCode Genetics.

Molto rinomata è anche Orf Genetics, che si occupa invece di biotecnologia vegetale e svolge attività pioneristica nello sviluppo di proteine ricombinanti per l’agricoltura, soprattutto a partire dall’orzo [7]. Quest’impresa è radicata nel territorio, laddove Genuity Science, che appartiene a Hibercell [8], ma ha la sua base a Boston e in Irlanda, è specializzata in genomica e analisi dei dati ed è al vertice della collaborazione con bio-pharma e anche con le aziende farmaceutiche più tradizionali [9]. Credo che per comprendere il seguito non si possa prescindere da questo dato fondamentale: l’Islanda è un territorio ristretto, isolato, con una popolazione ancora più limitata, che, in larga parte, possiede un DNA comune (a parte un 11% di stranieri). Quest’isola, agli occhi di uno scienziato, soprattutto di un genetista, appare come un laboratorio unico e questo la mette in contatto con la farmaceutica e le biotecnologie a livello globale.

Leo ha spiegato che buona parte della vita relazionale degli Islandesi avviene online. Per quel che può valere, una mia ricerca delle aziende attive nella capitale ha dato numerosi risultati, almeno alcune decine, nel settore dell’informatica [10]. Il fatto è che l’Islanda è il paradiso delle server farms, cioè dei database più imponenti necessari ai cloud, perché l’aria fredda del paese diminuisce, e di molto, la spesa energetica per il raffreddamento dei calcolatori, senza dimenticare che l’elettricità islandese, da fonte geotermica rinnovabile, è molto meno cara; inoltre, la legislazione locale è (anche per motivi economici) molto permissiva con questi server. Il primo è stato costruito da Verne Global e dovrebbe avvalersi della cablatura ottica di cui si è dotato il paese, nonostante la distanza che aumenta il tempo di percorrenza dei dati [11]. È di qualche giorno fa la notizia che, secondo dati Eurostat, l’Islanda è al primo posto in Europa per l’utilizzo dei social media, con una percentuale del 94% della popolazione (Italia al 47%). Per quanto riguarda l’impiego di Internet, l’Islanda è ancora prima con il 98%. Nonostante il punto di vista dell’autore dell’articolo, che si rammarica del ritardo dell’Italia [12], non sono sicura che essere primi in una statistica del genere sia positivo: così come l’abuso della genetica, la digitalizzazione a oltranza fa parte della distopia verso cui stiamo precipitando, come approfondiremo in seguito.

Un aspetto che vorrei sottolineare prima di proseguire è pure quello psicologico. Vivere in un ambiente del genere, affascinante, ma in gran parte desolato, con una densità davvero scarsa, può provocare delle serie difficoltà. Questo aspetto va sottolineato perché ci servirà a comprendere varie altre questioni, anche in relazione all’epidemia. Nonostante che gl’Islandesi siano tra i più longevi d’Europa (aspettativa di vita di 84,3 anni per le donne e 81,2 per gli uomini), malgrado la notevole qualità della vita e dei servizi sanitari [13], secondo un’inchiesta condotta dal Direttorato della Salute tra 2000 e 2016, un terzo delle ragazze e un quarto dei giovani islandesi d’età compresa tra i 16 e i 20 anni ha preso in considerazione il suicidio; e questa probabilità aumenta quando qualcuno è entrato in contatto con persone dal comportamento suicida [14]. Un’altra inchiesta del Direttorato della Salute ha indicato che nel 2017 si sono suicidati 32 uomini contro solo 2 donne e 6 stranieri; uno psichiatra, Óttar Guðmundsson, ha tracciato dei paralleli con il tasso di alcolismo e depressione maschile, anche se le donne tendono a tentare il suicidio di più [15]. Così l’uso di alcool pro-capite è cresciuto durante l’ultimo decennio, da poco meno di 8 l a poco meno di 10 (anche se un paese come la Germania arriva quasi a 14 l) [16]. Quindi, esiste, specie tra i giovani, un disagio sotterraneo, non compensato dall’alta qualità della vita e, men che meno, da Internet. Ne vedremo altri aspetti nel seguito.

 

L’epidemia di Covid-19 in Islanda

 

Veniamo adesso allo scoppio dell’epidemia. Come ha vissuto l’Islanda, in questo contesto così particolare, le prime fasi dell’epidemia, quando noi eravamo qui giù in lockdown, a primavera del 2020?

  • Ecco, là non hanno chiuso niente, avevano totalmente ignorato il tutto: infatti non c’erano decessi, non c’era praticamente niente. Mettevano articoli di giornale, postavano sui social articoli di allarme qui, allarme là, ma praticamente non hanno fatto niente. A ottobre, senza alcun apparente motivo, hanno iniziato a imporre delle restrizioni, ma non c’era niente, praticamente: maschere fuori e dentro, hanno imposto chiusure di locali (nda: come leggeremo in seguito, prima hanno principalmente chiuso le frontiere).

