Dopo aver letto l’articolo di dom Giulio Meiattini, molto colpito, un lettore, già noto su questo blog (qui e qui), mi ha inviato questo brevissimo racconto, molto significativo, che volentieri pubblico. 

 

portone con maniglia

 

 

Il Moschettiere

 

 

Roma, febbraio 1944

 

Nella penombra serale di una via deserta del quartiere trasteverino, un uomo camminava rapido e circospetto. Si fermò ad un angolo e dopo essersi guardato intorno, si avvicinò alla porta che su una targa portava il nome di un noto istituto religioso. Tirò la catena, una campanella brevemente suonò. Dopo lunghi attimi di silenzio, in cui si distinguevano i rumori affievoliti della città, uno spioncino si aprì, una parola d’ordine ricevette la risposta attesa e la porta si schiuse. Apparve la tonaca di un religioso che rivolgendosi all’uomo disse:

“Presto, entri, l’aspettavamo!”.

L’uomo scivolò oltre la soglia, la porta si richiuse alle sue spalle. Sotto il bavero del cappotto si intravide per un attimo la punta di una mezza stella gialla.

“Padre”, disse, “la ringrazio. Non avrei saputo dove andare. Era questione di ore, rischiavo l’arresto”.

“Venga, ora è al sicuro”, replicò il religioso.

L’altro ebbe un moto di esitazione:

“So di mettere in pericolo lei e la sua comunità”, disse.

“Il pericolo suo sarà anche il nostro, adesso”, fu la breve risposta.

“Ma se mi scopriranno anche voi rischiate la fucilazione”, insisté l’altro.

“Sarà quello che Dio vorrà”, concluse il sacerdote.

Gli strinse il braccio con calore e lo condusse nel rifugio che gli era stato preparato.

 

 

 

Roma, febbraio 2023

 

Nella penombra serale di una via deserta del quartiere trasteverino, un giovane uomo camminava con la testa bassa. Sul volto una mascherina chirurgica gli nascondeva naso e bocca. Erano ormai quasi tre anni che l’incubo della pandemia era iniziato e non si intravedeva ancora la fine dell’emergenza sanitaria. Il vaccino nel frattempo era diventato obbligatorio, ma molti si ostinavano ancora a rifiutarlo, nonostante le pesanti sanzioni previste. Troppe le voci discordi fra gli esperti, troppe le notizie che trapelavano sugli effetti avversi del farmaco.

L’uomo si fermò ad un angolo e dopo essersi guardato un po’ intorno, si avvicinò a una porta che sulla targa portava il nome di un noto istituto religioso. Premette il pulsante del campanello, sotto l’occhio fisso della telecamera di sorveglianza. Dopo lunghi secondi di silenzio, una voce dal citofono gracchiò:

“Chi è?”.

“Vorrei parlare col superiore”.

“Sono io, dica”, riprese la voce dal citofono.

“Padre, sono Marcello, si ricorda? Voi sapete…, rischio il trattamento sanitario obbligatorio. Potrei parlarvi? Potrei fermarmi almeno qualche giorno qui da voi?”.

“Te l’ho già detto più volte”, riprese la voce metallica, più secca, “devi farti vaccinare, come noi, e metter fine a questa storia”.

“Ma Padre”, la voce del giovane si fece angosciata, “lei sa… Chiedo solo un po’ di comprensione”.

“Il rischio per noi è troppo grande” continuò il superiore a distanza “non solo potresti contagiarci, ma se ti scoprissero passeremmo dei guai seri per colpa tua. Mettiti nei miei panni, mica posso compromettere una comunità intera per una sola persona”.

 

 

 

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