Quindi a ottobre del 2020, il periodo corrispondente alla nostra seconda ondata, che sappiamo essere stata molto, ma molto meno grave della prima.

  • Sì. Comunque, avevano iniziato a fare quelle chiusure lì che non servivano, giustificandole con: “Lo fanno in tutto il mondo, lo dobbiamo fare anche noi”.

Che senso ha un discorso del genere?

  • Questo è il discorso che è stato fatto da lorsignori.

In Islanda?

  • In Islanda.

Con il vuoto praticamente?  E quindi, questa politica di restrizioni risale all’autunno del 2020 ed è stata portata avanti fino all’inizio delle vaccinazioni?

  • È stata portata avanti fino a febbraio, quando, a un certo punto, erano tutti contenti di essere vaccinati, tutti vaccinati. Io lo dicevo che sarebbe andata diversamente, visto che qui si vedevano casi che erano affetti da Covid-19 nonostante la vaccinazione; comunque, dopo sono andati avanti e, quest’estate hanno iniziato a riaprire, prima che arrivassero i turisti. In tutto questo periodo, c’è da dire che dal marzo 2020 hanno chiuso i confini; quelli sono stati chiusi fino a quest’estate, fine maggio.

Quindi loro nella prima ondata di lockdown avevano applicato delle misure restrittive verso l’esterno, ma potevano fare quello che volevano all’interno.

  • Sì, hanno chiuso i confini per i turisti. Da quest’estate poi hanno riaperto e, quando sono entrati i turisti, tutti, vaccinati e non, chiunque, hanno cominciato a infettarci. (Le autorità) hanno imposto chiusure, limitazioni, dicendo che non le avrebbero tolte per 15 anni, finché non sarebbe scomparso il virus dalla faccia della terra. Stanno già partendo con la terza dose. Mia madre ha già l’appuntamento che ci deve andare.

La popolazione, come ha vissuto questa situazione?

  • Cieca fiducia e anche una qualche voglia di questa situazione. Visto che non succede mai niente, quando succede qualcosa, tutti, come posso dire, si accendono. C’è anche un certo entusiasmo verso quello che sta succedendo.

Sete di novità?

  •  

Quindi, anche se ci sono delle disgrazie, meglio che succeda qualche cosa piuttosto che non succeda niente.

  • Sì.

Ci sono delle differenze di atteggiamento nelle persone fra la prima ondata, che loro praticamente non hanno visto, e la seconda ondata, in autunno?

  • Ci saranno stati 3-4 contagi. Poi dopo è sparito tutto. Quest’estate invece ce n’erano 100-200 al giorno. 100-200 al giorno lì è come dire qui 5.000; però i morti in totale sono 31.

 

Premetto che l’Islanda ha un ottimo sistema sanitario, in cui però, come mi riferisce Leo, molte prestazioni sono a pagamento (operazioni chirurgiche o invio dell’ambulanza inclusi). Nel 2018 il paese ha speso l’8,5% del suo PIL nel sistema sanitario e ci sono a disposizione 4 medici e 3 letti ogni 1.000 abitanti; il sistema raggiunge la totalità della popolazione (giusto per fare un confronto, la percentuale di PIL spesa per l’educazione è del 7,7%) [17].

Per quanto riguarda l’epidemia, il nostro Leo è sorprendentemente preciso: infatti, il sito della John Hopkins University, che repertoria i progressi dell’epidemia di Covid-19 nel mondo, registra effettivamente dall’inizio dell’epidemia un totale di 33 morti in data 24 settembre 2021 (rispetto ai 31 riferitimi dal mio amico, se ne sono aggiunti 2 negli ultimi giorni). Davvero una piaga di proporzioni bibliche: più o meno, stando ai miei calcoli, una mortalità dello 0.01%. Se noi osserviamo l’andamento di questi casi di mortalità (riguardanti persone molto anziane) in un grafico dei decessi cumulativi offerto dall’OMS, ci rendiamo conto che l’Islanda ha conosciuto qualche morto a marzo 2020, per raggiungere il livello di 10 decessi nell’aprile dello stesso anno; la mortalità poi è rimasta ferma per mesi, finché non è ripresa con qualche caso a ottobre inoltrato. Entro la fine dell’anno 2020 è stata raggiunta la quota di una trentina di decessi, con qualcheduno in più verificatosi nel corso del 2021. Veramente un flagello apocalittico! Ciò conferma i dati forniti dal nostro Leo: quando in autunno il governo ha applicato le maggiori restrizioni, la situazione era perfettamente sotto controllo [18]. In seconda battuta, Leo mi ha confermato che i morti per Covid-19 in Islanda sono veramente morti per Covid-19: cioè, la loro morte è stata così definita grazie a una diagnosi specifica, non solo sulla base di un tampone positivo. I medici visitavano i pazienti a casa, anche 2-3 volte al giorno, ma più per controllare che il positivo osservasse la quarantena, che per vera e propria necessità di assistenza.

I casi confermati, invece, sempre secondo la John Hopkins, sono dall’inizio 11.594, quindi una cifra tra il 3 e il 4% della popolazione totale. Il record di contagi si è avuto l’11 agosto 2021, con 170 tamponi positivi; invece, il record delle morti c’è stato il 15 marzo 2020, data in cui sono decedute 5 persone (come notato sopra: si noti però che il grafico dell’OMS sembra riportare queste prime morti in giorni diversi di marzo). Il 23 settembre c’erano 36 nuovi casi. L’agosto del 2021 ha visto un totale di 2.830 casi, sfiorando quindi l’1% della popolazione; un’enormità in raffronto al totale che, come si è detto, è di 11.594 casi. Quindi quasi un quarto delle persone che sarebbero state contagiate in Islanda dall’inizio della pandemia lo è stato in un periodo in cui tutta la popolazione è vaccinata e, tra l’altro, sono state già reintrodotte le famose restrizioni. La settimana invece in assoluto più “contagiosa” è quella che va dal 25 luglio al 31 luglio – quando l’epidemiologo di Stato ha lanciato l’allarme: ben 818 casi [19]. Qui c’è qualcosa che non quadra: come è possibile che ci siano tutti questi casi se il vaccino funziona? È come se la sindrome fosse diventata endemica dopo la vaccinazione. Ma approfondiremo la questione del vaccino la prossima volta. Vorrei ricordare però che, sempre secondo le statistiche della John Hopkins, l’Italia ha una media di 216,51 morti ogni 100.000 abitanti (e sappiamo bene che le nostre statistiche sono gonfiate dal problema per cui non si distingue tra morti “per” Covid o morti “con” Covid), mentre in Islanda abbiamo una media di 9,13 morti ogni 100.000 abitanti [20]. In ogni caso le medie di diffusione del virus in Islanda sono bassissime e, difatti, nella tabella della John Hopkins questo paese viene agli ultimi posti [21].

Effettivamente, le autorità hanno preso poche iniziative nella primavera del 2020: chiusura delle scuole per alcune settimane, divieto di assembramenti oltre le 20 persone, ma già a maggio buona parte di questi divieti era rientrata. Permaneva invece notevole attenzione nei confronti dei turisti; per esempio, era prevista la quarantena di 14 giorni fin da metà aprile per gli arrivi internazionali. Le restrizioni (come la chiusura dei bar) sono invece effettivamente aumentate nel settembre 2020 [22]. Approfondirò meglio la questione nel prossimo articolo, più concentrato sulle vaccinazioni.

 

Al termine di questa prima parte, ci troviamo già di fronte a un mix inquietante: senza voler negare gli aspetti positivi, che indubbiamente ci sono, di questo paese dalla natura aspra ed affascinante, tuttavia pensiamoci un attimo. La densità scarsa e il territorio desolato spingono le persone in partenza a ripiegarsi su sé stesse e l’ambiente provoca di per sé difficoltà psicologiche. A ciò si aggiunga il fatto che, proprio per il suo territorio e la sua popolazione ridotti, l’Islanda è un gigantesco laboratorio, ambito da aziende specializzate nella genomica e nella biotecnologia. Il sistema sociale è sicuramente avanzato, ma, anche per la soggiacente cultura luterana, è impregnato del conformismo alla realtà statuale, per cui tutti (o quasi) obbediscono senza porsi tante domande; infine, proprio il sistema sociale avanzato, congiunto alle difficoltà relazionali di cui sopra, ha spinto la digitalizzazione oltre ogni limite, per cui gl’Islandesi, al nostro Leo, paiono vivere di TikTok e di Internet in modo compulsivo. Il tutto sullo sfondo di rapporti economici talora opachi.

Premesso che siamo tutti, in Occidente, esposti a pericoli analoghi, in questo caso però sembra proprio che il Grande Reset sia ormai in opera da un bel pezzo. Il Grande Reset: il progetto di ingegneria sociale promosso dal World Economic Forum di Klaus Schwab, lanciato nel 2020 sulla scia del Covid-19 e che rischia di trasformare il nostro mondo in una distopia degna di Blade Runner, con isolamento sociale, digitalizzazione a oltranza, crollo delle piccole e medie imprese e onnipresente controllo sociale[23]. Emblema di questa digitalizzazione a oltranza, il kennitala, o numero identificativo, che compare in continuazione nella vita di un Islandese e segue tutti i suoi movimenti. E, infine, il dato più surreale: l’epidemia, per quanto abbia raggiunto l’isola, è stata in gran parte “costruita”. Cioè: ovviamente il virus esiste, ma può definirsi “epidemia”, un fenomeno che provoca 33 morti in quasi 2 anni? Le restrizioni sono davvero giustificate? Che sarebbe successo se fosse tornata, che so, la peste nera del 1347? E soprattutto, può questo giustificare la vaccinazione sperimentale a tappeto di ben ¾ della popolazione? Lo vedremo nella prossima parte.

 

A. M. sono le iniziali del nome e cognome di una docente realmente esistente

 

Fonti:

[1] Cfr. https://datacommons.org/place/country/ISL?utm_medium=explore&mprop=count&popt=Person&cpv=isInternetUser%2CTrue&hl=it dati di stats.oecd.org.

[2] Cfr. https://www.cia.gov/the-world-factbook/countries/iceland/

[3] Cfr. https://www.oecd.org/tax/automatic-exchange/crs-implementation-and-assistance/tax-identification-numbers/Iceland-TIN.pdf

[4] Cfr. John Evans, Icelandic Prime Minister: “No stone should be left unturned” in Samherji investigation, IntraFish 14 novembre 2019, https://www.intrafish.com/fisheries/icelandic-prime-minister-no-stone-should-be-left-unturned-in-samherji-investigation/2-1-707127

[5] Cfr. https://www.decode.com/

[6] Cfr. ad es. Molecular benchmarks of a SARS-CoV-2 epidemic, Nature Communications 15 giugno 2021, 12(1):3633; doi: 10.1038/s41467-021-23883-6; https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34131116/

[7] Cfr. https://www.orfgenetics.com/

[8] Cfr. https://www.hibercell.com/

[9] Cfr. https://genuitysci.com/

[10] Cfr. https://www.glassdoor.it/Cerca/migliori-aziende-reykjav%C3%ADk_IL.17,26_IM974.htm

[11] Luigina D’Emilio, Internet, I server vanno in Islanda per la libertà garantita al Web. E per il freddo, Il fatto quotidiano 4 settembre 2010, https://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/04/internet-in-islanda-il-nuovo-paradiso-per-provider-e-informazione-libera/56562/ ; Alessio Balbi, Islanda, tra freddo e internet “Da noi i server del mondo”, Repubblica 17 ottobre 2009, https://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/tecnologia/server-islanda/server-islanda/server-islanda.html

[12] Cfr. Alessandro Vinci, Eurostat, Italia ultima in Europa per uso dei social network (anche perché non tutti hanno accesso a Internet, Corriere della sera 21 settembre 2021, https://www.corriere.it/tecnologia/21_settembre_21/eurostat-italia-ultima-europa-uso-social-network-anche-perche-non-tutti-hanno-accesso-internet-1c2217ee-1a5e-11ec-bad4-fdee4b3553ca.shtml?refresh_ce

[13] Cfr. Andie Sophia Fontaine, Icelanders Are Amongst The Longest-Lived Europeans, Reykjavik Grapevine 26 maggio 2021, https://grapevine.is/news/2021/05/26/icelanders-are-amongst-the-longest-lived-europeans/

[14] Cfr. Larissa Kyzer, Nearly a Third of Young Women in Iceland Have Considered Suicide, Iceland Review 9 settembre 2018, https://www.icelandreview.com/society/young-women-iceland-considered-suicide/.

[15] Cfr. Alice Demurtas, Rate of Suicide In Iceland 16 Times Higher Amongst Men, Reykjavik Grapevine 4 giugno 2018, https://grapevine.is/news/2018/06/04/rate-of-suicide-in-iceland-16-times-higher-amongst-men/

[16] Cfr.https://datacommons.org/place/country/ISL?utm_medium=explore&mprop=count&popt=Person&cpv=isInternetUser%2CTrue&hl=it ; dati di datacatalog.world.banck.org

[17] Cfr. https://www.cia.gov/the-world-factbook/countries/iceland/#people-and-society

[18] Dati di who.int,

https://datacommons.org/place/country/ISL?utm_medium=explore&mprop=count&popt=Person&cpv=isInternetUser%2CTrue&hl=it

[19] Cfr. https://coronavirus.jhu.edu/region/iceland

[20] Cfr. sempre https://coronavirus.jhu.edu/data/mortality

[21] Cfr. https://coronavirus.jhu.edu/data/mortality

[22] Cfr. il sito del governo https://www.government.is/government/covid-19/#actions

[23] Si veda in merito il bel libro di Ilaria Bifarini, Il Grande Reset. Dalla pandemia alla nuova normalità, dicembre 2020.

 

 

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